THE FORGOTTEN PRISONERS – Raccontare per non dimenticare

Pubblicato il 27/06/2016 da

Musica, diritti umani, corsi e ricorsi storici: questo e tanto altro si può trovare in questo bell’album di debutto dei The Forgotten Prisoners, band romana che suona un prog dalle venature metal, caratterizzato da brani di lunga durata e molto ben articolati, in grado di coniugare assai efficacemente tecnica e melodia. Un debutto, per la verità, che denota già una certa personalità e maturità stilistica e che in tal senso ci ha anche un po’ sorpresi. I quattro ragazzi della band ci hanno raccontato dunque di come è nato questo loro progetto, della loro attenzione e del loro impegno verso importanti tematiche sociali, delle loro aspirazioni e della loro voglia di crescere artisticamente.

The Forgotten Prisoners 1

 

COME NASCONO THE FORGOTTEN PRISONERS?
Jean-pierre Brunod: “I The Forgotten Prisoners sono nati da un’idea mia e di Alessandro, tra la fine del 2011 e l’inizio 2012. Da allora siamo passati attraverso numerose line-up, ma abbiamo cercato di mantenere la base del sound del gruppo, un prog metal melodico e fruibile, e svincolato da qualsiasi schema”.

IL VOSTRO MONIKER LASCIA INTENDERE UN’ATTENZIONE PARTICOLARE VERSO CERTE TEMATICHE: CONFERMI? CE NE VUOI PARLARE?
Alessandro Farulli: “Secondo noi la musica è un ottimo strumento per veicolare qualsiasi tipologia di argomento rendendolo accessibile e in particolar modo raccontare qualcosa. Le tematiche che raccontiamo sono sotto gli occhi di tutti, dentro e fuori i confini di quello che viene definito ‘Occidente’. Volevamo cercare di trattare tali tematiche nel modo meno retorico possibile, trasformandole in una storia da seguire, in modo che l ‘ascoltatore potesse identificarsi nei vari personaggi del concept”.

SIETE ANCHE INTERESSATI ATTIVAMENTE ALLE PROBLEMATICHE RIGUARDANTI I DIRITTI UMANI?
Andrè Arcos: “Nel nostro piccolo sì, alcuni di noi sostengono iniziative a favore delle popolazioni indigene sudamericane, o sono tesserati con Amnesty International. Uno dei nostri sogni nel cassetto è riuscire a creare una fondazione a scopo di beneficenza”.

 IL VOSTRO PRIMO ALBUM S’INTOTOLA “CIRCADIAN DESCENT”: COME MAI AVETE SCELTO QUESTO TITOLO? A COSA ALLUDE?
Jean-Pierre Brunod: “Abbiamo cercato di rappresentare la ciclica caduta di valori dell’uomo e della società. La storia si ripete e l’uomo ha la memoria breve: tende a dimenticare gli errori del passato e a compierli nuovamente, nel momento in cui si trova in una condizione di agiatezza o di tranquillità. L’album è diviso in due parti: nella prima proviamo a dare una visione in prima persona dal punto di vista di vari personaggi, i prigionieri, vittime delle decisioni prese da chi detiene il ‘potere’; nella seconda, dopo ‘The Passage’, è l’Uomo il protagonista, che prende coscienza di sè e del proprio percorso spirituale”.

COME SI E’ SVOLTO IL PROCESSO COMPOSITIVO? HA VISTO COINVOLTI TUTTI I MEMBRI DEL GRUPPO?
Alessandro Farulli: “Sì, uno dei cardini del progetto è che tutti i membri del gruppo siano responsabili della propria parte. Pensiamo che lo stile che si adotta in alcune band e cioè che un singolo leader scriva le parti per tutti, sia limitante sia dal punto di vista compositivo che narrativo”.

I BRANI DEL DISCO SONO TUTTI MEDIAMENTE ALQUANTO LUNGHI: TROVO CHE PER UNA BAND ESORDIENTE SIA UNA DECISIONE ALQUANTO CORAGGIOSA. SI E’ TRATTATO PER VOI DI UNA SCELTA BEN PRECISA, NEL SENSO CHE EFFETTIVAMENTE VI TROVATE PIU’ A VOSTRO AGIO CON LUNGHE SUITE?
Riccardo Piergiovanni: “Dato che ogni canzone racconta una storia a sè, ma che comunque deve essere incastrata nel concept a cui appartiene, non ci siamo fatti condizionare dal minutaggio o dalle strutture standard. Inoltre, il progressive ha la meravigliosa caratteristica di non avere confini o stilemi, ed è uno dei motivi per cui ci sentiamo liberi di poter comporre senza vincoli. Cerchiamo di rendere la nostra musica un continuo divenire e rinnovarsi, man mano che si racconta all’ascoltatore”.

