TESSERACT – Stella polare

Pubblicato il 10/04/2016 da

‘Possiamo ancora vedere la luce di stelle che non esistono più da secoli. Così ancora ti riempie e folgora il ricordo di qualcuno che hai amato per poi vederlo andar via’  diceva Khalil Gibran e sembra echeggiare nelle linee delle storie di”Polaris”: la stella più lucente, situato nell’Orsa Minore, la stella del Nord, guida e faro dei cieli. Terzo album dei Tesseract, infine. Un album che ha portato ad enormi considerazioni da parte di pubblico e critica, accogliendo positivamente il ritorno di Daniel Thompkins e la sperimentalità di sound che contraddistingue il nuovo lavoro dei pionieri del djent, approdati qui ad una nuova dimensione di gusto. James Monteith, compagno chitarristico del boss Acle Kahney, placidamente seduto nel gazebo del Legend Live Club di Milano, ci parla del passato, del presente e dei progetti futuri dei Tesseract, all’alba della data milanese di una delle band più promettenti del panorama prog metal moderno.

tesseract - band - 2015

INIZIAMO CON I PRECEDENTI CONCERTI DI PORDENONE E ROMA. COME SONO ANDATI?
“Quello dell’altra sera è stato il concerto migliore del tour: l’audience di Roma ci ha accolto in un modo straordinario, inaspettato sicuramente. E’ stato fantastico ricevere così tanta energia da parte di gente che magari non ci aveva mai visto suonare prima. Quello di Pordenone è stato anch’esso un bellissimo show, sicuramente più tranquillo”.

RIGUARDO AL CONCERTO DI STASERA A MILANO INVECE? CHE ASPETTATIVE NUTRITE?
“Beh, in realtà non saprei. Spero naturalmente che queste persone (di fianco c’è già una nutrita schiera di persone in fila per entrare, ndr) si trovino a loro agio e si godano lo show nel migliore dei modi. A noi suonare piace sempre”.

MI ERO RIFERITO AL VOSTRO TERZO ALBUM COME L’ALBUM DELLA ‘CONSACRAZIONE DEL SOUND TESSERACT’. COSA NE PENSI DI AVER RAGGIUNTO EFFETTIVAMENTE CON “POLARIS” E TI TROVI D’ACCORDO CON QUESTA AFFERMAZIONE?
“Penso che musicalmente sia stato una sorta di miglioramento e sperimentazione di nuovi aspetti del nostro sound: provare nuove cose. Per una band come la nostra l’innovazione, il rinnovamento, la sperimentazione, dunque, sono le cose che probabilmente spingono sempre in avanti la propria composizione. Le influenze sono sempre le stesse, quelle che hanno contraddistinto il nostro suonare ma penso che ‘Polaris’ si sia mosso certamente in quella direzione di definizione di sound”.

QUALE POTREBBE ESSERE LA CANZONE DI “POLARIS” CHE MEGLIO RAPPRESENTA IL SOUND TESSERACT DI OGGI?
“Beh difficile a dirsi, proprio per le numerose variazioni contenute nel disco. Penso che ‘Dystopia’ rappresenti il lato più massiccio ed epico del discorso, mentre ‘Tourniquet’ il lato più gentile e melodico. Quindi si, penso che queste due tracce rappresentino i due estremi del nostro sound di oggi”.

ESSERE UN MUSICISTA COME VOI OGGI E’ DIVERSO DA QUANTO PUO’ ESSERE STATO IN PRECEDENZA: QUANTO E’ IMPORTANTE IL LATO DELLA PRODUZIONE, DEL SOUND ENGINEERING, DELLA CURA E DELLA METICOLOSITA’ DEL PROPRIO SUONO NEL COMPORRE MUSICA IN QUESTI GIORNI?
“Assolutamente, per noi è uno dei lati più importanti, tanto importante quanto la musica stessa. La produzione è in mano ad Acle che cura gli aspetti che penso si siano voluti evidenziare meglio e in quest’ultimo lavoro essenziale è stato anche il lavoro di Aidan O’Brien che cura i synth e le tastiere, ad esempio, proprio come membro effettivo della band”.

COME DEFINIRESTI IL CONCEPT PRINCIPALE DI “POLARIS”?
“Penso che sia una collezione di storie. ‘Polaris’ è un po’ il racconto di molte storie, senza un effettivo concept alle sue spalle. E’ la stella più in alto, che probabilmente illumina e aiuta ad affrontare alcuni cambiamenti che avvengono in noi e nelle nostre vite, come una sorta di guida. Come siamo giunti qui, come siamo stati guidati a questo, credo”.

..E LASCIA UNA SORTA DI POSITIVITA’ DI FONDO, IN EFFETTI. UNA SPERANZA ALLA FINE DEL DISCO. E’ STATA VOLUTA COME ESPERIENZA?
“Penso che probabilmente sia venuta fuori da sola, in effetti (ride, ndr)”.

DOBBIAMO CHIEDERTI QUALCOSA RIGUARDO ALLO SPLIT CON ASHE O’HARA.
“Beh, ci sono state numerose ragioni. Musicalmente penso che non si sia ritrovato, prima del nuovo disco, in una situazione di immersione nel progetto, così come era stato precedentemente. Oltre a questo la vita da tour continuo non sembrava soddisfarlo particolarmente, quindi nel 2014 ci siamo entrambi allontanati gli uni dagli altri. Come è naturale e giusto che sia. Continuiamo a parlarci, senza problemi, assolutamente. Però è andata così”.

