SHINEDOWN – Verso l’infinito e oltre

Pubblicato il 16/05/2026 da

Sebbene siano ormai da tempo tra i pesi massimi della scena modern hard rock mondiale (con ventidue singoli in testa alle classifiche rock, sono davanti in questa graduatoria a Foo Fighters, Five Finger Death Punch, Metallica e Linkin Park) gli Shinedown sono sempre rimasti coi piedi per terra ed estremamente disponibili con tutti, dai fan ai giornalisti.
Anche in questa occasione, pur avendo sforato i venti minuti a nostra disposizione durante la chiamata Zoom, abbiamo dovuto per motivi di tempo limitare le domande che avremmo voluto a Brent Smith, frontman visibilmente entusiasta di “EI8HT” – ottavo album che ne consolida la leadership in ambito alternative rock/metal, portando avanti il percorso evolutivo degli ultimi quattro lavori con in più qualche gustosa novità a partire da una scaletta mai così abbondante – nonché profondo conoscitore di musica a tutto tondo, dalle moderne tecniche di marketing discografico fino alla storia del rock dagli anni Sessanta ad oggi.
In attesa di rivederli questo autunno nuovamente sui palchi italiani, frequentati spesso in passato, ma da cui mancano dai tempi della pandemia, a voi la sintesi della chiacchierata con il carismatico cantante.

AVETE INIZIATO A LAVORARE AL NUOVO ALBUM PRIMA ANCORA CHE USCISSE “PLANET ZERO”, GIUSTO?
– In realtà siamo stati in tour per tre anni e poi abbiamo iniziato a lavorare sul disco nuovo, che ci ha portato via un altro anno e mezzo.
Ci sono giusto un paio di canzoni che non erano state usate all’epoca perché semplicemente non erano giuste per “Planet Zero”: “At the Bottom”, ad esempio, dal mio punto di vista era perfetta come traccia di apertura, e quindi mi sono assicurato fosse la prima canzone del nuovo album. L’altra canzone che abbiamo recuperato, lavorandoci un po’ sopra, era “Back To The Living”, mentre tutto il resto del materiale è stato composto durante queste sessioni.

LE PRIME ANTICIPAZIONI RISALGONO A PIU’ DI UN ANNO FA..
– Sì, nel corso del 2025 abbiamo rilasciato quattro singoli, quindi quando siamo usciti quest’anno con “Safe & Sound” annunciando contestualmente l’uscita dell’album molti hanno pensato che sarebbe stato un lavoro con una decina di canzoni, di cui là metà già pubblicate; invece si sono trovati con una scaletta da ben diciotto brani, frutto di una mole di lavoro in studio enorme.
La verità è che ci piace sempre mantenere un certo grado d’imprevedibilità in quello che facciamo e continuare a stupire il pubblico.

DOPO DUE CONCEPT ALBUM SIETE TORNATI AD UN FORMATO PIU’ TRADIZIONALE…
– Sì, con “Attention Attention” avevamo scritto un disco che in realtà era più un racconto, mentre “Planet Zero” era un vero e proprio concept album, quindi stavolta abbiamo deciso semplicemente di scrivere le migliore canzoni che potessimo comporre, affrontando anche stili e tematiche che non avevamo mai sperimentato in precedenza.
Devo dire che è stato molto liberatorio, e il fatto di avere il nostro bassista, Eric Bass, come produttore ci ha permesso di sperimentare ancora di più coi suoni.

COME RIUSCITE A RESTARE COSI’ FRESCHI PUR POTENDO CONTARE SOLO SULLE VOSTRE FORZE? MOLTI VOSTRI COLLEGHI HANNO UNA PLETORA DI PRODUTTORI/COLLABORATORI AD OGNI NUOVO DISCO…
– Come sono solito dire gli Shinedown hanno un solo capo: il pubblico. Sentiamo molto la responsabilità nei confronti dei nostri fan, quindi negli ultimi vent’anni ci siamo sempre detti fra di noi che non faremo mai le cose ‘tanto per farle’, tipo scrivere tre singoli forti e poi qualche altro brano giusto per riempire la scaletta e far uscire un album.
Il nostro segreto per tenere l’asticella sempre alta è quello di stimolarci a vicenda e mantenere sempre il dialogo aperto tra di noi, come se fossimo sposati da vent’anni. Non è un caso che viaggiamo ancora tutti sullo stesso bus, prendiamo gli stessi aerei, non abbiamo camerini separati e alloggiamo negli stessi hotel. Stare insieme agli altri è la cosa fondamentale nella vita di una band – nel momento in cui smetti di parlare coi tuoi compagni è la fine – e anche per questo credo non sarebbe facile per noi scrivere con altre persone esterne alla band.
L’unica eccezione nel nostro caso è Dave Basset, di fatto il nostro quinto membro visto che è con noi dal ciclo di “The Sound Of Madness”.

