TEMPLE OF VOID – Oltre quella porta

Pubblicato il 02/05/2020 da

I Temple Of Void non sono il tipo di gruppo che tira dritto e che ripropone ad oltranza la stessa formula. Lo si era capito con “Lords of Death”, successore ben più violento del debut album “Of Terror and the Supernatural”, ma tale attitudine è ancora più evidente davanti al nuovo “The World That Was”, lavoro nel quale i death-doom metaller statunitensi hanno osato più che mai, diluendo le trame e aprendosi a nuove influenze, pur senza stravolgere del tutto la loro tipica impostazione tetragona. Più passa il tempo e più la proposta dei ragazzi di Detroit si fa più variegata e al contempo riconoscibile, svelando ambizioni che non erano esattamente lampanti all’epoca del primo album. Parliamo di questo nuovo capitolo della loro storia con il chitarrista Alex Awn, raggiunto via mail qualche settimana fa.

QUANTO RITIENI SIATE MATURATI E CAMBIATI COME PERSONE E MUSICISTI FRA “LORDS OF DEATH” E “THE WORLD THAT WAS”?
– Non credo che abbiamo vissuto chissà quale cambiamento. Non ci sentiamo più maturi o reduci da una rivoluzione. Credo che l’unica vera differenza rispetto a qualche anno fa sia rappresentata dalla presenza di Don (Durr, ndR) alla chitarra, il quale ha preso il posto del nostro vecchio chitarrista Eric. In lui ho trovato un nuovo partner per la composizione e ciò ha inevitabilmente influenzato un po’ la nostra proposta e certe sue dinamiche.

IN MOLTI CONTINUERANNO AD ACCOSTARVI A HOODED MENACE O PARADISE LOST, PARAGONI, QUESTI ULTIMI, CHE PROBABILMENTE VENGONO DA VOI VISTI COME DEI COMPLIMENTI. TUTTAVIA, SE SI PRESTA L’ORECCHIO A CERTI ELEMENTI DEL VOSTRO NUOVO ALBUM E AL SUO CARATTERE, SI POTREBBE AFFERMARE CHE LA MUSICA DEI TEMPLE OF VOID SIA OGGI MOLTO DI PIÙ E CHE “THE WORLD…” SIA PER VOI UN DISCO DI ROTTURA COME “BRAVE MURDER DAY” LO FU PER I KATATONIA…
– Sono d’accordo. Penso che citare quelle band abbia senso, soprattutto nell’ottica di consigliarci ai fan del genere. Se ti piacciono Hooded Menace e Paradise Lost, allora è probabile che anche la nostra musica possa essere di tuo gradimento. Ciononostante, non crediamo di essere dei cloni di quelle band. Entrambi i gruppi hanno uno stile ben definito e penso che oggi si possa dire lo stesso nei nostri riguardi. La nostra formula si ispira a tratti a loro, ma la rendiamo più personale grazie ad altri spunti e influenze. Hai citato “Brave Murder Day” e puoi sentire qualcosa che rimanda a quel disco nel nostro brano “Leave the Light Behind”, ad esempio; tuttavia, anche qui non ci stiamo limitando a copiare, visto che la canzone prende poi un suo proprio sviluppo. In generale, non abbiamo alcuna regola o linea guida se non quella di accertarci che quello che stiamo componendo sia divertente da suonare dal vivo. Prestiamo molta attenzione all’energia che il pezzo è in grado di sprigionare, tanto che si può affermare che componiamo avendo bene in mente il palco. Un altro aspetto che non sottovalutiamo, è la costante presenza di elementi death e doom: questi generi devono essere sempre presenti in un nostro album. Sta poi a noi decidere le dosi e dove esattamente questi ultimi compariranno, l’importante però è che ci siano. Una volta avviata la stesura di un disco, facciamo sempre il possibile affinché il risultati finale sia equilibrato.

PARLIAMO IN MANIERA PIÙ APPROFONDITA DI “LEAVE THE LIGHT BEHIND”. LA CANZONE SI RICORDA QUASI SUBITO GRAZIE ALLE SUE VOCI PULITE. L’INTRODUZIONE DI QUESTO ELEMENTO HA DATO VITA A DELLE DISCUSSIONI IN SENO ALLA BAND?
– Avevamo già provato ad utilizzare la voce pulita in un pezzo del precedente album, “Graven Desires”, e il responso era stato confortante. Per questa nuova canzone lo stile è diverso, tuttavia pare che alla gente stia piacendo. In generale, non facciamo altro che adottare l’elemento che ci sembra più consono per rifinire una canzone. Il 99% delle volte la voce più adatta per quello che suoniamo è il growling di Mike, ma ogni tanto un brano evoca altre sensazioni e queste possono essere espresse meglio con l’introduzione della voce pulita. “Leave the Light Behind” è un esempio lampante. Non ci siamo tirati indietro e abbiamo trovato questa formula che ricorda un po’ Peter Steele.

