Talaqat nasce dalla collaborazione tra tre musicisti con un bagaglio di esperienze molto diverse tra loro alle spalle, ossia il batterista Matteo Borzini, il chitarrista Adriano Fontaneto ed il bassista Massimo Splendore, che formano la band nel 2022.
Il processo di scrittura che porta alla pubblicazione del primo, omonimo album, dato alle stampe un mese fa, è lungo e tortuoso, ma il risultato è sicuramente all’altezza dello sforzo: “Talaqat”, infatti, è un insieme di brani strumentali nei quali convergono molteplici influenze e che, partendo da basi post-rock e post-metal, si espande in direzioni differenti, suonato con perizia e concepito secondo la più totale libertà espressiva.
Abbiamo contattato Matteo e Massimo per parlare del disco, di come il progetto ha preso forma e di quale potrebbero essere gli sviluppi futuri.
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CI POTETE RACCONTARE QUANDO E COME E’ NATO IL PROGETTO TALAQAT?
Matteo: – Grazie mille, il progetto inizialmente nasce nel 2022 da me, Adriano e Graziano, che era il tastierista e che ora non suona più con noi.
Personalmente la mia esigenza era quella di tornare ad avere una band con cui provare più o meno regolarmente e riuscire a creare musica partendo dall’improvvisazione in sala prove, una cosa che, negli ultimi anni, con l’utilizzo sempre più frequente del lavoro in remoto, mi era mancata molto.
Dopo qualche mese in tre, abbiamo visto che la cosa funzionava e abbiamo deciso di chiedere a Massimo di unirsi al gruppo. Con il suo apporto le cose hanno subito preso una forma diversa rispetto all’inizio, dove era tutto più arioso e psichedelico, abbiamo iniziato ad utilizzare parecchi tempi dispari e incastri di scrittura che hanno reso il tutto più serrato. Questo cambio di direzione è stato completamente naturale e non forzato, ma non è stato molto apprezzato da Graziano, che da lì a poco ha lasciato il progetto. All’inizio abbiamo pensato di cercare qualcuno che lo rimpiazzasse, ma poi ci siamo resi conto che i pezzi che scrivevamo funzionavano bene anche suonati in tre e quindi abbiamo continuato su quella linea.
Con la stesura e l’arrangiamento dei brani il progetto ha acquisito solidità e tra fine 2024 e inizio 2025 è nato il primo disco omonimo.
SAPPIAMO CHE CIASCUNO DI VOI, PUR AVENDO LAVORATO INSIEME ANCHE IN PASSATO, HA ALLE SPALLE ESPERIENZE DIFFERENTI. COME SIETE A CONIUGARLE CREANDO UNO STILE COERENTE? QUAL E’ STATO IL PROCESSO COMPOSITIVO CHE HA PORTATO AI BRANI DI “TALAQAT”?
Matteo: – Io e Adriano abbiamo suonato grind nei Corey per parecchi anni ad inizio 2000 e c’è sempre stato un bel feeling, sia nel suonare che nel comporre, mentre con Massimo, quando eravamo adolescenti, ci trovavamo da me in saletta per provare a suonare roba tipo Dream Theater e altro prog. Massimo poi ha suonato la chitarra per un breve periodo anche con me nei primi Teosty.
La coerenza credo che scaturisca da questo, ci conosciamo da tanto tempo, tra di noi c’è un bel rapporto sia lavorativo che umano e abbiamo un’idea musicale comune.
DOVENDO DEFINIRE IL VOSTRO STILE MUSICALE, IN QUALI TERMINI LA DESCRIVERESTE? NON TEMETE CHE, NON AVENDO UN GENERE DI RIFERIMENTO BEN PRECISO, LA VOSTRA PROPOSTA POSSA ANDARE PERSA? CHI PENSATE POSSA ESSERE L’ASCOLTATORE DEL VOSTRO DISCO?
Matteo: – Quando abbiamo iniziato il progetto, gli unici paletti che ci siamo dati sono stati: lento, dissonante e dispari, dopo di che in quel contesto ognuno può proporre quello che vuole, poi democraticamente si sceglie cosa tenere e cosa scartare.
Il processo compositivo che ha portato al disco è stato un po’ questo, ci troviamo in sala, ognuno porta un riff, un giro di basso, un groove o un loop e, quando piace a tutti, ci si improvvisa sopra, si registra tutto e poi, riascoltando, si decide in che direzione andare.
Massimo: – Non avere un genere di riferimento non è stata una scelta, ma una conseguenza del nostro modo di vedere la musica. Certo, il rischio che la nostra proposta, essendo poco catalogabile, vada persa, c’è, però diciamo che ne siamo consapevoli, credo che rischiare sia l’unico modo per cercare di creare qualcosa di nuovo.
Il fatto di non appartenere ad un genere specifico poi, può anche rappresentare un vantaggio in termini di ascolti, le diverse sfumature e sfaccettature del nostro stile musicale (che difficilmente saprei definire) potrebbero incontrare l’interesse e il gusto di ascoltatori abituati a generi musicali molto diversi fra loro.
PER QUALE MOTIVO AVETE SCELTO DI NON AVERE PARTI VOCALI NEI VOSTRI BRANI? PENSATE CHE, IN QUESTO MODO, LA VOSTRA MUSICA ED IL VOSTRO MESSAGGIO ABBIANO ACQUISTATO PIU’ ENFASI?
