SEPULTURA – Il primo decennio firmato Derrick Green

Pubblicato il 16/11/2021 da

Se apriamo Spotify e cerchiamo ‘Sepultura’, nei primi dieci pezzi visualizzati non c’è un brano successivo al 1996 a rappresentare il famoso gruppo brasiliano. Ci sono però quasi 25 anni di storia del gruppo che meritano di essere raccontati, un periodo che eclissa la presenza di Max Cavalera nel gruppo e che, volenti o nolenti, ha ottenuto con costanza e dedizione una sua dignità. Il merito va anche a Derrick Green, ragazzone che ha avuto la pesante sfida di succedere al famoso frontman e ha guardato sempre avanti, nonostante mille difficoltà e una costante opposizione. Un lavoro duro anche per il gigante di Cleveland, con cui abbiamo avuto la possibilità di parlare in occasione della pubblicazione di “Sepulnation”, box-set che celebra il primo decennio del ‘nuovo’ corso, coprendo gli album pubblicati tra il 1998 e il 2009. L’intervista assume in maniera naturale la forma di retrospettiva, in cui l’onesto e trasparente Green racconta delle emozioni, delle sfide, delle conquiste e delle difficoltà di quegli anni tumultuosi. 

MI PIACEREBBE INIZIARE QUEST’INTERVISTA DAL PRINCIPIO, DAGLI INIZI VERI E PROPRI. CI RACCONTI QUAL E’ STATO IL TUO PRIMO APPROCCIO ALLA MUSICA IN GENERALE? SE NON SBAGLIO TUA MAMMA ERA UN’INSEGNANTE DI MUSICA: COSA SI SUONAVA A CASA TUA?
– A casa mia c’erano un giradischi e un pianoforte. Sentivo mia madre suonare musica classica e musica gospel, perché era la direttrice del coro della chiesa. Durante la messa suonava il piano e cantava. Questi due elementi erano costantemente presenti nella mia vita sin da bambino. La musica era la cosa che più gradivo dell’andare in chiesa, perché ovviamente come ogni ragazzino non ero molto interessato alla fede, era una cosa noiosa. La cosa fantastica nella mia chiesa è che c’era una live band. Mi affascinava, suonavano incredibilmente bene. La componente musicale era la parte più coinvolgente, la gente a messa si lasciava andare e si alzava in piedi, muovendo le braccia, ed io li fissavo con la bocca aperta. Era una cosa intensa. Chiunque sia appassionato di musica sa come la maggior parte dei grandi batteristi provenga dalla chiesa, con un background nella musica gospel. Parlo anche dei più grandi cantanti, posso citarti Whitney Houston per esempio. Tutto ciò ha avuto un grande impatto su di me, di conseguenza cominciai ad ascoltare un sacco di jazz, ad appassionarmici. A un certo punto volevo a tutti i costi una tromba, e i miei orizzonti musicali si sono ampliati in maniera considerevole. Avevamo un ottimo programma musicale a scuola, dove si potevano provare diversi strumenti: si potevano noleggiare, senza doverli comprare, una cosa fondamentale per un ragazzino che cambia idea in continuazione. Penso che avere un buon corso di musica aiuti a sviluppare la personalità di un giovane individuo, anche se non si diventerà un musicista di professione. Anche la musica a scuola mi ha influenzato tanto oltre alla chiesa. I miei genitori ad un certo punto della mia infanzia si trasferirono in un quartiere abitato da diverse etnie, quindi intorno agli otto o nove anni feci conoscenza anche con bambini bianchi, entrando in contatto con la loro cultura. Uno dei miei primi amichetti, che viveva dall’altra parte della strada, era ebreo – altra cosa di cui non avevo mai sentito parlare – era un grande fan del rock’n’roll e aveva la casa piena di dischi dei Beatles…Un incontro che mi sconvolse a livello musicale. Qualche anno dopo frequentavo una casa in cui i fratelli maggiori dei miei amici avevano una batteria e una chitarra, e suonavano cover delle canzoni rock dell’epoca, tutte quelle che emergevano ai tempi: Iron Maiden, Judas Priest, AC/DC. C’era davvero una rivoluzione tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, e ascoltare queste canzoni mi esaltava tantissimo. Dopo la scuola volevo andare sempre da loro, volevo fossero miei amici. A quel punto fui trasportato nel mondo del rock e della musica heavy.

TI RICORDI LA PRIMA BAND HEAVY METAL CHE HAI AMATO, CON CUI SEI ANDATO IN FISSA?
– Probabilmente la primissima furono gli AC/DC.

