STEFANO CERATI – Una vita per il metal

Pubblicato il 14/12/2019 da

In occasione dell’uscita del suo libro “Heavy Metal: 50 anni di musica dura” (qui recensito), abbiamo contattato Stefano Cerati perché ci raccontasse la genesi di questa “summa” dedicata al nostro genere preferito, ma anche la sua vita di giornalista musicale, dato che poche firme hanno alle spalle una storia lunga e gloriosa come la sua. Nell’intervista che segue, informale, spontanea e ricca come tante chiacchiere che ci è capitato di scambiare con lui di persona in questi anni, Stefano dimostra ancora una volta la sua passione per il rock e il metal a 360° (o quasi…) e per molte altre forme espressive: in primis la carta stampata, di cui la sua rivista Rock Hard resta l’ultimo baluardo, per gli appassionati di metal, ancora presente in edicola.

CIAO STEFANO, SEI SICURAMENTE UNA DELLE FIRME PIÙ NOTE E COMPETENTI DEL GIORNALISMO MUSICALE METAL ITALIANO. PRIMA DI PARLARE DEL TUO NUOVO LIBRO, TI ANDREBBE DI RACCONTARE AI NOSTRI LETTORI PIÙ DISTRATTI COM’È NATA LA TUA PASSIONE PER QUESTA MUSICA E COME NE HAI FATTO UNA PROFESSIONE?
– La passione è nata quando ho ascoltato “Immigrant Song” dei Led Zeppelin e “Black Sabbath” dei Black Sabbath nel lontano 1974. Lì ho capito che cosa mi piaceva veramente della musica: potenza, chitarre forti, voce urlata, testi oscuri, terrorizzanti, epici, qualcosa che mi esaltasse o mi desse un brivido lungo la schiena. La prima cosa che mi ha colpito, allora avevo 12 anni, era l’aspetto fisico dell’heavy metal, la sua forza primordiale.  Da allora è stata un’escalation con tutti i grandi degli anni ’70, poi la NWOBHM, il thrash, il metal estremo, ma anche le nuove correnti, il crossover, il grunge, il nu metal, l’hardcore. Ci sono tanti modi diversi di fare buona musica dura e pesante. Anche se io mi sono sempre considerato un fan del rock e poi anche dell’heavy metal. Ascolto anche tanta roba al di fuori dell’heavy metal. Quanto all’inizio della mia attività giornalistica, è cominciata nel 1994, in età adulta, avevo già 32 anni, un’età in cui in genere si smette di scrivere non si comincia.  Nel 1994 ero già da moltissimi anni un lettore accanito di tutte le riviste rock. Da piccolo leggevo Ciao 2001, poi Rockerilla dove c’era anche una sezione al fondo, “Hard and Heavy”, dedicata alla musica dura. Era lì che si trovavano le novità discografiche più interessanti, quelle underground di cui le grosse testate non parlavano. E per musica underground nuova nei primi anni ’80 parliamo di tutta la NWOBHM, quindi anche gli Iron Maiden, i Samson, i Diamond Head, i Raven , i Tygers of Pan Tang, poi c’era anche una sezione dedicata al metal estremo dove trovavo Venom, i Mercyful Fate, i Bathory, Celtic Frost, Metallica, Slayer, Exodus, il primo thrash tedesco, tutta roba fighissima snobbata come rumore dai grandi media. I miei recensori preferiti erano Claudio Sorge e Beppe Riva e compravo sempre i dischi che suggerivano loro. Scrivevano benissimo e ti facevano davvero “vivere” un disco e non si riferivano solo alla musica, ma al tipo di sensazione che questa dava e a che tipo di mondo apriva. Col tempo sono orgoglioso di dire che sono diventati degli amici. Ho lavorato con Claudio a Rumore per dieci anni e anche ad altri suoi progetti editoriali come Metallic KO e Punkster. Quindi leggevo tanto, H/M, Metal Shock e Flash erano le mie bibbie, assieme a Rockerilla e Rumore. Compravo almeno 4/5 riviste al mese. Non pensavo di poter scrivere perché non credevo di poter essere bravo come i miei maestri. Ma quando Klaus Byron ha scritto sulla rivista che Flash cercava collaboratori, ho mandato una lettera parlando di me e dei miei gusti. Klaus mi ha risposto subito e mi ha reclutato. Da lì il resto è storia. 5 anni a Flash dal 1994 al 1999, passando ogni tanto per Metal Shock, brevi parentesi a DistortioN, Metal Force e Psycho (sotto pseudonimo), poi Rumore dal 2000 al 2010 e infine Rock Hard dal 2002 in poi.

