THE DOOMSAYER – The Italian Job

Pubblicato il 22/05/2014 da

In occasione dello spettacolare release party di “AYKM?N” dei Destrage, abbiamo visto con piacere sul palco un’altra band italiana che ci sa fare, e sta rappresentando lo Stivale al di fuori dei confini nazionali. Parliamo dei The Doomsayer, che con “Fire. Everywhere” si sono messi in bella mostra chiudendo un contratto con Candlelight Records e ponendo solide fondamenta per il proprio futuro. Risponde alle nostre domande il frontman Stefano “Vlad” Ghersi.

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COM’E’ ANDATA IN QUESTI PRIMI MESI DI THE DOOMSAYER?
“Diciamo che il bilancio è positivo, ci riteniamo soddisfatti di quello che abbiamo fatto finora a partire dalla scelta di reinventarci dopo tanti anni insieme, passando per la ricerca di un nuovo sound e la composizione dei brani, fino alle registrazioni per la prima volta fuori dall’Italia, la firma per Candlelight e i primi concerti in giro per l’Europa”.

CHE EFFETTO VI HA FATTO RIPARTIRE DA ZERO?
“E’ una scelta di cui andiamo molto fieri. Dopo due album e tre EP come Stigma avevamo voglia di rimetterci completamente in gioco curando nel dettaglio un progetto nuovo di zecca, basato però sull’esperienza maturata con quello precedente. E’ stato particolare, sicuramente strano all’inizio quando per parecchi mesi abbiamo lavorato al nuovo progetto non avendo però ancora pubblicamente chiuso il vecchio, ma molto avvincente e soprattutto stimolante per tutti i componenti della band”.

COM’E’ STATO ACCOLTO IL NUOVO PROGETTO DAI FAN DEGLI STIGMA?
“Il feedback che abbiamo ricevuto è stato positivo, anche perché il nostro ultimo lavoro pubblicato con il progetto precedente a The Doomsayer, ovvero il ‘The Undertaker EP’, aveva già in parte mostrato alcuni primi segnali di cambiamento imminente. Il sound di ‘Fire.Everywhere.’ è partito da alcuni embrioni di brani composti a metà 2011 per dare un seguito al ‘The Undertaker EP’, ma proprio in quel momento è nata in noi la voglia di ricominciare, di tagliare i ponti con il passato e provare ad evolverci”.

C’E’ QUALCOSA CHE AVRESTE VOLUTO POTESSE ANDAR MEGLIO, PER ESEMPIO AVRESTE VOLUTO SUONARE DI PIU’ IN QUESTO LASSO TEMPORALE?
“In valore assoluto ti direi che ovviamente ci sarebbe piaciuto partire da subito con un lunghissimo tour, la realtà però è che negli ultimi due-tre anni sono cambiate tante cose che hanno influito non poco sul modus operandi che avevamo con gli Stigma, prettamente basato sul DYI. Molti promoter in giro per l’Europa hanno mollato, tante band si sono sciolte e ne sono comparse di nuove, che però per forza di cose hanno imparato a farsi strada in un ambiente diverso rispetto a quello dove eravamo cresciuti noi. In più, il margine dal punto di vista economico, che permette per lo meno di coprire le spese on the road, si è assottigliato ulteriormente, quindi in sintesi è più difficile suonare dal vivo se non si è nel roster di qualche agente importante. Per questo finora abbiamo suonato un po’ di meno del passato dal vivo, ma lo abbiamo sempre fatto con un ottimo pubblico davanti, sia dal punto di vista numerico che per quanto riguarda il modo in cui veniva recepita la nostra musica, il che ci fa ben sperare per il futuro”.

I THE DOOMSAYER PUNTANO A VIVERE DI MUSICA, STANDO IN TOUR IL PIU’ POSSIBILE, O SIETE LEGATI AD ALTRE PRIORITA’ AL MOMENTO?
“L’elemento che mettiamo alla base di questo progetto è il curare ogni dettaglio al massimo delle nostre possibilità. The Doomsayer è la nostra piccola gemma: se la nostra musica piacerà al punto di poterci permettere di vivere esclusivamente grazie alla band, ovviamente saremo pronti a fare questa scelta di vita, altrimenti continueremo a scrivere la musica che ci piace e a suonare dal vivo quando ne avremo la possibilità come abbiamo fatto finora”.