E’ NOTO CHE SUCCESSIVAMENTE TI SEI APPASSIONATO ALL’HARDCORE E AL THRASH METAL. QUANDO HAI SENTITO PARLARE PER LA PRIMA VOLTA DEI SEPULTURA?
– Come dicevo sono partito coi Priest, i Maiden e tutto ciò che c’è di contorno. Crescendo mi sono appassionato al filone più pesante, mi sono radicalizzato e appassionato a punk ed hardcore. Il contenuto dei testi era importante per me: il socialismo, la politica…

…ERI ANCORA MOLTO GIOVANE SE NON SBAGLIO.
– Ero un ragazzino, quattordici/quindici anni. Andavo già ai concerti, quelli underground e quelli hardcore. Spesso erano ‘all ages’, senza alcun limite di età. La prima volta che ho sentito i Sepultura ero già a New York, in un viaggio con un mio amico. Si chiamava Max ora che ci penso (ride, ndR)! Ci eravamo fermati al benzinaio e mi disse che dovevo sentire questo gruppo, tirando fuori la musicassetta di “Arise”. All’istante fui colpito dalla bellissima copertina. Lui disse “ascoltali, vengono dal Brasile, suonano diversamente da ogni altra metal band”. Fu molto intenso, li amai subito. Passavo dal lato A al lato B a ripetizione. A quel punto ho iniziato a seguirli: quando pubblicarono “Chaos A.D.” pensai “questo è ancora più hardcore, più punk!”, quando pubblicarono “Roots” continuai ad ascoltarli con entusiasmo. Non ero un fanatico, probabilmente non conoscevo nemmeno i nomi dei componenti del gruppo, non sapevo nemmeno che facce avessero. Ricorda che non c’erano internet e i mezzi che abbiamo adesso, mi fermavo a quello che c’era sulle copertine dei dischi. Il fatto che provenissero dal Brasile gli deva quest’aria misteriosa che li rendeva anche più fighi.

FACENDO UN SALTO IN AVANTI CI DESCRIVI IL TUO STATO D’ANIMO NELL’ANDARE A FARE IL PROVINO PER IL GRUPPO E SCRIVERE “CHOKE”? ERA L’OCCASIONE DELLA VITA PER TE O MAGARI NON ERI NEMMENO SICURO DI QUELLO CHE STAVI FACENDO?
– Una volta un mio amico chiamato Mike Getter venne da me. Lavorava per la Roadrunner Records, l’etichetta su cui incidevano i Sepultura ai tempi. Mi informò sul gruppo, mi disse che il cantante aveva lasciato. Secondo lui sarei stato adatto a sostituirlo, ero completamente diverso e a detta sua avevano bisogno di un approccio totalmente differente. Mi disse che altre persone avevano già fatto un’audizione, e scoprii che una di quelle era un mio amico. Si chiama Davide e aveva origini italiane. Suo padre era nato in Italia e lavorava per il consolato. Pensai fosse interessante, anche il padre di Max ed Igor era italiano e lavorava per il consolato italiano in Brasile! Davide era un musicista incredibile, sapeva suonare basso, chitarra, sapeva cantare ed era un fanatico dei Sepultura. Conosceva tutte le canzoni e aveva fatto un provino andando fisicamente a San Diego, dove il gruppo risiedeva in quel periodo. Alla band piacque, pensarono che potesse essere lui il nuovo cantante, ma sai cosa accadde? Lui decise di rinunciare! Si rese conto di non essere pronto per la vita in tour, voleva essere un musicista in studio. Secondariamente essendo un grande fan lui sapeva della pressione che c’era sul gruppo in quel momento, essere il nuovo cantante era un grosso affare. Non se la sentì, ma mi aiutò a creare la demo che inviai al gruppo. Mi raccontò molto dei ragazzi della band e io registrai nel suo studio. Lui mi aiutò a scrivere e registrare la mia versione di “Choke”. Penso che una delle motivazioni per cui ai ragazzi piacqui e per cui mi scelsero fu che ascoltarono quello che facevo prima di loro: non si trattava di metal, facevo hardcore. Pensarono che non cercavo di imitare quello che facevano prima, pensarono di poter crescere con me, pensarono che avevo diversi range, tali da poter tentare un sacco di approcci diversi ed evolvere insieme. Questo era quello che stavano cercando veramente. Inoltre non ero mai stato in un grande gruppo, mi potevano modellare e potevamo crescere insieme.

RICORDI IL COGNOME DEL DAVIDE CHE HAI CITATO?
– Non ricordo bene, ma ha suonato in un gran gruppo chiamato Orange 9mm, andate a cercarli (Davide Gentile ha suonato il basso sui primi due album degli Orange 9mm, ndR).