COM’È LA GIORNATA TIPO DI UN GIORNALISTA MUSICALE “A TEMPO PIENO”?
– C’è un vecchio detto che recita: “fai una cosa che ti piace e non lavorerai un giorno in vita tua.” E il mio lavoro è la mia passione, il rock e il metal, e quindi sono contentissimo di fare ciò che amo. La giornata tipo, a casa davanti al pc, inizia sempre con le cuffie per ascoltare le novità. Ascolto musica tutto il giorno. Una buona parte del lavoro è ovviamente scrivere, recensioni, articoli, interviste, ma c’è anche tanto lavoro di pubbliche relazioni con uffici stampa, case discografiche, i miei soci, i collaboratori, i promoter e via dicendo. Diciamo che la mattina che è più calma preferisco scrivere e mi concentro di più. Il pomeriggio quando tornano i miei figli da scuola è più incasinato perché spesso c’è da fare qualcosa per loro o in casa. Quindi il pomeriggio raramente scrivo articoli, ma scrivo mail a tutti i contatti di cui sopra. Poi ci sono le interviste, ormai Skype ha sostituito il telefono, ed è sempre il momento migliore quando parli di musica con un artista che ha il piacere di parlarne. Infine se c’è un concerto la sera, è sempre un ottimo modo per vedere amici e farsi qualche birra. In realtà è un lavoro da ufficio, o meglio da scrivania perché io lavoro da casa. Ma è comunque un lavoro da tempo pieno 8/10 ore al giorno, e magari, se devo chiudere il numero, anche il weekend perché ci sono mille cose da fare, cercare pubblicità, farla arrivare, controllarla, correggere gli articoli dei collaboratori e gli impaginati. Certo c’è anche qualche attività più noiosa, la parte migliore è scrivere, ma essendo un editore e non solo un giornalista, faccio anche altre cose per la rivista. In realtà scrivere per RockHard non mi porta via più di due settimane al mese. Il resto del tempo lo impiego per scrivere i miei libri.  Come diceva Stephen King: “uno scrittore, scrive sempre”. Lui dice di scrivere otto ore al giorno tutti i giorni e sicuramente, visto che è uno scrittore che mi piace molto, è un’ispirazione e io cerco di fare altrettanto.

QUANTI ALBUM ASCOLTI E A QUANTI CONCERTI ASSISTI, IN MEDIA, IN UN ANNO?
– Fino a qualche tempo fa non ne avevo un’idea precisa e allora da qualche anno mi sono messo a quantificare il mio consumo di rock/metal. In un mese ascolto una media di 50 dischi tra nuovi e ristampe, quindi diciamo sui 500/600 dischi all’anno. E certo i dischi, almeno quelli belli e quelli da recensire, li ascolto più volte. Ma, se posso, cerco di stare alla larga da dischi brutti, il tempo è prezioso e voglio impiegarlo ad ascoltare qualcosa di bello. Quanto ai concerti, anche qui sarò sui 50 all’anno. Le band che vedo in un anno sono decisamente di più, almeno 200/300, se pensi che vado a 4/5 festival all’anno e li conto come 1 anche se all’Hellfest o al Roadburn vedo 30/35 band in 3 giorni. Ho sempre visto tanti concerti perché è il momento migliore. Vedi se una band ci sa fare sul palco, se sa suonare veramente e se sa eccitarti. Le sensazioni che hai davanti a un palco nessun DVD te le può dare. Anche quando i concerti li pagavo vedevo 40/50 concerti all’anno, arrivando anche a 80/100 quando ero single (ride, ndR)!.

