SWANS – Mendicanti di illuminazione

Pubblicato il 16/07/2023 da

Michael Gira non è certo un personaggio semplice o ‘leggero’. Lo dimostra da anni attraverso la sua musica, complessa, profonda, a tratti estenuante; un percorso artistico in cui canalizza le sue emozioni, offrendo dischi ed esibizioni dal vivo senza mezze misure, prendere o lasciare. Sì, perché gli Swans sono una band da interiorizzare o rifiutare, in perfetta simmetria con il loro mastermind.
Persino per la formulazione dell’intervista ha posto condizioni specifiche, soprattutto in merito a eventuali domande sui testi – un test che per fortuna abbiamo superato, con tanto di ringraziamento per il tempo dedicato e l’attenzione posta nell’ascolto del disco. Ma appunto, specularmente all’immagine (e alla realtà concreta) di un uomo tormentato, Michael si conferma anche molto attento, sensibile, pronto a ringraziare noi, così come tutti i suoi fan, i collaboratori (e più volte dio, a ben vedere…) nel corso di uno scambio decisamente a cuore aperto, con una persona che magari ancora patisce i suoi demoni interiori, ma che ha anche saputo incanalarli e, come sembra di cogliere da molte frasi positive, persino gioiose, trasformarli e con essi la sua stessa esistenza, in un percorso artistico di altissimo livello e assoluta intensità. Che sa anche prendere la forma di un inno alla vita.

MICHAEL, QUEST’ANNO CELEBRI ESATTAMENTE 40 ANNI DALL’USCITA DEL VOSTRO PRIMO DISCO. IN RETROSPETTIVA, COME VALUTI LA LUNGA STORIA DEGLI SWANS?
– Non sono uno che si guarda indietro o fa bilanci. Ho una memoria terribile, quindi resetto il passato pressoché all’istante, la mia mente è tipo un nastro impostato sull’autocancellazione. Sono felice che molti abbiano trovato qualcosa di significativo nel lavoro degli Swans in questi anni, così come incontrare quelle stesse persone dopo i concerti mi incoraggia ad andare avanti: sicuramente sono uno che guarda sempre avanti, provo a comporre musica sfidante e gioiosa, e continuerò finché sarò in grado di respirare, pensare e parlare. Quand’ero giovane ho deciso di lasciarmi trasportare dal fiume delle possibilità, per così dire, di avere fede che mi avrebbe condotto esattamente dove avrei dovuto trovarmi durante questa mia breve presenza sulla Terra, ed è ancora così che, di fondo, vivo e lavoro: seguendo un filo istintivo, ovunque mi porterà. Sono estremamente fortunato ad aver trovato il modo per sopravvivere facendo ciò che amo, ringrazio dio ogni giorno, per questo. Ho sprecato molti anni facendo lavori da schiavo, quindi ora so davvero cosa significhi avere un’alternativa. Grazie, Signore!

