Pochi artisti come John Myung incarnano il concetto di calma zen. Durante la nostra intervista incentrata sul nuovo disco dei The Jelly Jam, questo portentoso bassista ha mostrato sempre una pacatezza ed una tranquillità che farebbero invidia al samurai più contemplativo. Eppure dalle parole di Myung trasuda una forte emozione ed una smisurata passione per la musica e per i progetti in cui è coinvolto. In particolare per “The Profit” sono state spese parole molto positive ed importanti dal punto di vista artistico, e uno come Myung grazie ai Dream Theater potrebbe benissimo trascorrere il suo tempo libero senza far nulla. Ma parliamo ora di questo interessante disco…
JOHN, CON I DREAM THEATER SIAMO ABITUATI A VEDERTI ALL’OPERA SU CANZONI MOLTO LUNGHE E COMPLESSE, MENTRE SU “PROFIT” HAI OPTATO PER PEZZI DI BREVE DURATA E DAL SOUND MOLTO PIU’ CATCHY.
“Esatto, l’intenzione mia e di Ty Tabor era proprio questa! Non volevamo cimentarci in brani eccessivamente lunghi, la nostra idea era comporre canzoni della durata media dai tre ai cinque minuti, con strutture abbastanza semplici e con la melodia come componente dominante. Personalmente ritengo che la band abbia svolto un ottimo lavoro anche sul versante dei testi, le canzoni non sono banali e ci siamo impegnati molto a scrivere liriche profonde ed importanti. Circa metà dei brani li abbiamo composti insieme, come una vera band, provando e trovandoci in sala prove a suonare come si faceva una volta. Essendo musicisti molto impegnati con le nostre rispettive band, abbiamo dovuto fare i conti con il tempo, non sempre riuscivamo a riunirci e lavorare tutti insieme, così le altre canzoni sono state composte individualmente, ci si scambiava le idee via internet ed ognuno metteva il proprio contributo. Tra tutti i dischi dei The Jelly Jam a mio avvisto ‘Profit’ è il migliore, il più maturo, sono davvero molto soddisfatto”.
POSSIAMO DIRE CHE CON I “THE JELLY JAM” TU SUONI MUSICA PIU’ SEMPLICE RISPETTO AI DREAM THEATER, MA CHE SI TRATTA PUR SEMPRE DI PROGRESSIVE ROCK?
“Credo che la definizione migliore del concetto di ‘progressive’ si possa riassumere con la parola cambiamento. Si tratta di un percorso artistico e personale che si sviluppa come un vero viaggio. Quando studiavo musica da giovane la mia idea di progressive più o meno si rispecchiava nella musica di band come gli Yes, Jethro Tull e Rush. Oggi la musica progressive è molto cambiata, si tratta di un genere in continuo mutamento perché offre la possibilità di esplorare tutti i sottoinsiemi che uniti compongono la musica. Non c’è bisogno di suonare in modo ultra tecnico per proporre musica progressive. Per quanto mi riguarda il progressive è semplicemente musica, che può tradursi in un pezzo pop oppure in uno jazz, senza porre paletti o confini. Non voglio essere confinato all’interno di un’etichetta musicale, perché questo modo di vedere le cose è il primo a frenare la libertà dell’artista. Mi piace essere libero, provare nuove soluzioni, affrontare sfide senza dover limitare la mia ispirazione. Tutto ciò che suona in modo differente da ciò che viene prima è progressive, perché a mutamento, cambiamento, evoluzione”.
MI HA MOLTO INCURIOSITO IL TITOLO DEL VOSTRO NUOVO ALBUM ,DOVE LA PAROLA “PROPHET” VIENE CANCELLATA E SOSTITUITA DA “PROFIT”.
“Si tratta di un bel gioco di parole e significati che parte dalla figura profetica che è anche rappresentata nella copertina del disco. Vengono raccontate storie dove si profetizza che da qualche parte della Terra vi sia qualcuno di molto potente che controlla tutto, dall’economia al lavoro alla politica alle persone stesse, il tutto in nome del profitto. Da qui scatta il gioco di parole tra profeta e profitto. E allora questo profeta cerca di salvare il Pianeta risvegliando dal torpore le persone sotto controllo. Cerca di aprire loro gli occhi, di renderle consapevoli, di donar loro la conoscenza di ciò che sta accadendo veramente nel mondo. La demotivazione, ma mancanza di conoscenza, il disinteresse sono tutti elementi che permettono al mondo di essere governato da una ristretta cerchia di persone. Non voglio raccontarti tutta la storia, perché preferisco che chi comprerà ‘Profit’ possa farsi una propria idea, magari riflettendoci un po’ sopra. Di certo queste storie riflettono ciò che sta accadendo realmente, stiamo vivendo in un periodo oscuro e ci dovremmo risvegliare”.
RITIENI CHE AVERE BUONI TESTI IN GRADO DI TRASMETTERE UN MESSAGGIO FORTE SIA UN VALORE AGGIUNTO PER LA VOSTRA MUSICA ?
“Certamente in un disco il primo aspetto che viene preso in considerazione è la musica, in particolare se ci si approccia ad un ascolto in modo non troppo attento. Credo però che se si vuole approfondire la proposta di un artista, la cosa migliore sia ascoltare ed avere i testi davanti per ottenere una perfetta amalgama tra il messaggio musicale e quello scritto. In caso di dischi contenenti delle storie profonde, non approfondire la lettura dei testi sarebbe come sminuire il tutto. ‘Profit’ contiene un messaggio molto importante e sarei molto contento se i fan lo recepissero, un po’ come succede per i grandi concept album del rock, un sacco di band hanno composto dischi in cui i testi sono quasi più importanti della musica”.