IL TAGLIO CHE HAI DATO A “HEAVY METAL: 50 ANNI DI MUSICA DURA” È MOLTO PARTICOLARE E INTERESSANTE. INVECE DI UNA STORIA DEL METAL DALLE ORIGINI A OGGI, HAI SCELTO DI PUNTARE L’ATTENZIONE SULLE TEMATICHE, L’ESTETICA E LA FILOSOFIA CHE CONNOTANO I DIVERSI SOTTOGENERI E LE BAND, CON UNA RICERCA MOLTO APPROFONDITA E COLTA. COME MAI QUESTA SCELTA?
– Normalmente quando si parla di heavy metal, se ne parla con riferimento ai veri sottogeneri stilistici, power, thrash, death, doom e così via. Invece io ho voluto seguire un approccio testuale o, se vogliamo, di mondi di riferimento. Che cosa hanno in comune Hawkwind e Manowar? La heroic fantasy. Che cosa hanno in comune Voivod e Fear Factory? La fantascienza. Che cosa hanno in comune Obituary e My Dying Bride? La morte. E così via. Ho aperto alle innumerevoli connessioni del metal con la letteratura, l’arte, il cinema e i fumetti perché da sempre penso che l’heavy metal, non sia solo musica, ma un mezzo di comunicazione, che apre mondi diversi tra loro interconnessi. Volevo che anche chi conosce il genere, lo vedesse in modo diverso e possibilmente più ampio. La scelta, per così dire, “culturale”, di citare molti riferimenti letterari, scrittori, pittori e artisti è data proprio dalla volontà di fare capire all’uomo della strada che l’heavy metal non è (solo) rumore, ma è una forma d’arte estrema che coinvolge a sua volta altre forme d’arte. L’heavy metal per me è un canale espressivo molto vario e complesso.

SAPPIAMO CHE SEI UN AVIDO LETTORE E UN APPASSIONATO DI CINEMA. COME LEGHI QUESTE PASSIONI AL TUO LAVORO, ANCHE ALLA LUCE DEL TAGLIO EDITORIALE DATO AL LIBRO?
– Come dico sempre agli amici al pub, e come ho detto anche nell’introduzione del libro e in fase di presentazione, perché, se esce un film dell’orrore, di crime, di violenza, la gente lo apprezza e se gli stessi argomenti sono trattati nel metal no? Perché la gente apprezza giustamente autori come Bret Easton Ellis, Stephen King, Clive Barker, HP Lovecraft, Don Winslow, Isaac Asimov, James Ellroy, Michael Connelly o Kafka? Perché parlano delle stesse cose del metal: morte, distruzione, guerra, satanismo, religione, lotte in mondi lontani, fantascienza.  Ma soprattutto parlano del lato più oscuro della natura umana e di tutte le sue pulsioni più aggressive. Tutti questi soggetti sono ricorrenti sia in cinema che in letteratura, anzi hanno creato dei sottogeneri a parte. Perché la gente deve amare un film dell’orrore e King Diamond no?  Non l’ho mai capito. È la stessa cosa. Solo che il “rumore” di King Diamond dà fastidio, a volte anche ipocritamente in modo puritano o per partito preso, mentre per un bel film di Tarantino, di Dario Argento o Lucio Fulci dove c’è una carneficina la gente applaude. A me sono sempre piaciuti i fumetti Marvel dei supereroi. Mi piaceva Hulk perché spaccava tutto. Hulk era un metallaro. E mi piacevano i nemici dell’Uomo Ragno, erano i migliori. Esseri potentissimi, spesso trasformati grazie a qualche esperimento genetico e qualche errore scientifico. Erano malvagi, personaggi sempre in bilico tra horror, sci-fi e crime. Li adoravo. Ho sempre letto di sci-fi, crime, horror, guerra, heroic fantasy. Allo stesso modo sono i miei gusti al cinema. Mi piacciono gli stessi generi, perché mi piacciono situazioni dove c’è lotta, c’è violenza, c’è orrore, c’è paura, c’è tensione, c’è suspence. E tutti questi elementi li puoi ritrovare nel metal. Nessun altro genere musicale ti dà una serie così completa di sentimenti così forti.