LA TUA MUSICA È STATA ETICHETTATA IN MODI MOLTO DIFFERENTI: NEW WAVE, INDUSTRIAL, NEOFOLK, … FORSE SAREBBE CORRETTO DEFINIRLA SOLO “SWANSOUND”. TU, PERSONALMENTE, COME DEFINIRESTI IL TUO LAVORO, NON SOLO IN TERMINI MUSICALI, A CHI NON HA MAI ASCOLTATO GLI SWANS?
RITIENI CHE “THE BEGGAR” POTREBBE ESSERE IL PERFETTO PUNTO DI PARTENZA, SUGGERIRESTI UN ASCOLTO SELEZIONATO TRA I TUOI DISCHI O SEMPLICEMENTE TE NE FREGHI?
– Ho imparato molto tempo fa evitare di descrivere la musica degli Swans. Tocca agli altri farlo. Non ho idea di quale debba essere il punto di partenza per esplorare la mia musica, forse muoversi a ritroso da questo disco può funzionare, chissà.
Probabilmente ascoltare in sequenza “The Seer”, “To Be Kind” e “The Glowing Man” potrebbe essere un buon inizio, dato che quei tre dischi, in qualche modo, contengono tutto ciò che c’è stato prima e che è venuto a seguire. Comunque, i miei dischi sono così diversi che si potrebbe partire da uno qualunque, la mia principale speranza è che chiunque li ascolti riscontri in essi un pezzettino dell’amore he ci ho messo nel comporli.
Mi approccio alla musica, oggi come sempre, sedendomi alla mia scrivania con la chitarra acustica, tirandone fuori forme e suoni che provo ad ascoltare con attenzione, aspettando che fluiscano anche le parole; e ogni volta ce la faccio, nonostante il mio terrore di essere inaridito. Ecco perché ho difficoltà a fare confronti tra i vari dischi, sono troppo immerso per giudicarli oggettivamente, e al tempo stesso non mi interessa se si assomigliano o sono molto differenti, il mio obiettivo principale è comporre musica coinvolgente e che suoni onesta.
Sicuramente provo a non ripetermi, ma dopo quarant’anni non è possibile sfuggire dalla propria storia: vedo il mio lavoro come un modo per tatuare il mio nome sulla faccia di Dio, per me è importante lavorare costantemente per scoprire se è vero o solo un’illusione il fatto che esisto. Lavoro sempre, anche quando mi illudo di essere in relax. Arriva poi un momento in cui ho accumulato abbastanza brani da giustificare di andare in studio, dove ho finalmente l’opportunità di strapparmi via la pelle con i miei amici e compare, per scoprire se c’è anche ‘ciccia’ sotto. A quel punto, se abbiamo lavorato a modo, uccidiamo i mostri nascosti sotto le canzoni e diventano qualcosa di completamente diverso, che anelo sempre di non comprendere nemmeno appieno. È come se mi guardassi allo specchio e non riconoscessi la mia faccia, con le labbra che si muovono fuori controllo, parlandomi in una lingua a me ignota.
Lo scopo è sempre quello di decifrare cosa mi stia dicendo quello sconosciuto di fronte a me, seguendo le sue istruzioni senza pensare. E il risultato è ciò che ascoltate su un disco degli Swans.

IN UN’INTERVISTA CON NOI AI TEMPI DI “THE SEER”, HAI AFFERMATO CHE GLI SWANS SONO IL TUO LATO OSCURO, CHE NECESSITA DI ESSERE ESPOSTO. PERCEPISCI ANCORA QUESTA DIMENSIONE CATARTICA NEL TUO LAVORO?
– Sinceramente non ricordo di averlo detto e non mi riconosco in questa frase. Per me la musica è un’inesauribile fonte di gioia, un viadotto verso le stelle, come se venissi risucchiato da un dio benevolo. È un’estasi sessuale senza fine, la forma più potente che conosco per dire ‘no’ alla morte… semplicemente seguendo la direzione in cui la musica mi porta.
Ho sempre l’obiettivo di comporre musica nella forma di una esperienza sensoriale complete, un luogo di gioia nel più profondo significato possibile; e se il pubblico ha voglia di unirsi a questo viaggio, per me è magnifico, sono grato che qualcuno sia coinvolto dalla mia musica e ci colga qualcosa di profondo anche per sé. Il mio lavoro consiste nel fare un buon lavoro, se mi passi il gioco di parole; tutto ciò che ne deriva è fuori dal mio controllo e quindi è inutile che me ne preoccupi.

