SEA – Andrà tutto bene

Pubblicato il 15/06/2020 da

Il sottobosco post-metal/sludge statunitense è perennemente fecondo, una vena quasi inesauribile di gruppi inclini alla contaminazione dei generi e mossi da un’animosità metal pugnace, che si affianca e dà slancio alle pulsioni sperimentali. Accanto a realtà già affermate come Inter Arma oppure Dead To A Dying World, le prime settimane del 2020 ci hanno offerto un colorato, progressivo, affresco di sonorità di simile estrazione. I suoi autori, i Sea di Boston, capaci con il primo album “Impermanence” di instaurare forti connessioni fra primi Mastodon/Baroness, il black-gaze dei Deafheaven, l’hardcore scompaginato dallo shoegaze e dal post-rock degli Svalbard, l’immaginifico post-metal a tinte crust degli Archivist. Una formazione giunta a maturazione dopo una gavetta abbastanza rapida, che si dimostra lucida e profonda anche in sede di intervista, facendo presagire di aver ancora molto da offrire in futuro.


“IMPERMANENCE”, IL VOSTRO PRIMO ALBUM, ARRIVA DOPO UN EP E DUE SPLIT COME SI È EVOLUTO IL VOSTRO SOUND NEL FRATTEMPO?
Stephen LoVerme: – Penso che la qualità complessiva delle canzoni sia cresciuta nel tempo, da una pubblicazione all’altra. Il nostro secondo EP, intendo lo split coi Weedwolf, ha fatto segnare un grosso passo avanti rispetto alla nostra prima pubblicazione, l’EP omonimo. All’epoca, cercavamo di ammassare quanti più riff possibili all’interno di un singolo brano. Con “Impermanence”, abbiamo iniziato a scrivere pezzi che fossero un poco più asciutti e corti, dando maggiore enfasi alle melodie, sia strumentali che vocali. L’unica eccezione in questo contesto è “Dust”, la canzone più vecchia inserita nel disco, ma credo faccia un bell’effetto avere qualcosa di così lungo ed epico a chiudere l’album!

DA DOVE SCATURSICE LA VOSTRA CREATIVITÀ? QUANDO E PERCHÉ AVETE FONDATO I SEA?
Stephen LoVerme: – Le persone al di fuori di una band chiedono sempre agli artisti perché fanno certe cose, e da sempre gli artisti cercano di eludere questa domanda. Semplicemente, noi quatto ci sentiamo ‘costretti’ a creare musica, specialmente quella triste, carica pesante. A volte siamo fortunati e la creatività sgorga da noi senza che ce ne accorgiamo. Ma non è abbastanza per essere davvero creativi e realizzare qualcosa che abbia senso, serve disciplina per canalizzare quello che si ha dentro in qualcosa di tangibile. Noi ci ispiriamo a vicenda in questo processo.

NEL CORSO DELLE CINQUE TRACCE DELL’ALBUM POSSIAMO ASCOLTARE MOLTI INPUT STILISTICI DIFFERENTI: CRUST-HARDCORE, SLUDGE, POST-ROCK, SHOEGAZE, FUSI IN UNA MUSICA PROGRESSIVA, MALINCONICA E SEMPRE MOLTO HEAVY. DA DOVE SIETE PARTITI PER COMPORRE L’ALBUM E QUANTO SI È MODIFICATA L’IDEA INIZIALE, MAN MANO CHE PROCEDEVATE CON IL LAVORO?
Stephen LoVerme: – Finita di registrare “Breathe”, presente nello split con i KYOTY, ci siamo trovati per le mani tanti frammenti di canzone, che cercavamo di far diventare qualcosa di più concreto durante le prove, senza andare da nessuna parte. Un giorno, Liz (Walshak, chitarra/voce, ndR) si è presentata con “Penumbra” (l’opener di “Impermanence”, ndR) e ci ha steso tutti quanti. Avevamo già preparato “Dust”, che sarebbe finita sul disco, ma è con “Penumbra” che abbiamo avuto lo ‘scatto creativo’ che ha poi dato vita a “Impermanence”. Non abbiamo mai avuto un piano dettagliato per quest’album, ma quando abbiamo completato le canzoni che sono andate a formarlo, ci siamo accorti che vi era una certa omogeneità di fondo e si incastravano bene le une alle altre. Gli elementi stilistici che menzioni erano già presenti nelle nostre uscite precedenti, ma stavolta abbiamo scritto canzoni migliori, con giri melodici che rimangono in testa e la musica ha nel complesso una maggiore profondità. A un certo punto, mentre stavamo registrando l’album con Keith (Gentile, produttore di “Impermanence”, ndR) – questo era prima che si unisse alla band – ha detto qualcosa del tipo: “Non prendetela nel modo sbagliato, ma queste sono quasi delle canzoni pop”. Io l’ho preso come un grande complimento, significava che non stavamo soltanto scrivendo delle tracce metal decorose, stavamo scrivendo delle vere canzoni.