È GIUSTO CONSIDERARE QUESTO LIBRO IL TUO MAGNUM OPUS, UNA SUMMA DI TUTTI QUESTI ANNI PASSATI A SCRIVERE DI METAL?
– Questo libro è un mio atto d’amore verso una musica e un’attitudine “contro” e da “fuorilegge” che amo. L’heavy metal è nato per essere politicamente scorretto, per dare fastidio ed è il mio modo per dare dignità artistica a un genere che è sempre stato maltrattato o ignorato dalla critica colta, e spesso anche dalla stessa critica rock. Non dimentichiamo che al loro apparire sulla scena gli album di Led Zeppelin e Black Sabbath furono stroncati da quasi tutti i giornalisti. L’heavy metal è sempre stato la musica della gente, non dei critici con la puzza sotto il naso. Ho passato 45 anni ad ascoltare questa musica e lavoro in questo campo ormai da 25 anni e quindi penso di avere un bagaglio di conoscenze molto ampio di questo fenomeno musicale e, per rispondere alla tua domanda, sì, questo è il mio libro definitivo sull’heavy metal, dove ho messo dentro non dico tutto quello che so su questa musica, ma sicuramente tutto ciò che volevo che la gente sapesse su questa musica. Strano a dirsi questo non è un libro (solo) per i metallari, anzi nelle mie intenzioni questo è un libro per l’uomo della strada che di questa musica ha avuto sempre paura.

UNA DOMANDA CHE PREVEDE UNA RISPOSTA A METÀ STRADA TRA IL PROFESSIONISTA E IL SEMPLICE APPASSIONATO DI METAL: QUALI GENERI PREDILIGI E TI DIVERTI ANCORA A SEGUIRE, SIA IN TERMINI DI NUOVE USCITE CHE DI CONCERTI?
– Faccio una premessa. Gli unici generi che riconosco sono: musica buona e musica cattiva. Rinchiudersi in un sottogenere è limitante. Per dirti il menu di questa mattina, mentre sto scrivendo adesso, comprende Lee Aaron, Mortem, Leprous, Exhorder, Esoteric e Michael Schenker. Ciò detto, so benissimo che esistono sottogeneri e, visto che di nuovo, nel senso di musica che prima non esisteva, c’è poco, oggi preferisco “rifugiarmi” nella musica che deriva dagli anni ’70, il retro rock, l’heavy psych o il doom. Sono in effetti un vecchio hippie e sono cresciuto con il rock degli anni ’70, la musica della mia adolescenza e quella resterà sempre la mia preferita. A tal punto mi piace ascoltare questi sottogeneri che vado sempre a festival a tema come il Roadburn, il Desertfest, l’Hammer Of Doom o frequento spesso il Valley all’Hellfest. Ci sono generi che ormai hanno espresso tutto quello che potevano dire come il thrash, il death o il power metal. Ammetto che questi sono generi che oggi ascolto poco, se non per lavoro appunto, ma se devo ascoltare un bel disco thrash o death, ne prendo uno degli anni ’80. Tra i sottogeneri seguo costantemente il black perché, fra tutti, è stato l’unico capace di evolversi contaminandosi con altri generi come l’elettronica, lo shoegaze, la musica classica o il drone. Penso a band molto interessanti come Botanist, Liturgy, Wolves in the Throne Room, Lesbian, il cascadian metal in generale. Il “nuovo” black metal americano è interessante perché viene da una prospettiva diversa da quella scandinava. Band come Leviathan, Nachtmystium, Xasthur hanno portato linfa nuova al genere. In Europa mi piacciono molto gli Oranssi Pazuzu, gli Zemial e i Watain ad esempio.  Quindi ascolto roba molto classica o, al contrario, molto sperimentale.