PASSIAMO A PARLARE UN PO’ NELLO SPECIFICO DI QUESTO DISCO. SAPPIAMO CHE NON AMI MOLTO ESPRIMERTI SUI TUOI TESTI, MA NEL LEGGERLI HO NOTATO MOLTI PASSAGGI CHE SEMBRANO RIFERIRSI ALLA RICERCA RECIPROCA TRA ESSERI UMANI, O ALL’OPPOSTO ALLA PRESA DI DISTANZA DA RELAZIONI, QUANDO NON DALLA PROPRIA STESSA CONSAPEVOLEZZA INTERIORE. TENUTO CONTO DEL TITOLO (“THE BEGGAR, OSSIA “IL MENDICANTE”) E DELLA PRESENZA DI UN CUORE IN COPERTINA, POSSIAMO RITENERE CHE CI SIA UNA SORTA DI INVOCAZIONE VERSO LA VITA E L’AMORE CHE PERMEA TUTTO IL DISCO?
– Rifletto molto sulla degradazione, la vergogna e l’umiliazione umana, e sono arrivato alla conclusione che, alla fine, sono stati mentali salutari, nella misura in cui riescono a scalfire l’illusorio senso di sé che ci caratterizza. Si potrebbe vedere la realizzazione di un’opera artistica come un atto di supplica, e ogni performance riuscita come un processo di rimozione della propria pelle, della propria maschera: stai lì sotto la luce a brillare completamente nudo… A volte uso elementi autobiografici per i testi, altre volte scrivo pensando a qualcun altro, a un libro o a un film che mi hanno colpito, o un momento della Storia che trovo avvincente. Nel caso di “The Beggar Lover” l’idea iniziale è venuta da un episodio personale, anche se in realtà sono indifferente al fatto di essere coinvolto direttamente – è materiale da plasmare, come qualsiasi altro. Comunque, credo che l’impulso quando ho iniziato quella canzone fosse di mettere in discussione il mio avvilimento, l’autocommiserazione, cercando di capire cosa potesse arrivare da quello stato mentale.
Ma sottolineo che non me ne frega un cazzo di me stesso, delle bugie che mi racconto, pur essendo la dubbia prima ispirazione per la canzone. È solo materiale per la scrittura, come qualsiasi altra cosa. Suppongo che ci sia redenzione lì da qualche parte, ma potrebbe essere un’illusione come tutto il resto. Non ho lezioni da insegnare, solo domande e domande sulle domande finché alla fine non rimane più niente. Un’acuta iperconsapevolezza della morte è in un certo senso un trucco mentale che gioco a me stesso per costringermi a fare finalmente un buon lavoro. Niente più stronzate. Dio mi sta guardando ed è pronto a farmi a pezzi. Un’acuta consapevolezza della morte, la sensazione che ciò infonde ai tuoi polmoni ad ogni respiro, è a mio avviso il modo più sano di vivere. Ovviamente, come tutti gli altri, lo respingo ed evito il tema il più possibile nella vita quotidiana, ma trovo che se mi siedo e fisso il vuoto abbastanza intensamente, lasciando che tutto ciò che non è essenziale e che distrae svanisca, la vera natura delle cose a volte si rivela.
Solo a quel punto posso fare un lavoro onesto. Ma tutto ciò che è mai accaduto o accadrà o che sta accadendo ora in questo istante sta accadendo in innumerevoli, infinite permutazioni e contraddizioni simultaneamente, proprio ora e per sempre nel futuro, passato e presente. Se il nostro campo visivo potesse ritirarsi (rimanendo perfettamente a fuoco) fino al punto più lontano possibile, vedremmo tutto lì, tutto davanti ai  nostri occhi, tutto ciò che accade in un momento singolare, ma continuerebbe a ritirarsi per sempre, e vedremmo tutto dipanarsi prima di retrocedere all’infinito…
Ora siamo in tour, quindi dopo i concerti ho l’occasione di incontrare molte persone che ci vengono a salutare, come ti ho già detto è incredibilmente rincuorante e incoraggiante, per me, sentire quanto la mia musica abbia toccato le loro vite. Ci sono anche parecchi giovani, adolescenti, è fantastico vederli! Mi spinge a procedere finché sarò in grado, è un lavoro che dà molta soddisfazione.

PENSO CHE “PARADISE IS MINE” SIA UNO DEI PIÙ LIMPIDI ESEMPI DELLA MATERIA DI CUI SONO FATTI GLI SWANS: MAESTOSA, APPARENTEMENTE TRANQUILLA, TUTTAVIA CON DIVERSI ELEMENTI MALATI. MUSICALMENTE È LENTA, QUASI GIOIOSA, POI ARRIVANO I CORI E QUELL’ULTIMO SEGMENTO COSÌ STRAMBO, QUASI SPAVENTOSO.
TI RITROVI IN QUESTA COSTANTE COESISTENZA DI ESTREMI NELLA TUA MUSICA?
– Le parole della canzone “Paradise is Mine” ripercorrono l’evoluzione dell’animale umano dalla nostra origine come microbi o batteri nel fango in fondo all’oceano, per poi passare a strisciare sulla spiaggia, a fornicare consapevolmente, e quindi raggiungere linguaggio e consapevolezza; infine, ovviamente, passa a mettere in discussione quella coscienza (come fanno diverse persone) e pone forse la domanda più importante di tutte, almeno per me: sono pronto a morire?
La musica è stata suonata raggiungendo in studio uno stato di trance. L’avevamo provata, ovviamente, ma quando abbiamo eseguito il pezzo come ensemble l’abbiamo suonato nell’oscurità totale, senza soste, per forse un’ora e quello che senti nel disco è una versione modificata di quell’impresa psichica, la nostra totale immersione nel suono, nel ritmo, nella voce di Dio. Sfumature sonore e contrapposizioni a creare discontinuità sono state aggiunte in una fase successiva.