TROVO EVIDENTE IL VOSTRO DESIDERIO DI NON ESCLUDERE LA MELODIA E DI RICERCARE UN VOSTRO STILE. ANZICHÈ INSISTERE SU TRAME OLTREMODO CRIPTICHE E CAVERNOSE, SEMBRA CHE VOI CERCHIATE SEMPRE DI COMPORRE CANZONI NELL’ACCEZIONE CLASSICA DEL TERMINE. UNA COSA CHE HA SEMPRE CONTRADDISTINTO ANCHE I PARADISE LOST.
– Sono d’accordo. A ben vedere, non abbiamo uno standard per quanto riguarda la struttura dei nostri pezzi: alcuni possono seguire strutture prettamente pop del tipo ‘intro/strofa/chorus/strofa/bridge/chorus/outro’; altri invece possono evolversi in una sorta di movimento dove non vi sono molte ripetizioni. Partono dal primo riff per poi espandersi e condurti lungo un sentiero oscuro. Non abbiamo una regola su questo fronte, ma ciò che davvero è importante per noi è una certa orecchiabilità. Cerchiamo di comporre musica che sappia farsi ricordare. Per noi non ha senso proporre un’insalata di riff che lascia poco dopo il suo passaggio. Anche in un ambito death metal, vogliamo comporre brani che restino in testa e che ti portino a riascoltarli subito. Pensa a Deicide, Grave, Entombed, Morbid Angel, Cannibal Corpse, Death… tutte queste band sapevamo come comporre canzoni memorabili. Spunti melodici o strutture di stampo pop non sono affatto estranei al death metal. Noi non siamo dei virtuosi del nostri rispettivi strumenti e non ti impressioneremo con chissà quali finezze sul manico della chitarra. Tuttavia prendiamo il confezionamento di una canzone molto seriamente e questo credo sia l’elemento che più di ogni altro ci distingue da molti gruppi dediti oggi a questo genere.

VI È QUALCOSA IN PARTICOLARE DEL DISCO CHE TI RENDE DAVVERO ORGOGLIOSO? SU COSA VORRESTI CHE I FAN SI CONCENTRASSERO PRIMA DI TUTTO, UNA VOLTA ALLE PRESE CON L’ASCOLTO?
– Nonostante ogni brano sia indipendente, credo che questo album renda al meglio se ascoltato per intero tutto d’un fiato. Se possibile, ascoltatelo con le cuffie: vi sono molti strati e sfumature da scoprire. È un disco che può farti fare headbanging e percuotere il volante della tua auto, ma è anche un lavoro che chiama un ascolto in solitudine a casa. È un viaggio, quindi allacciate le cinture.

IN GENERALE, “THE WORLD THAT WAS” È UN DISCO PIÙ LENTO E MELODICO DI “LORDS OF DEATH”. IMMAGINI I TEMPLE OF VOID IMBOCCARE UNA STRADA SIMILE A QUELLA DEI KATATONIA E AD UN CERTO PUNTO LASCIARSI ALLE SPALLE IL MONDO EXTREME METAL?
– È molto improbabile. Non sono contrario all’utilizzo di nuovi elementi e all’ampliare il nostro raggio d’azione, ma la base dei Temple Of Void è il death-doom. Se volessimo fare qualcosa di completamente diverso credo che avvieremmo dei progetti paralleli per dare sfogo a quelle passioni. Non riesco ad immaginarmi il gruppo lontano da certi elementi tradizionali. Al tempo stesso, dubito che Katatonia o Tiamat avrebbero potuto immaginare la portata delle loro rispettive evoluzioni agli inizi. Lo stesso si può dire di Paradise Lost o Anathema. Credo che loro stessi siano rimasti sorpresi. Quindi mai dire mai. Faremo ciò che ci rende felici e suoneremo ciò che ci ispira.

ATTUALMENTE QUALE ASPETTO DEL PROCESSO COMPOSITIVO TI APPASSIONA DI PIÙ?
– Amo esplorare altri generi musicali e cercare di capire come portare alcuni dei loro elementi nella musica dei Temple Of Void e renderli nostri. Credo che vi sia tanto da scoprire e da imparare da generi come krautrock, goth, grunge, shoegaze e dream pop. Abbiamo grandi ambizioni e non vogliamo essere una di quelle band che non fa altro che ripetere i soliti canovacci di genere. La musica è la maggiore passione della mia vita: ho quarant’anni e non mi sono mai sentito così appassionato. Sono più che mai interessato a scoprire nuova musica. Sono diventato più selettivo sul fronte metal, ma mi sono aperto ad altre sonorità e cerco di trovare il meglio in ogni stile. Credo che nuove idee e soluzioni capaci di emozionarmi siano presenti in qualsiasi genere e non voglio fare altro che lasciarmi ispirare da esse. Metà del mio tempo libero viene impiegata per ascoltare nuova musica e l’altra metà se ne va nella scoperta di vecchie cose che posso essermi perso. Non si finisce mai.

VI È INVECE UN ASPETTO DEL FARE PARTE DEL GRUPPO CHE TROVI POCO PIACEVOLE?
– L’avere a che fare con le case discografiche o con la stampa può essere noioso, ma non posso dire che siano cose che davvero mi scoraggiano.

QUALI PIANI E ASPETTATIVE AVETE PER “THE WORLD THAT WAS”? RIUSCIRETE MAI A VENIRE IN EUROPA?
– Stiamo organizzando delle date che ci porteranno in alcune città familiari e in altre dove non siamo mai stati (l’intervista si è svolta prima della definitiva esplosione dell’emergenza sanitaria, ndR). Suonare in Europa è uno dei nostri principali obiettivi come band, ma nulla è ancora confermato.

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