COSA BOLLE IN PENTOLA PER IL FUTURO PROSSIMO?
“Abbiamo iniziato a comporre nuova musica, mantenendo alcuni elementi che reputiamo cardine nel nostro sound, ma allo stesso tempo spingendoci oltre sia dal punto di vista melodico, che da quello della cura delle atmosfere e soprattutto nella pesantezza del sound. Oltre a questo stiamo lavorando sul fronte live, suoneremo almeno ad un paio di festival estivi e in più stiamo cercando di organizzare altre date in Europa e qualcosa in Italia”.

COME MAI SOLO SEI BRANI PER IL VOSTRO DEBUTTO “FIRE. EVERYWHERE”?
“Volevamo presentarci con un album breve ed estremamente curato, che potesse condensare al meglio tutte le nostre influenze. Sei brani più due intermezzi strumentali ci sono sembrati sufficienti per far capire chi siamo, in futuro avremo tutto il tempo di far uscire un doppio album, se avremo pezzi sufficienti per farlo (ride, ndR)!”.

DEVO DIRE CHE LA VOSTRA FIRMA PER CANDLELIGHT MI HA SORPRESO. COME MAI UNIRVI AL ROSTER DI UNA BAND CHE HA UNA STORIA E UN PRESENTE BASATO SU BLACK METAL E METAL ESTREMO?
“Bella domanda! In realtà non tutti sanno che Darren Toms, l’A&R di Candlelight, è anche uno dei due fondatori di Siege Of Amida Records, una delle etichette più stimate nella scena metal-hardcore europea. Quando SOAR è stata ceduta a Century Media, Darren ha deciso di provare ad aprire Candlelight a sonorità diverse da quelle del loro roster storico, che vanta tra l’altro Emperor e altre band che hanno influenzato non poco la nostra scelta di avvicinarci alla musica estrema, e ha deciso di iniziare questo esperimento prendendo noi ed Earth Crisis. Ci è piaciuta molto la sua proposta e ci siamo sentiti onorati di poter essere inclusi nella prima generazione di band metalcore in Candlelight, per questo abbiamo deciso di accettare e firmare”.

COME SAI, NOI CHE SCRIVIAMO DI MUSICA, ANCHE SOLO PER DARE UN’INDICAZIONE AI LETTORI, DOBBIAMO INCASELLARE I GRUPPI ALL’INTERNO DI UN GENERE MUSICALE. QUAL È IL PIÙ ADATTO AI THE DOOMSAYER A TUO PARERE, E COME LI DESCRIVERESTI AI CURIOSI CHE STANNO LEGGENDO MA NON HANNO MAI SENTITO LA VOSTRA MUSICA?
“I The Doomsayer fondono il metal melodico di matrice nord-europea con l’hardcore, inserendo però alcune influenze post hardcore e un’attenzione particolare per le atmofere dei brani, cosa che tra l’altro puntiamo ad esaltare ancora di più nel nostro prossimo disco”.

THE DOOMSAYER, READY SET FALL, UPON THIS DAWNING, DESTRAGE: LA BUONA MUSICA IN ITALIA C’E’. COSA VA MIGLIORATO ADESSO PER ARRIVARE AI LIVELLI NON DICO DEGLI USA MA DI GERMANIA, UK O AUSTRALIA?
“Concordo pienamente con quello che hai detto. Ricordo che ai tempi dei primi EP degli Stigma la stampa estera amava particolarmente sottolineare come fosse insolito che in Italia ci fossero band che non proponevano musica ‘come Lacuna Coil e Rhapsody’, anche se in realtà le band estreme c’erano già eccome! Ora grazie alle band da te citate, ma anche a Fleshgod Apocalypse, Hour Of Penance, Nero Di Marte, Hopes Die Last e altri, l’estremo made in Italy è riconosciuto e considerato non solo in Europa, ma anche negli States e in Oceania. Questo secondo me era il passo più complicato da fare; ora che è stato compiuto bisogna continuare a sfornare band capaci di competere ad armi pari con le realtà internazionali, perché questo contribuirà gradualmente ad innalzare ulteriormente la qualità generale della nostra scena, cosa che alla lunga ci porterà come detto da te ad arrivare al livello dei paesi cardine a livello mondiale”.