ROCK HARD, PER CUI SCRIVI E DI CUI SEI EDITORE, È L’ULTIMA RIVISTA RIMASTA IN EDICOLA A PARLARE DELLA “NOSTRA” MUSICA. COME VEDI IL FUTURO DELLA CARTA STAMPATA, E QUALI DIFFERENZE IN TERMINI DI FRUIZIONE RISPETTO AI SITI SPECIALIZZATI?
– Non mi nascondo dietro un dito. La crisi della carta stampata è evidente, i lettori sono in calo in tutto il mondo e lo sono anche in Italia. Non sono contento che Rock Hard sia l’unico mensile rimasto in Italia, la concorrenza e il pluralismo fanno bene, ma se siamo rimasti vivi è solo grazie alla nostra tenacia. Non pretendiamo di essere più bravi o più competenti degli amici di Metal Hammer, Metal Maniac, Metal Shock, Flash, Hard o Psycho che hanno chiuso. Siamo solo più testardi e resilienti. Siamo molto attenti ai costi, ai ricavi e in generale al funzionamento economico della rivista.  Sia io che il mio socio Maurizio De Paola siamo laureati in economia. Io ho lavorato come consulente di direzione aziendale e nel marketing, lui ha lavorato in banca per dieci anni. Quindi diciamo che un po’ di esperienza di bilanci, cash flow, business plan ce l’abbiamo. Credo che la ragione per cui siamo ancora sul mercato è perché siamo molto attenti a una gestione economica e finanziaria sostenibile.  Siamo anche molto organizzati. Barbara Francone, l’altra mia socia e caporedattrice, è una macchina da guerra, veloce, precisa, instancabile. È la persona più efficiente con cui abbia mai lavorato in vita mia. E includo anche gli ambiti di lavoro precedente più “istituzionali”.  Il futuro della carta stampata non è roseo, ma resisteremo. Le differenze tra carta stampata e web sono tantissime. Mi piace dire che la carta stampata esisterà finchè esisteranno i gabinetti, i tram e le sdraio. Certo mi posso portare anche un tablet, un pc o un e-reader sotto l’ombrellone (mia moglie lo fa) ma a me non piace.  Mi piace sentire frusciare la carta, vedere le immagini grandi, mi piace il peso di un libro o di una rivista, mi piace la sensazione di durevolezza che dà la carta. Ho la cantina piena di tutte le riviste italiane e ed estere che ho collezionato in tutti questi anni. Mi dà soddisfazione allo stesso modo di quando guardo i vinili, i cd, i dvd delle mie librerie. Gli mp3 non mi danno soddisfazione, non so neanche quanti ne ho, forse decine di migliaia. Sono comodi, certo, ascolti la musica così col pc, sul cellulare, in auto col bluetooth ma “non mi appaga”; così come, con tutto il rispetto, non mi appaga il web con la sua dispersione, dove tutto dura un attimo, dove la soglia di attenzione a una news o una intervista è bassissima. Mi piace ciò che è fatto per restare e internet è per l’oggi non per il domani.  Mi piace pensare che chi legge una rivista sia più legato all’aspetto fisico della musica e compri cd e vinili mentre chi frequenta un sito sia più legato alla fruizione digitale e “incorporea” della musica. Il fatto poi che il web offra uno spazio virtualmente illimitato per me non è un vantaggio perché diventa tutto troppo dispersivo perché “avere tutto è come non avere niente”. Le riviste, la carta stampata, offrono invece una selezione di ciò che è più interessante e di ciò che non lo è. Dove la rete è imbattibile è ovviamente sulle news, spesso in tempo reale, e in effetti anch’io leggo quotidianamente, spesso la mattina presto, le news del mondo metal su Blabbermouth, Metal Sucks o anche i siti italiani come Metalitalia. Su quello il web è molto utile perché ti dà informazioni immediate, ma se devo leggere una recensione, un articolo o un’intervista, no way, sceglierò sempre la carta stampata. Però come sta tornando il vinile – le sue vendite sono in crescita – spero che anche un pubblico più giovane, moderno e tecnologico, possa scoprire la bellezza di tenere tra le mani un libro o una rivista, sfogliarla, collezionarla e magari riguardarla così come si riguardano le foto dei vecchi viaggi dove ci si è divertiti e si è stati felici.

