THE FLOWER KINGS – Long Live the Kings

Pubblicato il 03/12/2007 da
 
I Flower Kings in un certo senso sono una band da ammirare. Capitanati da Roine Stolt, si sono sempre rivolti a quella fetta di pubblico affezionato ancora oggi al progressive rock delle origini, pur mostrando alcune connessioni con i neo-progster Spock’s Beard. Una formula vincente per alcuni, e terribilmente integralista per altri, che ha sempre diviso in due i fan del prog più moderno. Continua oggi con tenacia nel suo lavoro di indottrinamento il buon Roine, che Metalitalia.com ha incontrato per voi in un piovoso pomeriggio di novembre, durante il soundcheck della data di Codevilla.
 
 

 
IL NUOVO ALBUM E’ DIVERSO DAL PRECEDENTE “PARADOX HOTEL”, SEMBRA ANZI RIVOLGERSI INDIETRO NEL TEMPO AL VOSTRO SECONDO ALBUM, “RETROPOLIS”…
“Credo che la cosa si sia sviluppata in modo spontaneo e naturale. Nell’ultimo tour, ci eravamo resi conto che la band rendeva al massimo quando si trovava a riproporre questo tipo di musica, per cui quando ci siamo ritrovati a dover scegliere dei pezzi nuovi da inserire nell’album, questa consapevolezza ci ha aiutati nella selezione. La vera essenza dei Flower Kings è questa. Progressive rock con una forte componente legata agli anni Settanta, dove questo genere ha trovato massima espressione”.
 
IL TITOLO DELL’ALBUM E’ UN INNO ALL’AMORE. CREDI CHE OGGI CI SIA ANCORA QUALCHE SPERANZA IN TAL SENSO?
“Io credo di sì. C’è sempre tempo per l’amore. Tutti ambiscono a raggiungerlo, nonostante i media sembrino dire il contrario. Cerchiamo amici, compagni, ed in generale persone con cui condividere delle emozioni. Questa per me è una delle cose più grandi e belle che l’amore ci possa dare. E’ un sentimento universale, senza tempo, e se ci pensi è forse l’unica cosa rimasta che non risente minimamente delle mode”.
 
SEI LEGATO IN MODO PARTICOLARE AL SOUND DEGLI ANNI SETTANTA, ED I TUOI LAVORI LO DIMOSTRANO SEMPRE IN MODO ECCELLENTE. QUANTO HAI LAVORATO SUL SUONO DI “THE SUM OF NO EVIL”?
“Io amo questo tipo di sound, senza troppi processi ed elaborazioni, come tuttavia si sente sempre più spesso al giorno d’oggi. Tutto suona enorme, maestoso, ma anche eccessivamente finto. E sappi che non è difficile ottenere tali risultati oggi, con il supporto della tecnologia, della registrazione in digitale. Negli anni Settanta si usavano esclusivamente un paio di microfoni per registrare la band, con il risultato che potrai immaginare. I suoni sembravano più ‘piccoli’, ma anche molto più genuini. Per l’album ho voluto onorare questo tipo di attitudine, e mantenere la registrazione il più vicino possibile ad una dimensione live, che è sempre il miglior modo per noi di esprimerci”.
 
QUESTA SERA SUONERETE CON PAT MASTELLOTTO DEI KING CRIMSON ALLA BATTERIA. COME E’ NATA QUESTA INSOLITA COLLABORAZIONE?
“Tutto è iniziato perché dovevamo registrare un album a marzo, ma il nostro batterista non poteva essere presente. Ma lo studio era prenotato, e dovevamo trovare al più presto un sostituto. Siamo riusciti a cavarcela, ma rimanevamo sostanzialmente una band senza batterista. Quando ci siamo trovati ad organizzare il tour, ci siamo guardati intorno per trovare un batterista in Svezia, ma dopo varie audizioni abbiamo capito che nessuno faceva al caso nostro. Un giorno ho contattato Pat e gli ho proposto se era interessato, ed ha accettato. E’ stato tutto molto semplice, non me lo sarei mai aspettato. E ora che siamo nel bel mezzo del tour, ti posso confermare che con lui le cose vanno benone. E’ un grande lavoratore, ed un uomo pieno di entusiasmo e passione”.
 