POSSO CHIEDERTI QUALCOSA ANCHE SU “MICHAEL IS DONE”? È UN ALTRO BRANO CHE MESCOLA SENSAZIONI SUBLIMI E DISPERATE, SONO CURIOSO DI SAPERE SE IL MICHAEL CHE VIVE QUESTO PROCESSO INTERIORE SEI NUOVAMENTE TU.
– Inizialmente quel brano era intitolato “Julie Is Done”, ma mi sono reso conto che non mi sembrava aver senso finché non ho sostituito Julie con Michael.
Per me i testi sono una serie di nodi mentali, il luogo in cui il linguaggio si dipana, o il luogo in cui è impossibile distinguere tra ciò che è vero e ciò che non lo è, e più ti concentri più il pensiero stesso si dissolve.
Amo le parole e ne sono attratto in modo tattile, ma le considero anche come enigmi impossibili, in quanto più ti concentri su di esse più si rifiutano di disvelare il loro vero significato. Proprio quando pensi di essere arrivato alla verità, questa scompare rapidamente, come i tuoi occhi stretti stretti che improvvisamente vanno fuori fuoco, con frammenti di luce che tremolano e si sparpagliano davanti a te… Ma sono abbastanza soddisfatto del risultato finale e dell’arrangiamento musicale a cui sono arrivato con questa canzone, sono contento di come, dopo tutti questi anni, ho finalmente capito che gli accordi maggiori possono essere una buona cosa!

SIAMO ORMAI DECISAMENTE ABITUATI A CANZONI DEGLI SWANS MOLTO LUNGHE, INTENSE, MEDITATIVE, MA “THE BEGGAR LOVER (THREE)” HA SUPERATO OGNI VOSTRO BRANO PRECEDENTE: QUASI QUARANTACINQUE MINUTI DI DURATA, UN MINUTAGGIO CHE MOLTE BAND NON TOCCANO CON UN INTERO DISCO. RITIENI CHE QUESTE VOSTRE LUNGHE “SUITE” ABBIANO UN RUOLO SPECIFICO NEI RECENTI LP DEGLI SWANS, PER ESPRIMERE QUALCOSA DI PARTICOLARE IN UN MODO PIÙ AMPLIFICATO, SPECIALMENTE DAL VIVO?
– Il titolo “The Beggar Lover” è un riferimento un po’ particolare a un brano che ho composto negli anni Novanta, cioè “The Body Lovers (Number One Of Three)”. Lungo la strada, ho realizzato un altro pezzo che potrebbe essere considerato il numero due (“The Body Haters”), ecco perché “The Beggar Lover” può funzionare come terza parte.
L’approccio a pezzi come questo questo è iniziato con l’album “Soundtracks for the Blind”, nel 1997. Prendo registrazioni precedenti, mix, singoli strumenti da fonti diverse nella produzione degli Swans, li metto in un computer e poi lentamente (e con molte, frustranti prove ed errori) li metto insieme come una narrazione sonora; poi registro e ri-registro ulteriori suoni ed estratti che si accompagnino a questi frammenti narrativi, fino a quando non viene a determinarsi una forma convincente.
In questo caso mia moglie legge un estratto da una storia che ho scritto e mio figlio di due anni canta in un altro punto. Cerco sempre interazioni determinate dal caso ma che si rivelano poi ovvie e perfettamente inevitabili. Questo pezzo riflette il mio interesse nel creare colonne sonore senza il peso di un film alle spalle… Non è importante per me da quali album provengano i suoni. È solo foraggio da usare per nutrire qualcosa di nuovo. La musica degli Swans non è mai statica, le canzoni si spostano e cambiano nel tempo, soprattutto dal vivo, fino a quando spesso diventano un pezzo completamente nuovo costruito sulle rovine del materiale precedente. Questo è un modo per estendere il processo di lavoro in studio.
Alla fine, comunque, sto cercando di creare un paesaggio in cui puoi vagare e perderti per un po’. Il pezzo è lungo quanto deve essere per dire quello che ha da dire. Sono lieto che un numero considerevole di persone sembri apprezzare i pezzi lunghi e coinvolgenti che spesso componiamo.