E, PIÙ IN GENERALE, QUALE FUTURO IMMAGINI PER IL METAL? PENSI CHE CI POSSA ESSERE IN FUTURO UNA NUOVA ERA D’ORO CON BAND ENORMI CHE SCALANO LE CLASSIFICHE ANCHE GENERALISTE, O SARÀ SOLO L’UNDERGROUND A TENERE VIVO IL NOSTRO GENERE PREFERITO?
– È sotto gli occhi di tutti che stiamo vivendo una corsa ad eliminazione. I grandi musicisti e le grandi band degli anni ’70 e ’80 diventano vecchi, muoiono o si ritirano. Già adesso siamo senza, o staremo per fare a meno presto, di Ronnie James Dio, Motorhead, Black Sabbath, Kiss, Lynyrd Skynyrd, Twister Sister, Slayer e così via. E fra 5 massimo 10 anni non ci sarà più tutta la generazione degli anni ’80. Onestamente non ho voglia di vedere gli Iron Maiden a 70 anni sul palco.  Le band “ecumeniche”, quelle che mettevano tutti d’accordo come negli anni ’70 e ’80 non esistono più, oggi la gente segue solo un sottogenere o due, mancano le personalità di spicco. Non ci saranno più i Metallica, gli AC/DC, i Kiss o Guns n’Roses che piacciono a tutti. Certo band che nascono ce ne sono sempre.  Ma permettimi di dire che la loro qualità non mi pare all’altezza delle vecchie generazioni. Poi è anche una questione di gusti, ma parlando di band da arena da 10.000 persone, chi c’è? Nightwish, Avenged Sevenfold, Slipknot, Alter Bridge, ma stiamo parlando di band con 20 anni di carriera alle spalle. Solo i Rammstein sono passati agli stadi, ma anche loro hanno 20 anni di carriera. Delle band giovani non vedo nessuno che abbia la personalità per prendere il posto dei vecchi idoli. Five Finger Death Punch? Bravini, ma sono i Pantera di seconda scelta. I Greta Van Fleet? Bravini, ma copiano i Led Zeppelin dalla A alla Z. Le Babymetal? Bello spettacolo, molto coreografico, ma la musica? Stendiamo un velo pietoso.  Chi c’è d’altro che può arrivare sul main stage dei grandi festival estivi? Non mi viene in mente nessuno, forse i Volbeat (ma non in Italia). No, il futuro non è roseo per il metal. L’underground è sempre vivo, ma la differenza è che una volta l’underground, parlo degli anni ’80, erano gli Slayer, i Metallica, i Kreator, i Celtic Frost, i Venom, che poi arrivavano presto a suonare su grossi palchi. Oggi paradossalmente, perché c’è un’offerta enorme, ci sono meno chance per una band di emergere perché le case discografiche non investono più.  Prima devono vedere un milione di visualizzazioni di un video su YouTube e poi possono pensare di investire. È un discorso molto lungo, che comunque affronterò in uno dei miei prossimi libri.  Io comunque mi diverto ancora a “scoprire” band nuove e vederle sui piccoli palchi di fronte a 50 persone… la voglia di scoprire nuova musica, la curiosità non mi manca.