E IL RITORNO DI THOMPKINS? HO LETTO DA QUALCHE PARTE CHE ULTIMAMENTE VOLEVATE ABBANDONARE GLI STILEMI VOCALI PIU’ TIPICI DI CERTO CANTATO METAL IN FAVORE DI QUALCOSA CHE SEMBRASSE MENO OBSOLETO, FORSE, O MENO COMUNE, DICIAMO.
“Si, poi in realtà mai dire mai. In effetti gli scream tipicamente metal sono fighi, quando ci stanno. Penso non ci sentivamo che queste cose potessero essere opportune per quello che avevamo in mente di creare. Abbiamo tentato di staccarci da ciò che sentivamo consueto, probabilmente, e inadatto. Io ascolto un sacco di metal e mi piace, con tutto ciò che è di consueto in esso, ma in questo caso abbiamo voluto semplicemente fare qualcosa di diverso, e non c’è stato molto da fare se ti vuoi muovere in questa direzione”.

IL PASSAGGIO DALLA CENTURY MEDIA ALLA KSCOPE, DA UN TERRITORIO PIU’ METAL AD UNO PIU’ PROGRESSIVO…
“Si, in realtà non è stato direttamente voluto come salto. Dopo il secondo disco eravamo liberi ed abbiamo accettato la loro proposta. Si sono presentati soprattutto con idee a livello creativo ed artistico che ci hanno entusiasmato particolarmente. Oltretutto ci sembrava che con la Kscope, come dici, avremmo potuto differenziarci da ciò che era più propriamente metal, come il materiale della Century Media, e raggiungere probabilmente un target più ampio. Non così heavy come nel passato ma ci sembrava essere più in linea con quello che stavamo facendo. La Kscope ci ha aperto delle nuove porte di pubblico”.

SE DOVESTE ETICHETTARE LA VOSTRA PROPOSTA – ANCHE SE E’ LO SPETTRO DI TUTTI I MUSICISTI – COME DEFINIRESTE IL VOSTRO SOUND? DJENT, PROGRESSIVE…
“Penso sia progressive rock con tendenze metal. Forse sarebbe corretto anche progressive metal, penso. Però direi più prog rock, più pesante di qualcosa come i Rush, direi”.

SIETE FAN DEI RUSH IN PARTICOLARE?
“Beh, in effetti non proprio. Ho ascoltato qualcosa, ovviamente. Ma mi sono sempre trovato più orientato verso i Pink Floyd. Effettivamente dovrei ascoltare di più i Rush. E’ nella mia lista delle cose da fare, sicuramente. E anche i King Crimson, i Camel”.

E INVECE A CHI TI SENTI VICINO DELLE BAND PROG DI OGGI?
“Penso agli Anathema, sicuramente, che mi piacciono molto. A Steven Wilson. Agli Opeth, tutto ciò che è c’è di progressive metal”.

E QUALCUNO VICINO AI COMPAGNI DEL DJENT? COME I TEXTURES AD ESEMPIO.
“Si mi piacciono molto i Textures. Penso che siano sempre stati lì, anche prima del nome di djent. Penso addirittura che molto dei primi Textures abbia influenzato il suono dei Tesseract inizialmente. Sono i nostri padrini, quasi”.

E A COLORO DELLE NUOVE GENERAZIONI CHE GUARDANO AL MOVIMENTO DEL PROG METAL TECNICO, A NOMI COME IL VOSTRO, O AI PERIPHERY, CHE VOGLIONO SUONARE UN QUALCOSA DI ESTREMAMENTE TECNICISTICO, MA ANCHE GUARDANTE ALL’ATTITUDINE, AL GROOVE, COSA CONSIGLIERESTI?
“Penso che sia lievemente diverso in base a quale band tu vuoi essere associata alla tua musica. I Periphery sono molto più complessi e affilati di quanto invece siamo noi, molto più complessi. Penso che naturalmente sia importante spendere molte ore di pratica, lo dico da chitarrista. Però anche suonare con della gente, insieme o davanti, e capire come piacere agli altri trovo sia importante per loro. Il gusto penso sia molto più importante della tecnica, così è per me”.

COME AVVIENE IL PROCESSO DI SCRITTURA DEI BRANI DELLA BAND? VI TROVATE INSIEME, A MILTON KEYNES (O ALTROVE)… E COME FUNZIONA ESSERE NEI TESSERACT

“Beh principalmente è Acle che compone e struttura i brani, sia musicalmente che liricalmente. E fondamentalmente molto avviene online. Non abitiamo tutti nello stesso posto. Io sono di Londra per esempio, Amos vive in Cina, ma questa è un’altra storia. Quindi diciamo che è tutto piuttosto inorganico come principio di scrittura di brani. Il tutto poi si umanizza in sala prove, naturalmente. ‘Umanizza’, se preferisci la differenziazione delle due cose. Comunque è un progetto per cui mi sento fiero di essere parte integrante”.

DOMANDA DI RITO…
“Cosa avviene poi, giusto? Beh, vogliamo uscire con qualcosa quest’anno: non sono sicuro di cosa sarà, probabilmente non è musica nuova, non ti so ancora dire. Quest’anno lo spendiamo sicuramente a suonare, soprattutto in numerosi festival europei. E poi ci daremo alla composizione del quarto album, che penso uscirà nel 2017”.

 

 

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