ATTUALMENTE SEI IMPEGNATO IN TOUR CON I DREAM THEATER, PENSI CHE RIUSCIRAI A TROVARE IL TEMPO DI SUONARE DAL VIVO CON I THE JELLY JAM?
“Stiamo cercando di far combaciare tutti i nostri impegni per riuscire a suonare qualche show insieme. Se tutto va secondo i piani durante l’estate riusciremo a suonare, al momento non sono previste date in Europa, mentre di sicuro qualcosa faremo qui negli Stati Uniti. Se ci sarà la possibilità verremo anche da voi”.
DA SEMPRE SUONI INSIEME A GRANDI MUSICISTI, IN CHE MODO SUONARE INSIEME A TY TABOR E ROD MORGENSTEIN TI HA ACCRESCIUTO?
“Si tratta di musica, non cambia molto il mio modo di approcciarmi nei confronti di differenti musicisti. L’unica cosa diversa è proprio lo stile musicale che esce dalla collaborazione con persone diverse. Il processo creativo risente della personalità delle singole persone, Ty Tabor lavora in modo differente rispetto a James LaBrie, ma in entrambe le situazioni riusciamo a creare quell’alchimia che ci permette di produrre musica valida, anche se diversa. E’ un po’ come trovarsi una sera in casa di amici, una volta con alcune persone, la volta dopo con altre, ma sempre di amici si tratta. La mia creatività non viene influenzata in modo differente dagli altri, l’importante è stabilire un’alchimia”.
JOHN, NOI STIAMO ATTRAVERSANDO L’ERA DEI TALENT SHOW, CHE SEMBRA ESSERE L’UNICO CANALE DA PRENDERE PER DIVENTARE FAMOSI IN POCO TEMPO. QUAL E’ LA TUA OPINIONE IN MERITO?
“I talent show rappresentano un approccio totalmente diverso al music business rispetto a quando ho iniziato io a suonare. C’è un progetto commerciale sotto, sponsorizzato da una casa discografica interessata a creare un prodotto, ma soprattutto la qualità musicale del prodotto finito non è sempre capace di mantenere l’artista di turno sulla breccia nel medio-lungo periodo”.
I THE JELLY JAM SONO ATTIVI DA QUATTORDICI ANNI, MA IN TUTTO QUESTO TEMPO NON SONO RIUSCITI AD OLTREPASSARE IL LIVELLO DI SIDE PROJECT. SEI CONTENTO COSI’ O VORRESTI DARE PIU’ SPAZIO ALLA BAND?
“Sono molto contento dei dischi che abbiamo fatto e della musica composta. Ad ogni nuovo lavoro riusciamo a migliorare, evolverci e maturare, non è cosa da poco. Non cambierei nulla di quanto fatto artisticamente. E’ chiaro che da sempre dobbiamo organizzare la nostra attività nei momenti liberi dalle nostre band principali, che occupano gran parte del nostro tempo. In fondo sono soddisfatto così, ma credimi, tengo molto ai The Jelly Jam, che sono una grande parte della mia vita. Anche se commercialmente non vendiamo milioni di dischi, dal punto di vista artistico mi danno grandi stimoli e molta soddisfazione”.
TI SENTI REALIZZATO COME MUSICISTA O CE’ ANCORA QUALCHE TRAGUARDO CHE VORRESTI RAGGIUNGERE?
“Penso che nel momento in cui mi sentirò totalmente appagato, la mia musica ne risentirà! In un viaggio non ti puoi fermare a metà strada e la mia carriera di musicista è come un cammino continuo, che comporta sempre nuove sfide da affrontare. Mi sento ancora in grado di fare molte sfide, non sono per nulla stanco ed ho voglia di esplorare tanti lidi musicali. Non ti nego che sono molto contento di ciò che ho fatto finora, ma questo non deve essere un pretesto per riposarsi sugli allori e vivere di rendita”.
RICORDI INVECE QUANDO HAI DECISO DI VOLER DIVENTARE UN MUSICISTA?
“Lo ricordo molto bene, ero molto giovane ed andavo ancora a scuola. Ascoltavo grandi band come Iron Maiden, Black Sabbath, Rush e tutti i giorni, una volta finite le lezioni, trascorrevo ore ad ascoltare dischi. Crescendo ho capito che il mio più grande desiderio era trasformare questa mia passione nel lavoro della vita”.
CHIUDIAMO CON UN TOCCO DI GOSSIP, MIKE PORTNOY DICE DI ESSERE IN CONTATTO CON PRATICAMENTE TUTTI I DREAM THEATER, AD ECCEZIONE DI JAMES LABRIE. CI PUOI DIRE SE TRA TE E MIKE I RAPPORTI OGGI SONO MENO TESI?
“(si schiarisce la voce, poi segue una lunga pausa, ndR) Credo che qualsiasi cosa dicessi per rispondere alla tua domanda finirebbe per creare aspettative in un senso o nell’altro, speculazioni e rumors che francamente non voglio alimentare. Sono accadute molte cose e ce ne sono ancora molte da chiarire, ma se non ti offendi preferisco non parlare di questo argomento”.