CHE SIGNIFICATO ASSUME L’IDEA DI ‘IMPERMANENZA’, NELLA PROSPETTIVA DELLA VOSTRA MUSICA E DELLE VOSTRE ESPERIENZE DI VITA IN GENERALE?
Stephen LoVerme: – Siamo stati in grossa difficoltà nel scegliere il titolo dell’album. Sembrava che ogni idea che avessimo assomigliasse a quella di qualche album black o post-metal di un anno fa. Ci siamo scambiati liste di idee infinite tra di noi. Finalmente, Liz ha suggeristo “Impermanence” e il consenso per questo termine è stato immediato. Adesso sembra ovvio, perché contestualizza le tematiche liriche di ogni traccia, il continuo mutamento delle nostre persone e non posso neanche immaginare che il nostro disco avrebbe potuto chiamarsi diversamente.
Liz Walshak: – Dopo aver finito di scrivere le canzoni che sarebbero finite nell’album, abbiamo riflettuto a lungo sul loro contenuto lirico e i temi affrontati. Gran parte di questo disco riguarda il dolore, la perdita e l’effimero dell’esperienza umana. Ci stavamo scambiando idee l’uno con l’altro e alla fine è venuto fuori questo, quello dell’impermanenza, e tutti abbiamo pensato che sarebbe stato un nome appropriato per il nostro primo full-length.

QUAL È IL PERCORSO NARRATIVO CHE PARTE DA “PENUMBRA” E ARRIVA FINO A “DUST”?
Stephen LoVerme: – Quando ci stavamo immaginando quale sarebbe dovuto essere l’ordine dei pezzi, ci siamo concentrati sul fatto che le canzoni fluissero come una cosa sola, avessero una concordanza musicale tale che l’ascoltatore potesse percepirla in modo immediato. Abbiamo capito in fretta che “Penumbra” sarebbe dovuta essere l’opener e “Dust” la chiusura. Dal punto di vista testuale, “Dust” è per me una chiusura grandiosa, è la canzone più ottimista dell’album. Parla dell’umiliante sensazione di rendersi conto che le nostre vite sono completamente prive di significato, se poste nel grande schema dell’universo, ma che abbiamo l’opportunità di dar loro un significato, uno scopo e di poter vivere dei bei momenti. Siamo fatti della stessa materia delle stelle, gli atomi nei nostri corpi continueranno ad esistere in una forma o in un’altra, dopo che saremo morti. La maggior parte dei testi parla appunto dei temi della perdita, di traumi, dolore, “Dust” è lì a ricordarci che ogni cosa, alla fine, andrà bene.

NELLA VOSTRA MUSICA UTILIZZATE UNO STRUMENTO NON COSI’ COMUNE PER UNA METAL BAND, IL THEREMIN. COSA AGGIUNGE AL VOSTRO SOUND, IN TERMINE DI ATMOSFERA E STRATIFICAZIONE?
Stephen LoVerme: – Theremin, sintetizzatori e chitarra slide appaiono soltanto in “Ascend”. Volevamo scrivere una canzone un po’ sperimentale, così abbiamo preso un semplice arrangiamento di chitarra, basso e batteria e abbiamo iniziato a improvvisarci sopra, modificandolo grazie alla pedaliera di Mike (Blasi, l’altro chitarrista, ndR). Keith aveva un theremin nello studio di registrazione e l’abbiamo utilizzato. Inoltre, aveva questa chitarra meccanica che volevamo avere a tutti i costi nel disco, ma non sapevamo come farcela entrare. “Ascend” è l’unica nella quale abbiamo usato il theremin, ma sarebbe stato interessante introdurlo anche altrove. Alcuni miei amici suonano in una band chiamata Sapling, dove lì al contrario il theremin rappresenta una fetta importante del loro suono e mi piace tantissimo l’uso che ne fanno.

L’IMMAGINARIO EVOCATO TRAMITE MUSICA, LIRICHE E ARTWORK VI AVVICINA A MASTODON, BARONESS, INTER ARMA, KYLESA. QUANTO VI SENTITE SIMILI E, SOTTO ALTRI PUNTI DI VISTA, DISTANTI, DA QUESTE BAND E DAL LORO APPROCCIO MUSICALE?
Stephen LoVerme: – Quelle che hai citato sono band che amiamo e ci hanno influenzato parecchio, sono anche band che hanno spinto costantemente se stesse a progredire ed evolvere ad ogni album. Gli Inter Arma in particolare sono un gruppo che ci ha ispirato tantissimo per come rifiutano di essere confinate in un singolo genere, muovendosi fra suoni molto differenti, senza mai perdere di vista un disegno comune che li leghi assieme. Sono anche un’ottima live band. Quindi sì, le influenze di realtà così importanti sono innegabili, ma non saremmo in grado di replicare quanto ognuno di loro ha creato, anche se ci provassimo con tutte le nostre forze. Pertanto, perché non provare a creare la nostra, di musica?