CON I SUOI KING CRIMSON PAT E’ SOLITO INSERIRE DELLE PARTI DI BATTERIA ELETTRONICA E SAMPLE VARI, CHE AZIONA AGEVOLMENTE ANCHE DAL VIVO. CREDI CHE QUESTO SI ADATTI BENE AL VOSTRO SOUND?
“Io credo di sì. Questa sua caratteristica mi ha sempre affascinato in modo particolare, perché è un grande batterista rock, dotato però di una grande sensibilità moderna, che gli permette di incorporare tutte queste parti più elettroniche. Io avevo già pensato ad una cosa simile per la mia band, ma tutti i batteristi con cui ero entrato in contatto non ne volevano sapere”.
SEI ORMAI SPECIALIZZATO NEL COMPORRE SUITE DAL MINUTAGGIO CONSISTENTE. QUAL E’ IL MIGLIOR MODO PER AFFRONTARE LA COMPOSIZIONE DI QUESTO TIPO DI PEZZI?
“Quando scrivo questo tipo di musica, lascio che la libertà espressiva prenda il sopravvento. Abbiamo la fortuna di avere una casa discografica presente ma non oppressiva, per cui sappiamo dal principio che ogni nostra idea potrà svilupparsi in tutti i modi possibili. Quando inizio a scrivere un pezzo non so mai se diventerà una suite di mezz’ora oppure un singolo di quattro minuti. Continui a scrivere, aggiungere variazioni, riff, melodie, tempi, tonalità, fino a quando credi che il pezzo sia completo. Ecco che possono nascere vari tipi di pezzi, dalla lunghezza diversa”.
 
C’E’ UN ALBUM DELLA TUA FORNITA DISCOGRAFIA CHE OGGI CAMBIERESTI?
“Fammi pensare… Forse ‘Paradox Hotel’ avrebbe reso meglio con qualche pezzo in meno. E’ un doppio CD, ma credo che ridotto ad uno singolo sarebbe stato più focalizzato, più forte”.
 
CHE MUSICA ASCOLTI QUANDO SEI NEL TUO TEMPO LIBERO?
“I miei ascolti sono abbastanza variegati, ma credo di sapere dove tu voglia arrivare. E ti posso rispondere che sì, è vero, non ascolto molto progressive rock. Forse perché lo considero un po’ come il mio lavoro, e forse perché ne ho sentito così tanto in passato che ora cerco qualcosa di diverso. Il nuovo progressive rock non mi eccita come quello delle origini, non mi dà le stesse sensazioni che mi diedero band cone King Crimson, Yes, Emerson Lake & Palmer. Oggi mi oriento su Paul McCartney, Joni Mitchell, Elvis Costello, musica classica, jazz, John Coltrane, Miles Davis. Dopo aver affrontato un tour, le mie orecchie si vogliono riposare, e quale aiuto migliore di un buon disco di musica classica?”.
 
PER UN BREVE PERIODO DI TEMPO AVETE AVUTO DANIEL GILDENLOW DEI PAIN OF SALVATION NELLE VOSTRE FILE…
“Sì, è stata una cosa naturale il suo ingresso nella band. Ai tempi mi parlarono molto bene di lui, ma io non conoscevo ancora la sua musica. Li ho poi visti ad un festival, ma non mi impressionarono più di tanto. E’ stato con il tour dei TransAtlantic, dove Daniel ci ha dato una mano alla chitarra, alle tastiere e ai cori, che ho capito quale fosse l’enorme talento di quel ragazzo. La sua voce è davvero fantastica! Sono rimasto in contatto con lui, e quando si è trattato di registrare il nuovo album, ho pensato di contattarlo. Ha cantato le sue parti, e quando siamo partiti per il tour si è aggiunto a noi. Il tour è andato bene, ed abbiamo registrato un altro album”.
 
E POI COS’E’ SUCCESSO?
“E’ successo che ad un certo punto ci siamo trovati in procinto di partire per il tour americano, e lì sono iniziati i guai. Devi sapere che con le restrittive misure di sicurezza adottate dagli Stati Uniti, è necessario riempire infiniti moduli, tra cui era previsto l’obbligo di presentarsi all’ambasciata americana di Stoccolma, per riempire altre carte e soprattutto per depositare le impronte digitali. Appreso ciò, ho chiamato Daniel per comunicargli la cosa, e lui a quel punto si è infuriato, ed ha giurato che non avrebbe mai fatto una cosa simile. A quel punto aveva fatto una scelta, che era quella di non fare più parte della band. Perché non ci potevamo permettere di lasciare fuori il mercato americano a causa sua. Abbiamo quindi dovuto preparare i pezzi senza di lui due giorni prima di partire. E’ stata una faticata!”.
 
QUINDI DEVO DEDURRE CHE LO SPLIT NON SIA STATO DEI PIU’ AMICHEVOLI…
“Un paio dei ragazzi della band si sono molto risentiti di questa cosa, e credo che sia comprensibile. Io invece ho compreso le sue scelte, e non gli serbo alcun rancore. Siamo ancora amici, e ci sentiamo di tanto in tanto”.
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