SI DICEVA CHE UN ALTRO CANTANTE ITALIANO, ALEX GUADAGNOLI DEGLI ADDICTION 96, FECE UN PROVINO PER DIVENTARE IL NUOVO CANTANTE DEI SEPU.
– Non saprei, dovrei chiedere ad Andreas (fa il gesto della mano chiusa coi polpastrelli raccolti che si toccano, ridendo, un po’ per far intendere che non ne sa nulla un po’ per sottolineare ironicamente che stiamo di nuovo parlando dell’Italia, ndR). A Sao Paulo c’è una grande influenza italiana nella cultura, molte persone hanno origini italiane e specialmente in città anche parte del dialetto deriva dall’italiano, è diverso da Rio che è più influenzato dal portoghese. Un sacco di cognomi italiani, un sacco di gente col passaporto italiano. Non lo sapevo prima di trasferirmi laggiù, è stata una novità anche per me.

ABBIAMO TRA LE MANI UN BOX-SET CHE RIPERCORRE LA TUO PRIMO DECENNIO COME FRONTMAN DEI SEPULTURA. VORREI CHIEDERTI DI RIPERCORRERE QUEGLI ANNI, DAI TUOI RICORDI PIU’ VIVIDI A QUALCHE ANEDDOTO RIGUARDANTE I RELATIVI CICLI. PARTIAMO DA “AGANIST”, 1998.
– Un periodo pazzesco, in ogni aspetto. Nella musica, nella tecnologia, nell’industria musicale. Tutto stava cambiando radicalmente. C’è stato il passaggio ai CD, la trasformazione verso Pro Tools, l’avvento di internet, personal computer, telefoni cellulari. E’ stato un punto di svolta. E’ stato un periodo molto bizzarro e penso che molte persone fossero confuse. Anche la band era molto confusa perché i ragazzi avevano perso il management e il cantante. Quando arrivai l’etichetta non era convinta al 100% della mia persona! Un sacco di gente disse apertamente che pensava non fossi adatto. Io sapevo quello che pensavano ed ero davvero sotto pressione, quindi fanculo a loro. Credevo di avere degli amici che lavoravano nell’etichetta ma non era così, quindi la presi come sfida. “Questo mi farà fare meglio”, pensavo. Ci sentivamo contro il mondo intero, da questo sentimento è nato il titolo del disco. Volevamo spingere in avanti, contro tutte le stronzate che ci tiravano addosso. Avevamo un sacco di veleno dentro. C’era un sacco di movimento, eravamo indecisi sul dove registrare. Non ero nel gruppo dall’inizio del processo di scrittura, quindi mi ci sono dovuto buttare, entrando quando un sacco di cose erano già state fatte. Registrare in Brasile e a Los Angeles fu una gran bella esperienza, così come lavorare con Howard Benson che è stato il producer dei Motorhead, esperienza che ha avuto vita grazie al nuovo management in comune. Howard stava imparando a usare Pro Tools. Non dimentichiamo il viaggio all’isola di Sado, dove è stata registrata “Kamaitachi” assieme ai Kodo (un gruppo di percussionisti di tamburi giapponesi, ndR), oppure la collaborazione con Jason Newsted, con cui a casa sua abbiamo registrato “Hatred Aside”. Per me è stata un’esperienza incredibile, che mi ha proiettato al massimo dell’energia nel lavorare al disco successivo.

PARLIAMO DI “NATION”, DEL 2001.
– In quegli anni mi trasferii da New York in Brasile e dopo pochissimo ad Amsterdam. Registrammo a Rio De Janeiro con Steve Evetts: lo amavamo per le sue produzioni hardcore ma anche per la sua capacità di produrre rock e altre cose più melodiche. Volle provare un sacco di cose diverse con la mia voce. Abbiamo collaborato anche con gli Apocalyptica, scrivendo il tema e l’idea della nazione utopica Sepulnation: Andreas mandò loro dei pezzi acustici che vennero sviluppati ed elaborati. Abbiamo lavorato anche con Jello Biafra (Dead Kennedys, ndR), con Dr Israel (un musicista reggae, ndR). Abbiamo sperimentato il più possibile, con cover dai Bauhaus ai Black Flag ai Crucifix. Voglio citare l’artwork di copertina firmato da Shepard Fairey (artista e fondatore di Obey Clothing, ndR), di cui eravamo davvero fierissimi. Nonostante tutto questo l’etichetta, purtroppo, si dimostrò dubbiosa. Di nuovo. In quel momento fu chiaro che volevamo lasciare la Roadrunner. Avevamo un’opzione per un ultimo album ma decidemmo di proseguire per la nostra strada. Nonostante questo lo considero un periodo eccitante, abbiamo sperimentato diverse soluzioni per creare il nostro suono e ci siamo conosciuti più profondamente, anche come persone, attraverso un sacco di tour.