DIMMI LE TRE BAND CHE TI HANNO CAMBIATO LA VITA, ALTRETTANTE CHE TROVI TRISTEMENTE SOTTOVALUTATE E, OVVIAMENTE, I TRE NOMI DI CUI NON TI SPIEGHI IL SUCCESSO.
– Band della vita, che sono state amore al primo ascolto e mi hanno cambiato la vita, te ne do tre per decennio.  Anni ’70: Led Zeppelin, Black Sabbath, Sex Pistols. Anni ’80: Iron Maiden, Motorhead, Slayer. Anni ’90: Rage Against the Machine, Tool, Nine Inch Nails. Band sottovalutate ce n’è una tonnellata. Se avessi la bacchetta magica avrei dato il grande successo a Celtic Frost, Voivod e Angel Witch.  Di band di cui non mi spiego il successo, anche qui è pieno, ma forse è colpa mia perché non mi piace il loro genere.  Le ho menzionate anche prima: Five Finger Death Punch, Babymetal e Nightiwsh.

SE FOSSI FOLGORATO OGGI DAL METAL, CON UNA TRENTINA DI ANNI IN MENO, COME TI VEDRESTI? AVRESTI PROVATO A SUONARE (ESPERIENZA CHE, SE NON SBAGLIO, È L’UNICA CHE TI MANCA)? AVRESTI SCELTO SEMPRE L’AMBITO GIORNALISTICO O COS’ALTRO?
– Non ho mai provato a suonare, forse perché pensavo di non avere le capacità. Ognuno deve cercare di capire nella vita per che cosa è portato. Sentivo che suonare non era la mia strada. Scrivere era la mia strada. Sono sempre stato bravo in italiano, ho anche fatto il liceo classico e quindi ho una buona formazione di base. Ho sempre letto molto e leggendo si impara anche a scrivere e mi ricordo che già quando ero al liceo dicevo che avrei voluto fare il giornalista e lo scrittore. Ci sono arrivato molti anni dopo, ma ci sono arrivato. Col senno di poi dopo l’università, finita nel 1986, quando stava nascendo l’editoria musicale rock/metal in Italia, avrei dovuto cominciare subito a lavorare in quell’ambito, magari aprire io stesso una rivista invece che perdere tempo in lavori in ufficio che non mi interessavano e perseguire una carriera istituzionale solo per fare piacere ai miei genitori.  Se avessi 25 anni oggi, nel 2019, non aprirei una rivista musicale ma un negozio di dischi, solo di vinile, e un’etichetta… ma questo lo posso ancora fare (ride, ndR). Nel metal ho fatto di tutto: giornalista, ufficio stampa, deejay, speaker a Rock FM per cinque anni, ho avuto un mail order, una distro e un’etichetta, ho lavorato come consulente per promoter di concerti, ho perfino lavorato in produzione e come servizio d’ordine ai concerti. Sono contento di tutte queste esperienze perché mi hanno dato tanti angoli diversi da cui guardare la musica.

MENTRE SCRIVIAMO, È GIÀ USCITO UN TUO NUOVO LIBRO DEDICATO AL DOOM. QUALI SONO GLI ALTRI PROGETTI FUTURI CHE HAI IN CANTIERE?
– Entro fine anno uscirà il libro sui testi commentati degli Iron Maiden, poi per il 2020 ho in programma altri 4 libri, uno sulla storia delle riviste metal in Italia, raccontato direttamente dai protagonisti, i 100 migliori dischi nu metal/crossover, poi Black Mass, la storia dell’Occult Rock e infine La Fine del Rock, un libro di critica sulla situazione del rock/metal attuale.  Ho anche già schedulato i libri per il 2021, ma lasciamo un po’ di suspence, è presto per parlarne. Se volete comprare i miei libri, specialmente “Heavy Metal: 50 anni di musica dura” e “I 100 migliori dischi Doom” potete farlo andando sul sito www.rockharditaly.com o scrivermi direttamente a stefanocerati@rockharditaly.com. Avrete un piccolo sconto e la copia firmata e con dedica. Grazie a Metalitalia per l’intervista e grazie a tutti coloro che avranno la voglia di leggerla!

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