MOLTE GIOVANI BAND PENSANO PIU’ AI SOCIAL E ALLO STREAMNING, MENTRE VOI AVETE GETTATO LE FONDAMENTA DEL SUCCESSO CON LE RADIO…
– Esatto, qualcuno ancora oggi non se ne rende conto, ma la radio è ancora il mezzo migliore per raggiungere il pubblico in Nord America: lo streaming può far conoscere i tuoi brani, ma è la radio che ti dà una carriera. Certamente non è facile arrivare in radio, devi sudartela, ma con i direttori artistici di molte emittenti siamo riusciti nel tempo a stabilire una relazione collaborativa: se sei disposto a suonare lì da loro, a prescindere dai mercati o dal format della radio o del programma, nel 90% delle volte ti accolgono a braccia aperte.
Provare ad ottenere un appuntamento con i responsabili dei servizi di streaming viceversa è molto più complesso: non voglio generalizzare perchè non è così per tutti, ma uno in particolare non ha mai risposto alle nostre chiamate, il che mi fa pensare non gliene importi nulla degli artisti. E poi c’è il tema delle playlist: l’altro giorno parlavo con un collega che mi diceva come fosse importante per la sua band essere nella playlist A, B e C, ma ciascuna di queste può avere un centinaio di pezzi; dal mio punto di vista è meglio essere in copertina, o comunque ai primi pezzi, su una specifica playlist che perdersi nel mucchio.

NEL 2028 “THE SOUND OF MADNESS” FESTEGGIA VENT’ANNI: COSA DOBBIAMO ASPETTARCI?
– Non posso dire ancora nulla, ma ti posso anticipare che abbiamo grandi piani per il ventesimo anniversario: ci sarà tutto quello che il pubblico si aspetta moltiplicato per un milione e lo porteremo in tutti i posti che vorranno averci (risate, ndr)!

SPERO ANCHE IN EUROPA E IN ITALIA, DOVE ORMAI MOLTE BAND NON VENGONO PIU’…
– Quando è arrivata la pandemia ho capito che sarebbe cambiato il modo di fare musica dal vivo: oggi organizzare un grosso tour è sei volte più costoso di quanto fosse nel 2019, ma d’altro canto, per quanto cerchiamo di tenere i prezzi sotto controllo, vogliamo al tempo stesso offrire il miglior spettacolo possibile a chi magari ha speso centocinquanta o duecento dollari per vederci.
Nel caso dell’Europa è ancora più complesso, dato che ci sono i costi di viaggio e magari i numeri sono diversi da quelli in patria, ma per quanto ci riguarda mancavamo da sette anni per cui abbiamo deciso che era il momento di tornare ad ogni costo, a prescindere da tutte le altre considerazioni.

HAI SUONATO DI RECENTE “SIMPLE MAN” CON I LYNYRD SKYNYRD, CHE AVEVATE COVERIZZATO NEL PRIMO ALBUM: E’ UN CERCHIO CHE SI CHIUDE?
– Beh, ogni singolo giorno che posso passare con Johnny Van Zant è un bel giorno, visto che è uno dei miei idoli.
La perdita di Gary Rossington (chitarrista dei Lynyrd Skynyrd scomparso nel 2023, ndr) è stata un terribile colpo per tutti, essendo uno dei membri fondatori, ma anche Johnny (Van Zant, cantante, ndr) è lì da decenni e ha tenuto alta la bandiera, così come Ricky Medlocke (chitarrista, ndr) era entrato nella band negli anni ’70, per poi uscire e rientrare.
E’ stato un modo per onorare la band e la musica che hanno scritto: è stato bellissimo poterlo fare a Welcome to Rockville, quando sono venuti sul palco con noi, così come poter andare al Ryman qualche anno fa e suonare con loro lì sul palco, mentre celebravano i cinquant’anni dei Lynyrd Skynyrd.

PARLANDO DI PERDITE, COME HAI VISSUTO LA PREMATURA SCOMPARSA DI BRAD ARNOLD, CANTANTE DEI 3 DOORS DOWN?
– Mi sento davvero fortunato ad aver potuto parlare con lui un paio di settimane prima che morisse. Abbiamo fatto una conversazione di due ore e mezza. Lui è stato probabilmente il mio più grande mentore all’inizio della mia carriera, dato che abbiamo fatto un tour con loro quando eravamo solo al primo disco (“Leave A Whisper”, del 2003), mentre all’epoca loro stavano spaccando ovunque.
Quel tour per noi doveva durare due settimane ma alla fine siamo rimasti con loro nove mesi, e siamo passati dall’essere la prima delle quattro band ad esibirsi a diventare, negli ultimi due mesi, il main support della serata.
È una perdita assolutamente devastante, e quando ho saputo tutto quello che stava succedendo ammetto che mi sono fatto un sacco di domande, anche perchè la sua morte è immotivata, ingiusta. A volte le rockstar hanno uno stile di vita dissoluto, ma Brad era in salute: gli piaceva rilassarsi, divertirsi ogni tanto, ma era sobrio da anni.
Non sappiamo mai quando arriverà il nostro momento, ma per lui è stato troppo presto. Tuttavia ci ha lasciato un’eredità di musica, e possiamo ‘andare a trovarlo’ ogni volta che vogliamo. E io sento la sua presenza ogni giorno, davvero. È stato uno degli uomini migliori che io abbia mai conosciuto. Mi manca tantissimo, ogni giorno.

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