“ROORBACK”, 2003.
– Ci trovammo molto bene nel lavorare con Steve Evetts che registrammo un EP prima delle sessioni dell’album successivo, creando “Revolusongs”, un disco di cover di gruppi che hanno rivoluzionato il modo in cui ascoltiamo la musica, un po’ come fecero i Metallica con “Garage Days”. Scegliemmo canzoni non necessariamente metal, e fu molto divertente renderle nostre. Inoltre, arrivammo molto sciolti nell’andare a registrare “Roorback” in Brasile. Nuovamente cercammo di fare cose nuove: io imbracciai anche la chitarra in qualche canzone, come “Mind War” ad esempio. Non sono sicuro fossimo totalmente a fuoco, eravamo più cha altro spinti a cercare nuove soluzioni. Avevamo una nuova etichetta, la SPV. Per la copertina ci affidammo a un artista, da me suggerito, che proveniva dal mio quartiere a Cleveland.

“DANTE XXI”, 2006.
– Qui sperimentammo davvero il supporto della nuova etichetta, forti del nostro legame maturato in moltissime date. Decidemmo di far diventare produttore il nostro grandissimo ingegnere del suono che portavamo in tour, Stanley Soares. Per quanto riguarda il soggetto, si tratta di un concept. Pensammo a libri, a film, finché non mi venne l’idea di fare qualcosa che gravitava intorno al capolavoro di Dante Alighieri, “La Divina Commedia”. L’ho studiato a scuola e mi ha sempre colpito moltissimo, è un’opera rilevante ancora ai nostri tempi. Ci informammo moltissimo sui motivi per cui Dante scrisse La Divina Commedia, imparando moltissimo sulla sua figura. Questo ci aiutò nel processo di scrittura: riuscimmo a seguire Dante attraverso l’inferno fino alla sua via per il paradiso. Non sono sicuro che molti potessero comprendere davvero il progetto, ma è stato bello realizzare come parecchie persone l’avevano apprezzato davvero. La cosa ci galvanizzò: finalmente avevamo un’etichetta che ci supportava, un disco riuscito, avevamo centrato la musica e un concept album, con un’ottimo responso di pubblico e critica. Finalmente! Purtoppo accadde che Igor decise di lasciare la band e lo sostituimmo con Roy Mayorga: il tour europeo con gli In Flames fu un grande successo, ma con questa nuvola all’orizzonte non ci potemmo godere del tutto il momento. Quando la separazione avvenne, sbam! Punto e a capo!

INFINE “A-LEX”, 2009.
– Funzionò così bene avere un punto focale, ed aveva funzionato anche con “Roots”, che decidemmo di ripetere l’esperienza del concept album. Sentivamo che era una buona maniera di lavorare per noi, e ci focalizzammo sul libro di Anthony Burgess “Arancia Meccanica”. Restammo aderenti alla prospettiva del libro, che è diversa da quella del famoso film di Stanley Kubrick. Cominciammo a ricercare le motivazioni per cui Burgess scrisse questa storia, da cosa venne influenzato, e seguimmo la folle storia di Alex, dalla gioventù ribelle all’incarcerazione alla liberazione. Restammo fedeli al mood in cui il libro ci faceva immergere. Lavorare per la prima volta con Jean Dolabella, un batterista che non veniva dal mondo del metal con delle capacità immense ed un grandissimo groove, ci diede la possibilità di catturare molti degli elementi che potevamo trarre dalla lettura del libro.
E’ stato un viaggio pazzesco in questi primi album con la band, ho lavorato con moltissime persone ed è stato molto speciale costruire quella forza che ha permesso al gruppo di proseguire, arrivando dove siamo oggi.

PENSI CHE L’ABBANDONO DI IGOR SIA STATO IL MOMENTO PEGGIORE DI QUESTA FASE?
– Considerando quello che accadde in precedenza tra il gruppo e Max, penso sia stato molto peggio per i ragazzi. Igor decise di continuare col gruppo per almeno nove anni, e un sacco di gente se ne dimentica. Non è stata la parte peggiore. Ad un certo punto lo pensavo anch’io, ma non lo è stata. E’ stata una sfida, ma una sfida che potevamo affrontare perché amavamo davvero quello che stavamo facendo, sentivamo di essere su un’ottima scia. Dopo “A-Lex” abbiamo scritto “Kaios”, che ci fece sentire come se fossimo tornati dov’eravamo con “Dante”, in una situazione in cui alla gente interessa più la musica di questa line-up. Potrebbe essere stato anche il momento migliore perché eravamo tutti felici. Igor era contento di andarsene, era in uno stato mentale migliore per se stesso, stando con la sua famiglia e facendo quello che voleva fare. Noi eravamo felici di avere un batterista felice di essere presente, che aveva voglia di andare in tour, che aveva voglia di creare.

