STIGMATIZED – La città verrà distrutta all’alba

Pubblicato il 13/06/2020 da

“…a Wall of Falseness”, prima prova sulla ‘lunga’ distanza dei cagliaritani Stigmatized, rientra di diritto fra i dischi grindcore più esplosivi e interessanti giunti in redazione negli ultimi mesi. Un concentrato di scuola americana e scandinava che non fa letteralmente prigionieri e che serve sul piatto una manciata di brani tanto crudi e parossistici quanto freschi e ingegnosi, frutto di una band evidentemente ambiziosa a cui i confini nazionali stanno già piuttosto stretti. In attesa di capire cosa riserverà loro il futuro, ecco il resoconto della chiacchierata avvenuta qualche settimana fa…

INIZIAMO CON LE PRESENTAZIONI: COME, QUANDO E PERCHÈ NASCONO GLI STIGMATIZED?
– La band nasce nel 2015 da un’idea di Marco (basso). L’obbiettivo era quello di suonare un grindcore classico con influenze punk hardcore all’italiana, spinti dal potere catartico, dall’energia e dall’impatto sonoro che il genere regala, soprattutto in sede live.

“…A WALL OF FALSENESS”, IL VOSTRO DISCO D’ESORDIO, È STATO APPENA PUBBLICATO DAI RAGAZZI DELLA FRESH OUTBREAK RECORDS. VI ANDREBBE DI PARLARCI DELLA SUA GENESI E DEL PROCESSO CHE LO HA VISTO CONCRETIZZARSI?
– Una volta ultimate le registrazioni del nostro primo EP “Slavery” (2016) e dopo aver consecutivamente affrontato diversi live, sia locali che in Penisola (compresi due tour, l’ultimo dei quali assieme ai fratelli 217 di Pescara), ci siamo subito dedicati alla scrittura dell’album. La gestazione del disco ha portato con sé non poche vicissitudini che ne hanno, per forza di cose, rallentato nettamente la produzione, ma dopo aver ristabilizzato la formazione siamo finalmente entrati ai Cut Fire Mixing Studio per concretizzare il tutto. Alberto, amico e collaboratore da tanto tempo ormai, non solo si è occupato mirabilmente della console, ma ci ha dato un’utilissima mano nel rendere le registrazioni più comode e nel creare un’atmosfera familiare, che ci ha portato a finire il disco in tempo record (3 giorni). Ora siamo in attesa delle copie fisiche che arriveranno a brevissimo.

UNO DEI PUNTI DI FORZA DELL’ALBUM È SICURAMENTE LA PRODUZIONE. COME CI AVETE LAVORATO E – PIÙ IN GENERALE – CHE PESO ATTRIBUITE A QUESTO ASPETTO DEL PROCESSO CREATIVO? SOPRATTUTTO NEL VOSTRO GENERE, NON È RARO IMBATTERSI IN RESE SONORE APPROSSIMATIVE O LASCIATE AL CASO…
– L’aspetto sonoro era sicuramente quello su cui puntavamo più di tutti. Il nostro desiderio era quello di continuare a mantenere la stessa linea da cui eravamo partiti, virando però verso un sound più al passo coi tempi. Sotto questo aspetto, abbiamo lavorato parecchio in studio assieme al fido Alberto Bandino (Cut Fire Mixing Studio), che ha curato registrazione/mixing/mastering e il cui aiuto è stato determinante nel coadiuvare il caos e la devastazione del death-grind, mantenendo comunque una qualità sonora che non scadesse nel mero lo-fi.

IN SEDE DI RECENSIONE, HO CITATO ROTTEN SOUND E FULL OF HELL PER DESCRIVERE LA VOSTRA PROPOSTA. QUALI RITENETE ESSERE LE VOSTRE PRINCIPALI FONTI DI ISPIRAZIONE? CI SONO GRUPPI A CUI VI SENTITE PARTICOLARMENTE VICINI, SIA MUSICALMENTE CHE CONCETTUALMENTE?
– Rotten Sound e Full Of Hell sono indubbiamente due band che tutti noi abbiamo ascoltato alla nausea e da cui abbiamo preso forte ispirazione, in maniera sia diretta che indiretta. Negli ultimi anni abbiamo letteralmente consumato i loro dischi, soprattutto gli ultimi lavori dei Full Of Hell, che li hanno consacrati a band di punta del genere. Il loro forte senso della sperimentazione ed il loro approccio musicale ‘nevrotico’ ci hanno notevolmente influenzati. Se dovessimo citare altre band a cui dobbiamo tanto, sotto molti punti di vista, sarebbe d’obbligo nominare Napalm Death, Cripple Bastards, Nasum, Cattle Decapitation, Pig Destroyer, Brutal Truth, Assück, Extreme Noise Terror, Magrudergrind… ma la lista è davvero infinita.