QUANTO È IMPORTANTE PROVENIRE DA UNA SCENA MUSICALE COME QUELLA DI BOSTON, PUNTO DI INCROCIO FRA MOLTEPLICI STILI MUSICALI E CULTURE?
Liz Walshak: – Boston possiede una scena musicale fiorente e un’invidiabile concentrazione di persone di talento. Nonostante stia diventando sempre più complicato vivere in questa città, per via del costo della vita in costante crescita, i molti locali chiusi di recente, il trasferimento in altre città scelto da tanti musicisti, Boston ha tutt’ora una scena musicale di qualità. Ogni notte, puoi trovare qualcosa di interessante da fare. La comunità metal è forte e unita, è facile incontrarsi, ricevi supporto agli show, c’è partecipazione e sostegno da parte di chi ha passione per queste sonorità.

SEGUENDO I VOSTRI CANALI SOCIAL, MI PARE SIA SORTO UN DISCRETO INTERESSE PER “IMPERMANENCE”, NONOSTANTE SI TRATTI DI UN’AUTOPRODUZIONE E NON POSSIATE AVVALVERVI DI UNA GROSSA CAMPAGNA PROMOZIONALE, SEMBRA CHE UN BUON NUMERO DI PERSONE ABBIANO ASCOLTATO “IMPERMANENCE” E L’ABBIANO GRADITO. COME GIUDICHERESTE L’ACCOGLIENZA RICEVUTA DALL’ALBUM E COME VI SENTITE NEL RUOLO DI PRINCIPALI PROMOTORI E DIFFUSORI DELLA VOSTRA MUSICA?
Stephen LoVerme: – Avevamo parlato con alcuni amici che gestiscono piccole etichette per aiutarci a pubblicare il disco, anche se alla fine ci saremmo comunque occupati del grosso del lavoro di promozione. Sono fortunato a conoscere Sean Frasier alla rivista Decibel, che ci ha sempre supportato molto ed è stato così gentile da dare spazio al disco. Una volta organizzate le cose per la presentazione dell’album e alcune anteprime sui suoi contenuti, abbiamo concentrato la maggior parte delle nostre energie nella promozione del release show. Sforzi che sono stati premiati, perché quando abbiamo suonato quella data ci siamo trovati di fronte a una delle folle più ampie che avessimo mai visto. Alla fine è stato anche uno dei migliori concerti che abbiamo mai fatto!

Liz Walshak: – Siamo rimasti piacevolmente stupiti dall’accoglienza ricevuta dal disco. Abbiamo investito tanto lavoro nella sua produzione e promozione, è gratificante che tutta questa fatica e dedizione stia pagando. Abbiamo sempre operato con una mentalità fai-da-te e abbiamo il lusso di essere allo stesso tempo musicisti e un team creativo vero e proprio, che può occuparsi quasi da solo di tutti gli aspetti correlati alla musica. Io sono una visual artist/designer e ho curato la direzione artistica del disco, chiedendo alla nostra amica Nathaniel Raymond Parker di disegnare la copertina: ha fatto un lavoro fenomenale! Stephen a sua volta è un video editor, si è occupato di tutti i filmati promozionali. Mike lavora in un negozio di serigrafia, la realizzazione del merch è passata quasi interamente da lui. Keith, in seguito divenuto il nostro batterista, è il nostro produttore e anche il missaggio di “Impermanence” è opera sua. L’autoproduzione si è rivelata, ancora prima che una scelta, una necessità, perché avevamo provato ad affidarci per la pubblicazione a un paio di etichette locali, ma i tempi non coincidevano, c’erano delle difficoltà. Avevamo anche il problema che il nostro precedente batterista, Andrew, si era trasferito a Los Angeles, in quel momento il futuro dei Sea era abbastanza incerto e non volevamo compiere altri passi prima di esserci riassestati con la line-up ed essere sicuri di poter suonare dal vivo. Così, un anno più tardi, con l’ingresso di Keith, ci siamo rimessi in marcia per far uscire “Impermanence”. Ci ha aiutato molto la presenza di piattaforme come Bandcamp, che facilitano il lavoro di pubblicazione e promozione del proprio lavoro. Adesso il nostro sogno sarebbe quello di realizzare la versione in vinile di “Impermanence”!