Matteo: – Dal mio punto di vista, la maggior parte della musica che ho ascoltato negli ultimi anni è stata strumentale, quindi la cosa è venuta molto naturale. Poi credo che senza voce sia più facile avere un songwriting fluido, l’idea è quella di concepire i pezzi come delle onde, che ti portano da qualche parte e che, durante il viaggio, aumentano e diminuiscono d’intensità, a seconda dell’emozione che si vuole trasmettere.
La voce spesso tende a diventare una specie di marchio di fabbrica, ciò che rende una band riconoscibile, al contrario volevamo che fossero le note, il sound a rappresentarci al 100%.
Inoltre in questo modo non abbiamo vincoli su quali temi affrontare o meno nei nostri brani, il titolo dà un input che ognuno può leggere e interpretare in modo diverso.
IMMAGINIAMO CHE CIASCUNO DI VOI ABBIA AVUTO DELLE INFLUENZE MUSICALI DIFFERENTI. QUALI SONO QUELLE COMUNI E QUALI INVECE QUELLE CHE RITENETE FONDAMENTALI PER LA CREAZIONE DEL SUONO DEI TALAQAT?
Matteo: – Il primo nome che mi viene in mente, anche se è il più scontato di tutti, sono i Black Sabbath, ma questo credo che sia interessante più che altro a livello di sound, infatti nel disco abbiamo cercato di riprendere un pochino quel sapore del metal anni ’70 e cioè registrare in presa diretta su bobina, no editing, poche compressioni nei suoni, insomma provare a fare un disco imperfetto ma più personale ed umano. In questi anni dove è tutto sempre più digitale ci sembrava un bel modo, quasi sovversivo, di porci.
Io e Adriano siamo cresciuti con tutta la roba Relapse e Hydra Head inizio 2000, mi ricordo ancora quando mi ha passato una cassetta con su un lato “Calculating Infinity” e sull’altro “We Are The Romans” (album rispettivamente di The Dillinger Escape Plan e Botch, pubblicati entrambi nel 1999, ndr) appena usciti, che naturalmente ho consumato. Massimo invece era più vicino a Death, Cannibal, Opeth, comunque a tutti piaceva la musica estrema. Poi Adriano si è messo a fare elettronica e io e Massimo ci siamo dati più al prog/fusion, quindi c’è una bella insalata di riferimenti.
Infine, se vogliamo trovare una band che ci mette tutti d’accordo, credo potrebbero essere i Tool.
LA SENSAZIONE, ALL’ASCOLTO DEL DISCO, E’ CHE ANCHE LA LIBERA IMPROVVISAZIONE ABBIA AVUTO UN RUOLO IN FASE DI COMPOSIZIONE. E’ CORRETTO?
Massimo: – Corretto, i brani nascono da un’idea, ma poi l’improvvisazione su quell’idea rappresenta la fase più importante della scrittura: tutto ciò che di buono ne viene fuori diventa lo scheletro del pezzo, il dettaglio arriva soltanto in un secondo momento.
C’E’ UN BRANO DELL’ALBUM CHE VI RAPPRESENTA IN MODO PARTICOLARE?
Matteo: – Non credo ce ne sia uno in particolare: il disco, anche se non è proprio un concept album, ha un po’ quell’idea, un viaggio di sette tappe e ciascuna ha una sua importanza.
PER SUONARE I BRANI DI “TALAQAT” E’ NECESSARIA UNA CERTA PERIZIA TECNICA. QUANTO E’ IMPORTANTE PER VOI QUESTO ASPETTO?
Massimo: – L’aspetto tecnico ha certamente una sua importanza nell’equilibrio tra i fattori che contribuiscono alla nascita dei nostri brani, la tecnica però viene sempre messa al servizio dell’idea e della musicalità, non è mai il fine ma il mezzo attraverso il quale si sviluppa la composizione.
AVETE SCELTO UN MONIKER PIUTTOSTO INCONSUETO. QUAL E’ IL SUO SIGNIFICATO?
Matteo: – Cercavamo un nome che non fosse né in lingua italiana né in lingua inglese e abbiamo scelto ‘talaqat‘ , una parola araba, innanzitutto perché ci piaceva come suonava e in secondo luogo perché uno tra i suoi molti significati è ‘dispari’, il che ben si adatta al progetto musicale che stiamo portando avanti.
Massimo: – Nel contesto storico che stiamo vivendo, una band italiana con un nome arabo ci sembrava un bel messaggio di unione: dal nostro punto di vista la diversità è un valore aggiunto, non un problema come alcuni cercano farci credere.
ASCOLTANDO IL DISCO, SI HA L’IMPRESSIONE CHE QUESTI PEZZI POSSANO AVERE UN GROSSO IMPATTO QUANDO SUONATI DAL VIVO. AVETE GIA’ IN PROGRAMMA QUALCHE CONCERTO?
Massimo: – Sì, effettivamente i brani dal vivo hanno un’ottima resa. Certamente il progetto prevede date live nel prossimo futuro, ci stiamo lavorando.
AVETE GIA’ PENSATO AD UN SECONDO DISCO? QUALE DIREZIONE POTREBBE INTRAPRENDERE?
Massimo: – Sì, abbiamo nuovo materiale e l’idea è quella di dare un seguito a “Talaqat”.
Non avendo vincoli nella scrittura, diventa difficile prevedere quale sarà la direzione, ci piacerebbe da una parte dare continuità e creare un sound che sia in qualche modo riconoscibile e allo stesso tempo continuare a sperimentare senza porci alcun limite.
Ultimamente stiamo lavorando su un pezzo che contiene anche una parte un po’ più ambient e ci piace parecchio.