ANCHE DA UN PUNTO DI VISTA GRAFICO L’ALBUM SI PRESENTA IN MANIERA MOLTO CURATA. CHI SI È OCCUPATO DELLA COPERTINA? LA MASCHERA ANTIGAS È UN OMAGGIO AI NASUM DI “INHALE/EXHALE”?
– La copertina è stata realizzata dal nostro carissimo amico Francesco Curreli (ISLTN), che dagli albori si occupa dell’intero aspetto grafico della band, ad eccezione del logo che è stato realizzato da Raoul Mazzero AKA View From The Coffin (Grime, Golem Of Gore, Valkyrja, Gaerea, ecc.). Per quanto riguarda l’immagine scelta, non è volutamente un omaggio ai Nasum, benché essi ci abbiano per forza di cose influenzato tantissimo sia dal punto di vista musicale che grafico, ma piuttosto un omaggio ad uno dei simboli più caratterizzanti del genere. Quest’ultimo è inoltre legato a doppio filo al concept stesso del disco, incentrato sulle brutalità della guerra in ogni suo disumanizzante aspetto.

QUANTO SONO IMPORTANTI PER VOI I TESTI? CONTENGONO UN MESSAGGIO O SONO SEMPLICEMENTE UNA VALVOLA DI SFOGO?
– Diciamo che possono essere considerati in entrambi i modi. Tutti i testi girano intorno a quello che è il concept di “…A Wall of Falseness”, dedicato alle atrocità della guerra e dell’imperialismo. I messaggi che vengono lanciati sono, ovviamente, ben ponderati e cerchiamo di non lasciare nulla al caso, poiché, in un genere come il grind, riteniamo che i testi rappresentino una parte molto importante, se non fondamentale. Allo stesso tempo è comunque vero che, per certi versi, troviamo in questa musica un’importante quanto necessaria valvola di sfogo, un modo per affermare con rabbia la nostra visione del mondo e della realtà che ci circonda.

COSA VI AFFASCINA DI PIÙ DI QUESTO GENERE? COME NE SIETE ENTRATI IN CONTATTO LA PRIMA VOLTA?
– Ognuno di noi proviene da background diversi ma in fondo congruenti. Alcuni si sono avvicinati al genere prima e altri in corso d’opera, ma in linea generale veniamo tutti da un passato metal o hardcore, di cui il grind penso sia il naturale punto di congiunzione. Ci sono sicuramente alcuni dischi seminali a cui bisogna, per forza di cose, pagare pegno e che hanno contribuito ad accendere in ognuno di noi, chi prima e chi dopo, la passione per questo mondo. Tra questi ultimi vanno sicuramente citati: “Human 2.0” dei Nasum, “Enemy of the Music Business” dei Napalm Death, “Exit” dei Rotten Sound, “Retaliate” dei Misery Index e “Prowler in the Yard” dei Pig Destroyer. Il fascino di questo genere sta sicuramente nel suo potere catartico e nel suo essere tradizionalmente culla di messaggi (purtroppo) sempre attuali. Il grindcore è sfogo, è la possibilità di catalizzare la rabbia che proviamo nei confronti delle ingiustizie che ci circondano.