SEI NEL GRUPPO DA PIU’ DI VENT’ANNI ORMAI, MA C’E ANCORA NEGATIVITA’ VERSO DI TE E VERSO LA BAND. COME LA AFFRONTI?
– Ci sarà sempre negatività, penso sia parte della vita. Esistono persone negative in generale, sia che si tratti di musica, che si tratti di arte o che si tratti di rapporti interpersonali. Le persone negative sono sempre intorno a te. E’ uno stile di vita semplice quanto noioso. Anche se penso alla scena punk hardcore, in cui sono cresciuto, c’era sempre qualche personaggio molesto, che prendeva di mira la scena, il modo in cui ci vestivamo. Ho sviluppato una gran tolleranza sin dalla giovane età, ma devo dire che la negatività che mi tiravano addosso mi ha aiutato, mi ha spinto a sviluppare una personalità. Quel che fai come artista non soddisferà mai tutti. Non è quella la motivazione con cui creare. Avevo piena consapevolezza che sarebbe stata una strada difficile quella di unirmi al gruppo e convincere i fan, ma sapevo sarebbe accaduto perché i Sepultura avevano già una lunga ed incredibile carriera prima che arrivassi, avevo solo bisogno di far parte del processo, di evolvermi con loro e di creare così i fan avrebbero avuto una maggior consapevolezza di quello che stava accadendo. Oggi lo vedo quando suoniamo canzoni da “Against” o “Nation”: la risposta è diversissima da quella che avevamo ai tempi. So che stiamo percorrendo la strada giusta, so che le persone tornano indietro e riascoltano i dischi, e c’è anche una nuova generazione di ascoltatori che abbiamo portato a bordo che non ha mai visto la prima formazione dei Sepultura, partita da “Against”, “Nation” o anche dopo. Per loro quegli album sono gli album migliori, perché fanno parte della loro vita. Quando ci penso è bellissimo, mi ci posso identificare completamente: per me il miglior disco dei Metallica sarà sempre “Ride The Lightning” perché è legato al momento in cui ho scoperto il gruppo, anche se ho amato “Master Of Puppets” ed è un disco fenomenale. Esiste davvero una generazione che apprezza i Sepultura a partire dal momento in cui sono entrato, è il loro punto di riferimento. E’ anche bello comunque avere quelle persone che ascoltano i Sepultura dal primo album e, ascoltando “Quadra”, decidono di fare il cammino a ritroso perché si rendono conto di essere bloccati alla roba vecchia – che ritengo incredibile, un classico della musica metal – ma è anche bello ripercorrere l’intera storia. Per questo penso il box-set sia una bella idea, puoi ascoltare la storia dei Sepultura ed essere testimone della crescita, ripercorrere i picchi del gruppo e la strada percorsa.

A CHIUSURA DEL CERCHIO: COME CI SI SENTE AD ESSERE NEI SEPULTURA OGGI?
– E’ un gran, gran momento. Abbiamo il box-set in uscita, che aspettavamo da tempo. Abbiamo collaborato per la creazione dell’artwork, che ci piace tantissimo. Abbiamo “Sepulquarta” nei negozi, un disco di cui siamo molto fieri. Abbiamo una formazione incredibile. Abbiamo un team di persone incredibili con cui lavoriamo. La fiducia in noi stessi è ai massimi livelli, penso che stiamo facendo il miglior lavoro da quando sono entrato nel gruppo. Penso che il futuro sia luminoso, c’è un sacco di gente che aspetta il prossimo disco, il prossimo tour. Abbiamo molte belle proposte su cui lavorare nel futuro prossimo. Penso sia il momento migliore di sempre per me nel gruppo, sono onesto. Proprio ora.

QUANTI ANNI PENSI CHE POSSIATE AVERE ANCORA DAVANTI A VOI?
– Whoo! Chi lo sa, amico. Oggi ci sono tanti gruppi in grado di passare il test del tempo. Guarda i Metallica, gli U2, i Rolling Stones. Penso che finché avremo l’amore e la passione, finché ci divertiremo, potremo continuare serenamente.

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