CON RIGUARDO AI TESTI DELLE CANZONI, QUALI SONO LE VOSTRE PRINCIPALI FONTI D’ISPIRAZIONE? FATE RIFERIMENTO ANCHE AD EPISODI REALI?
Riccardo Piergiovanni: “Per mantenere l’idea della storia e al tempo stesso evitare di spostare l’attenzione su una specifica problematica reale, abbiamo cercato di inventare delle situazioni che ci permettessero di raccontare nella maniera più libera possibile la tematica presa in esame. E’ la musica stessa che ha ispirato le parole”.

COME PENSATE DI PROMUOVERE L’ALBUM? AVETE REALIZZATO O PENSATE DI REALIZZARE ANCHE DEI VIDEO?
Jean-pierre Brunod: “Per il momento abbiamo preparato un lyric video di ‘The Passage’, che avevamo fatto uscire come singolo a Settembre 2015. Nell’album però è presente un’altra versione della canzone stessa, con delle modifiche che abbiamo messo in campo durante la stesura finale di ‘Circadian Descent’. A breve produrremo un altro lyric video per ‘Ash in the Dust’. In seguito, promuoveremo l’album con un minitour nel momento in cui riusciremo ad avere una buona fanbase”.

NEL DISCO VI SIETE AVVALSI PER IL BASSO DI PAOLO GRILLO COME SPECIAL GUEST: PENSATE DUNQUE DI MANTENERE QUESTA FORMAZIONE O STATE VALUTANDO DI INSERIRE ALTRI MEMBRI DEL GRUPPO.
Andrè Arcos: “Con Paolo abbiamo avuto solo una buona collaborazione. Stiamo già valutando l’inserimento di un bassista fisso in formazione e a breve renderemo pubblico il nome”.

SPESSO LA MUSICA PIU’ TECNICA VIENE BOLLATA COME FREDDA E POCO ESPRESSIVA: AL CONTRARIO, HO NOTATO NELLA VOSTRA MUSICA UN APPROCCIO TALVOLTA UN PO’ MALINCONICO MA ORIENTATO IN GENERALE COMUNQUE A TRASMETTERE EMOZIONI. COME SIETE RIUSCITI AD OTTENERE QUESTO RISULTATO?
Riccardo Piergiovanni: “Per quanto riguarda il tecnicismo, è comunque una caratteristica del genere ‘Progressive’, dal quale secondo noi non ci si può esimere. Tuttavia noi lo consideriamo solo come un mezzo per raggiungere il cuore di chi ci ascolta. La tecnica deve essere al servizio della musica e della melodia. ‘Circadian Descent’ è comunque un album per gran parte oscuro, in cui si intravede uno spiraglio di luce solo verso la fine ed è per questo che il mood generale cerca di trasmettere è malinconico e, a volte, drammatico”.

COSA CI POTETE RACCONTARE RIGUARDO IL VOSTRO BACKGROUND? COME SIETE ARRIVATI AL PROG?
Riccardo Piergiovanni: “Avendo studiato per molti anni il pianoforte classico al conservatorio, credo che il passo dalla musica classica al progressive sia molto breve”.
Andrè Arcos: “Per me è un ritorno, dopo essermi allontanato di molto spaziando in quasi tutti i generi musicali, iniziare a lavorare con i The Forgotten Prisoners è stato per me un tentativo di rinnovare qualcosa del passato”.
Alessandro Farulli: “E’ dai tempi della scuola che sono sempre stato appassionato alla tradizione Progressive. Ho iniziato con i Genesis, poi tutti i ’70 e sono arrivato ai giorni nostri. L’Italia inoltre ha sempre avuto grandi nomi nel genere!”.
Jean-pierre Brunod: “Un giorno ho cominciato ad ascoltare i Rush, gli Yes e i Dream Theater, e da lì non ho più smesso di amare il progressive”.

COSA PREVERE IL FUTURO DEI THE FORGOTTEN PRISONERS? QUALI SONO I VOSTRI PROGETTI NELL’IMMEDIATO FUTURO E QUALI LE VOSTRE ASPIRAZIONI NEL MEDIO/LUNGO TERMINE?
Alessandro Farulli: “Come dicevamo, speriamo di ottenere una buona fan-base per poter promuovere ‘Circadian Descent’ con un mini tour nell’immediato futuro e in seguito cercare di aspirare ad una scena il più internazionale possibile”.

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