A PROPOSITO DI BANDCAMP, NELLA SEZIONE ‘CONSIGLI’, COMPAIONO TRE ARTISTI: ELIZABETH COLOUR WHEEL, VILE CREATURE E MARISSA NADLER. PERCHÉ CONSIGLIATE PROPRIO LORO? IN CHE TIPO DI RELAZIONE SIETE CON QUESTI ARTISTI?
Stephen LoVerme: – Vile Creature ed Elizabeth Colour Wheel sono cari amici, che hanno scritto finora ottima musica e sono importanti per dare vitalità a certi suoni. I Vile Creature li abbiamo incontrati qualche anno fa, abbiamo suonato con loro mentre erano in tour e ci hanno meravigliato con la forza della loro musica, l’emozionalità grezza e miserabile che essa emana. Gli Elizabeth Colour Wheel li conosciamo bene da molto prima che potessimo condividere il palco. Anche in quel caso, si tratta di un gruppo che mi ha ammaliato la prima volta che li ho visti: grandi capacità tecniche, musicalità, senso delle dinamiche e un suono allo stesso viscerale e vulnerabile. La loro cantante, Lane, ha una delle voci più incredibili in circolazione, e i suoi compagni di livello altrettanto alto. Per un po’ di tempo sono stati una specie di ‘tesoro segreto’ della scena bostoniana. Hanno goduto di un certo successo da quando è uscito per The Flenser “Nocebo”, il loro ultimo album (2019). Se non ci fosse stato il Covid-19, avrebbero suonato al Roadburn assieme ai Vile Creature. Io, Mik e Liz avevamo i biglietti per il festival, purtroppo è stato tutto rimandato all’anno prossimo e facciamo conto di andarci. Non conosciamo personalmente, invece, Marissa Nadler – che è fra le conoscenze del mio attuale compagno di stanza dove abito, pensa che coincidenza… – ma siamo suoi grandi fan e l’abbiamo vista live in numerose occasioni. È una cantante formidabile, oltre che un’eccellente performer e songwriter. Ha anche un duo, formato con Steve Brodsky, chimato Droneflower, altrettanto fenomenale.

QUALI SONO LE PRINCIPALI DIFFICOLTÀ DA AFFRONTARE PER UNA BAND UNDERGROUND COME LA VOSTRA, IN UN MERCATO COSÌ AFFOLLATO, CON UNA MIRIADE DI GRUPPI A DISPUTARSI LE ATTENZIONI DEGLI ASCOLTATORI?
Liz Walshak: – Viviamo in un mondo dove ormai praticamente chiunque fa del marketing a favore di se stesso, per essere rilevante e catturare l’attenzione degli altri. Come artista, penso che bisogna essere consapevoli dei trend in circolazione, ma che si debba innanzi tutto abbracciare l’autenticità e creare quello che per noi conta davvero. Non siamo tra quelli che si preoccupano, durante il processo creativo, di suonare qualcosa che potrà poi piacere a una certa fetta di pubblico. Mentre siamo attenti nell’eliminare, quando rivediamo il lavoro compiuto, quello che ci suona derivativo, o generico. Su alcuni aspetti siamo molto attenti, ad esempio l’artwork: so benissimo che è una delle prime cose che attrae l’attenzione, abbiamo cercato di averne uno molto colorato per “Impermanence”, qualcosa che rimanesse impresso all’istante nella mente di chi l’avesse osservato. Avevo una specifica paletta di colori in mente e così ho dato qualche suggerimento sul punto a Nathaniel, che ha dipinto un quadro stupendo, che incontra il mood e i contenuti del disco.

QUANTO CONTA PER VOI SVILUPPARE COLLABORAZIONI CON ALTRE BAND E ALTRE ATTIVITÀ ARTISTICHE?
Liz Walshak: – Ci piace l’idea di collaborare con altri artisti e cercheremo sempre di tenere vivo quest’aspetto della band anche in futuro. Ci sono altri gruppi con cui mi piacerebbe poter lavorare prossimamente.
Stephen LoVerme: – Un mio buon amico, Jeremi Harman, è un violoncellista grandioso (date un ascolto ai suoi progetti Long Is The Walk e Sirius String Quartet) e sto cercando da qualche tempo di farlo suonare con noi. Può darsi che sul prossimo disco dei Sea si possa sentire anche il suo violoncello!

QUALI SONO I PROGETTI FUTURI DEI SEA?
Liz Walshak: – Ci stiamo focalizzando sullo scrivere il nostro secondo album. Appena si allenteranno le misure di prevenzione del covid-19 (l’intervista è di aprile, ndR), facciamo conto di ricominciare a provare tutti assieme e di suonare qualche show, quando sarà permesso farlo.

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