“THE BEGGAR” È IL PRIMO DISCO DEGLI SWANS SENZA NORMAN WESTBERG. POSSO CHIEDERTI COS’È SUCCESSO E COME MAI VI SIETE ALLONTANATI?
– Non ho assolutamente allontanato l’inimitabile, il supereroe Norman Westberg. A dirla tutta, suona pure su un brano, ossia “Ebbing” e nel lungo tour che abbiamo intrapreso apre lui ogni data, come solista. Tornerà presto a contribuire a un disco intero e a far parte della band al 100%, ne sono certo.

MOLTO BENE, DIREI. SU QUESTO TEMA, PENSANDO A TUTTI I TUOI COLLABORATORI, SIA NEGLI SWANS CHE CON GLI ANGELS OF LIGHT, MI HA SEMPRE COLPITO COME TU SIA SEMPRE CIRCONDATO DA PERSONE CHE SONO OVVIAMENTE GRANDI MUSICISTI, SPESSO CON UNA VERA E PROPRIA FORMAZIONE CLASSICA, MA ANCHE ILLUSTRATORI, ARTISTI VISUALI, … HO QUESTA PERCEZIONE DEGLI SWANS COME UNA CONGREGA RINASCIMENTALE, PERSONE CHE CONDIVIDONO MOLTODI PIÙ DI SEMPLICE PAESAGGI MUSICALI. CREDI DI RICEVERE PARTICOLARE ISPIRAZIONE DALL’AVERE ESSERI UMANI COSÌ STIMOLANTI INTORNO A TE?
– Gli esseri umani con cui creo la musica degli Swans sono inseparabili dalle loro capacità tecniche, ma al tempo stesso non ci lavorerei, o non avrei speso una così considerevole parte della mia vita con loro se non confidassi nelle loro anime; sono persone luminose e splendenti, e come tutte le anime buone cercano la luce nel viaggio che condividiamo. Qualche volta ci sono scontri, può essere noioso e ripetitivo, ma al tempo stesso esaltante e liberatorio: il bisogno condiviso di succhiare il midollo della Verità attraverso quello che componiamo ci spinge avanti. Tutti, me compreso, mettiamo da parte il nostro ego al servizio di ciò, la personalità, in senso egoistico, è una cosa veramente stupida. È un’orribile crosta che finisce per avvolgere un nucleo luminescente, mentre noi puntiamo all’obbiettivo comune di lasciarlo libero attraverso il suono. Tutto quello che impedisce tale scopo è feccia senza senso, me compreso, nel caso.
La miglior musica che possiamo comporre è come un generoso coito pieno di amore, dove ti perdi interamente, mentre al tempo stesso scopri il tuo vero io e il tuo partner in maniera intensa.

ULTIMA DOMANDA: COME PROCEDE LA TUA ETICHETTA? HAI DECISO DI UTILIZZARLA SOLO PER I DISCHI DEGLI SWANS O CI SONO ALTRI PROGETTI CHE COINVOLGONO LA YOUNG GOD RECORDS?
– Sono in un momento della vita in cui le mie energie sono minori rispetto al passato, quindi la scelta migliore è stata quella di focalizzarmi sulla musica e dedicare tutta l’attenzione ai dettagli che essa richiede. Sono molto orgoglioso del lavoro che ho svolto con altri artisti attraverso la Young God Records, ma visto che il mio tempo sulla Terra sta diminuendo, punto a occuparmi solo degli Swans.

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