COME VEDETE LA SCENA GRINDCORE ATTUALE? QUALI SONO I DISCHI CHE PIÙ VI HANNO IMPRESSIONATO NEGLI ULTIMI TEMPI?
– Pensiamo che la scena grindcore attuale sia più florida che mai e cerchiamo sempre di essere al passo con le nuove uscite. Ormai le ibridazioni con altri generi estremi hanno creato una ricchezza espressiva inedita per il genere, dirigendolo verso direzioni interessantissime. Ognuno di noi in realtà ascolta una quantità di musica massiccia, molti di noi anche di generi totalmente distanti dal metal o dall’hardcore, ed è per questo che stiamo cercando di evolvere il nostro sound verso direzioni nuove ed accattivanti. Abbiamo, sotto questo punto di vista, dei pezzi in cantiere che nascono da necessità espressive sicuramente diverse da “…A Wall of Falseness” e che, al loro interno, contengono elementi presi in prestito da altri universi musicali. Per quanto riguarda i dischi che ci hanno impressionato di più nei recentissimi tempi, sicuramente in campo estremo meritano una citazione i nuovi dischi di Implore, Revenge, Feastem e Benighted, mentre in campo non metal, le ultimissime fisse sono state i nuovi di Jadakiss e Thundercat.

SIETE ORIGINARI DI CAGLIARI, UNA CITTÀ CHE – A DIFFERENZA DI MILANO, BOLOGNA O ROMA – NON GODE DI MOLTA VISIBILITÀ AGLI OCCHI DEL CIRCUITO ESTREMO. COSA SIGNIFICA SUONARE GRIND DALLE VOSTRE PARTI?
– In Sardegna siamo in pochissimi a suonare ancora grind. In generale, ci sono tanti aspetti negativi nel fare musica (di ogni tipo) su un’isola sperduta del Mediterraneo. Non parlo solo delle inevitabili difficoltà materiali ed economiche nell’affrontare trasferte e tour, o dell’isolamento geografico, ma anche della mancanza di venue che ‘rischiano’ organizzando un live di musica estrema. A questo aggiungiamoci la tendenza di parecchi conterranei a non supportare uno sviluppo capillare della scena e un ricambio generazionale pressoché nullo. Ma da un’enorme mancanza di input nasce comunque la voglia di spingere con maggior forza i prodotti e i messaggi nostrani; ci sprona a mettere anima e corpo nei nostri progetti, e penso che proprio per questo motivo vantiamo una quantità enorme di band qualitativamente ineccepibili, sia in ambito estremo che non, sparse per tutta l’isola.

BAZZICANDO SIA AMBIENTI METAL CHE HARDCORE, QUALI RITENETE ESSERE I PREGI E I DIFETTI DI QUESTI DUE AMBIENTI?
– Sicuramente per una band ampliare i propri orizzonti ed instaurare un dialogo con culture, generi e ambienti differenti può essere solamente d’aiuto, anche per creare quell’ibridazione di intenti che la musica porta con sé dall’alba dei tempi. Sotto questo punto di vista, come gruppo, abbiamo sempre cercato di creare una coesione con varie realtà e di conciliare nella nostra musica sia gli elementi metal che quelli più legati all’universo hardcore. È complesso fare un elenco dei pregi e dei difetti di ogni ambiente, anche perché in realtà ogni ‘scena’ instaura un rapporto coercitivo nei confronti del proprio pubblico. Quello che abbiamo notato, soprattutto a livello locale, è sicuramente una disunione e una mancata voglia di spingere e supportare le nuove generazioni. Questi sono anche i motivi per i quali abbiamo creato la Deadship Crew, di cui fanno parte, oltre a noi, tantissime altre realtà nostrane (distro, fanzine, band, label, grafici) unite sotto un unico desiderio di approcciarsi alla già difficile situazione musicale isolana con passione, umiltà e voglia di creare un contesto inclusivo, che possa abbattere, almeno ideologicamente, le barriere mentali e geografiche che ci isolano dal resto del mondo.

PANDEMIA PERMETTENDO, QUALI SONO I VOSTRI IMPEGNI PER IL FUTURO?
– Abbiamo in mente alcuni bei progetti che speriamo di poter realizzare, apocalisse permettendo, entro il 2020. Tra le cose che ci premono di più ci sono sicuramente la voglia di portare l’album dal vivo e di tornare sui palchi, sperando che questa situazione di impossibilità di movimento non duri ancora a lungo. In attesa di alcune date in Italia e di un mini-tour europeo su cui stiamo lavorando da tempo, stiamo cercando di approfittare di questo periodo di blocco per concentrarci sulla composizione di più roba possibile, per poi dividerla tra qualche split e magari un full-length futuro, ma per ora stiamo solo facendo schifo in sala prove.

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