COM’E’ VISTA LA SCENA HARDCORE E METALCORE ITALIANA ALL’ESTERO?
“Il nostro paese ha sempre avuto realtà hardcore importanti, a partire da Raw Power (ricordo ancora un’intervista del frontman dei Machine Head che li elencava tra le sue influenze principali) e Negazione, fino ad arrivare a Reprisal, Sentence e To Kill, il fatto è che fino a pochi anni fa il circuito hardcore era una cosa a sé stante, impermeabile da quello metal, e in esso le nostre band avevano un peso molto importante, ma limitato ad una scena che, appunto, non riusciva o non voleva inserirsi completamente all’interno di bacini di pubblico più ampi come quello metal. Negli ultimi anni, grazie alla fusione di metal e hardcore, prima a livello di sound e man mano sempre di più anche a livello di pubblico, le due scene si sono trovate mischiate in molte più occasioni, e questo ha permesso alle nuove band hardcore del nostro paese di avere da subito un’esposizione maggiore, cosa che ha i suoi pro ma ovviamente anche i suoi contro. La mia sensazione è che il pregiudizio nei nostri confronti stia scemando sempre di più, come abbiamo detto prima ci sono tante band italiane che si sono ritagliate la loro fetta di pubblico al di fuori dei nostri confini, e mi piace pensare che il fenomeno sia in crescita costante”.

COSA SIGNIFICA FAR PARTE DEL ROSTER MONSTER ENERGY?
“Monster è un marchio molto attivo nella scena musicale alternativa: supporta i festival più importanti, a partire dal Warped Tour US e Europe fino ai vari Wacken, Groezrock, etc., e ha un ottimo rapporto anche con le band del roster. Ci aiutano con piccoli contributi, che però per una band come la nostra sono molto importanti, e solitamente costi che pesano sull’economia della band, come video report, scrims e backdrop da palco, ma soprattutto tante lattine di energy drink per restare svegli durante le nottate in furgone (ride, ndR)!”.

SO CHE IL DISCO È STATO MASTERIZZATO AI LAMBESIS STUDIOS. NON SO SE AVETE AVUTO RAPPORTI DIRETTI CON TIM, AD OGNI MODO CHE EFFETTO TI HA FATTO SCOPRIRE LO SCONCERTANTE EPILOGO DELLA SUA VICENDA GIUDIZIARIA?
“In realtà noi abbiamo lavorato direttamente solo con il suo ingegnere del suono, Daniel Castleman, che si è rivelato un professionista davvero eccelso e super disponibile. Siamo al corrente di come stanno andando le cose, ci documentiamo come tutti direttamente dai media: la cosa comunque a me suona molto strana, ho incontrato Tim in passato e abbiamo alcuni amici in comune, nessuno si sarebbe mai aspettato che potesse arrivare a tanto. Spero che la band possa riprendere al più presto, continuo a reputarli una delle migliori live band della scena metalcore”.

IMMAGINO I TUOI GENITORI SIANO VENUTI A CONTATTO CON LA VOSTRA MUSICA. COSA NE PENSANO?
“Certo! Diciamo che negli anni hanno imparato a capire che fare questa musica mi rende felice, ogni tanto mi sento ancora raccontare dello shock provato all’assistere al mio primo concerto, ma penso sia del tutto comprensibile per una persona cresciuta in una generazione diversa dalla nostra. Di recente mi è capitato più volte di soffermarmi a pensare quanto la musica abbia avuto un peso enorme all’interno della mia formazione personale. Fare musica mi ha insegnato a lavorare per raggiungere un obiettivo, a destreggiarmi nelle situazioni più diverse e a volte improbabili, a creare legami e amicizie con gente di paesi e culture diverse dalla mia, ma ovviamente anche a dar sfogo alla mia creatività sapendo che ogni nota che scriviamo è un qualcosa che nel bene o nel male resterà per sempre. Infine, forse il più grande insegnamento sento che sia stato l’imparare ad affrontare le sfide della vita vedendole come una montagna da scalare a mani nude, in cui la vetta è quasi impossibile da raggiungere, ma dove in realtà la consapevolezza di essere salito anche solo di un centimetro ti dà una sensazione di gioia e orgoglio assoluti. Per concludere, invito tutti coloro che sono sopravvissuti fino a questo punto della nostra chiacchierata, a cliccare questo link (http://www.youtube.com/watch?v=S6rHOZar1a4) e ad ascoltare quello che dice Jesse Barnett all’inizio del video. Queste parole sono una delle rappresentazioni più pure e forti di quello che la musica hardcore rappresenta per me, come per tante altre persone, e le ritengo straordinarie nel riuscire a trasmettere il fuoco che spinge la nostra generazione ad imbracciare uno strumento e scrivere questo tipo di musica”.

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