THE MONOLITH DEATHCULT – Di totalitarismi e psicosi

Pubblicato il 11/04/2019 da

Dei simpatici umoristi. Magari con un gusto greve e macabro, ma sempre di umoristi stiamo parlando. I The Monolith Deathcult si sono da tempo affrancati dal ‘semplice’ death metal, frullando partiture rigorose e tremende, evidentemente eredi dell’extreme metal tardo novantiano, con dosi da cavallo di elettronica e industrial. Un cocktail sempre ben bilanciato, accostato a un impianto lirico tendente al delirante, frutto dell’erudizione del trio e della sua capacità di esplorare tematiche non convenzionali da un punto di vista sarcastico, paradossale, interessato agli aspetti più strani dell’umanità e delle sue azioni. In piena coerenza con quanto fatto in passato, ma andando comunque a modificare qualche sfumatura stilistica, eccoci allora a godere dei primi due capitoli della trilogia “Versus”, strambo concept sui totalitarismi che porta avanti con convinzione e piglio brutale lo speciale connubio di brutalità e divertimento del trio orange. Aggiornati e consapevoli delle nuove tendenze di mercato, i musicisti olandesi hanno deciso di aumentare il ritmo di pubblicazione, riducendo il materiale all’interno di ogni uscita, per provare a stare sotto i riflettori un po’ più a lungo del solito. Ci riusciranno? Lo vedremo…

CON “VERSUS 1” AVETE INAUGURATO LA VERSUS-TRILOGY, PROSEGUITA CON IL RECENTE “V2 – VERGELDING”. QUANDO AVETE INIZIATO A PENSARE ALL’INTERA OPERA E A COME AVRESTE DOVUTO STRUTTURARLA?
Robin Kok: – Qualche anno fa abbiamo iniziato a pensare ad un approccio differente dal solito nello scrivere la nostra musica. Prima eravamo abituati a lavorare per quattro-cinque anni per realizzare un nuovo album di quasi un’ora di durata. Abbiamo riflettuto sul fatto che questo processo era diventato troppo lento per gli anni ’10 di questo secolo. Andando avanti così, avremmo avuto un po’ di attenzione per un anno o due, quasi saremmo virtualmente scomparsi dai radar per almeno tre anni, fino a quando non fosse uscito qualcos’altro a nostro nome. Volevamo superare questa circostanza completando dischi in un intervallo minore di tempo ma con meno materiale all’interno. Quando ascolti “Tetragrammaton”, per esempio, sei investito da circa un’ora di assalto sonoro frontale. Mi ero stufato di ascoltarlo nella sua interezza, ecco perché gli album che formano la trilogia “V” sono più corti; un ciclo compositivo e di uscita corto, durata ridotta, ma in cinque anni avremo fatto uscire una quantità di nuovo materiale pari o superiore a quanto sarebbe accaduto in passato, aggiungendovi anche alcune live track. Per il futuro abbiamo in testa altre idee interessanti da questo punto di vista (risate, ndR).

NEL PRIMO CAPITOLO, AVETE PARLATO DI VARI ASPETTI DEI REGIMI TOTALITARI, DA QUELLO NAZISTA ALLA DITTATURA STALINISTA. VI SIETE CONFRONTATI CON ARGOMENTI POCO COMUNI, VICENDE STORICHE POCO NOTE AL GRANDE PUBBLICO. COME AVETE SCELTO I TEMI DELLE LIRICHE? COME AVETE CONNESSO DAL PUNTO DI VISTA TESTUALE PRIMO E SECONDO DISCO?
Robin Kok: – Le nostre idee scaturiscono dalla lettura di libri o visione di documentari, oppure da qualche sorprendente fatto storico sul quale indaghiamo approfonditamente. Michiel, il nostro cantante/chitarrista, è un professore di storia, io sono psicologo e a mia volta molto interessato alla storia; mettendo assieme le nostre passioni, noi due studiamo la storiografia attraverso le sue implicazioni mentali e psicologiche. Inoltre, noi suoniamo metal, quindi non scriviamo testi sulle rose, l’amore e quanto sono belli gli occhi di quella ragazza incontrata sull’autobus; le lyrics si adattano alla violenza della musica. Un tema a cui tendiamo a tornare è quello dei totalitarismi: il regime nazista, quello staliniano, oppure altre forme di estremismo ideologico. In tutti questi casi, ci si ritrova davanti al confronto fra un governo potente e senza volto e il resto dell’umanità. La storia umana è segnata dai conflitti, ciò si riflette nei nostri testi ed è questo anche il punto di partenza di “V”. Il primo disco, “Versus”, riguarda il tema del conflitto; il secondo, “Vergelding”, quello della repressione, mentre il terzo capitolo si chiamerà probabilmente “Vernedering”, che in olandese significa umiliazione. Così ogni album passa attraverso diverse battaglie e guerre.

LE VOCI FEMMINILI RICHIAMANO L’ATMOSFERA DEI TEATRI DI VARIETÀ DEGLI ANNI ’30-’40. CHI SONO GLI ARTISTI CON CUI AVETE COLLABORATO PER LE VOCI FEMMINILI E COME AVETE LAVORATO SU QUESTO ASPETTO?
Carsten Altena: – Abbiamo diversi tipi di voce femminile impegnate su questi dischi, quindi non so esattamente a cosa ti riferisci. C’è un coro di soprano, che è uno strumento virtuale concessoci gentilmente dalla biblioteca sinfonica di Vienna, quindi ci sono le urla corali inserite occasionalmente nei pezzi: in quel caso si tratta delle ragazze dei Dictated. Infine ci sono le voci principali di “Come Forth Lazarus”, di quelle è autrice la mia compagna.

L’ALBUM MOSTRA UNA FORTE VARIETÀ DI SITUAZIONI, PASSANDO DA TRACCE PIÙ OLD-SCHOOL AD ALTRE INFLUENZATE DAL GOTHIC METAL, DA UN’ATTITUDINE INDUSTRIAL O ATTRAVERSATE DA UNA VENA SINFONICA. CHE IDEA C’È ALLA BASE DI UNA TRACKLIST COSÌ ETEROGENEA?
Robin Kok: – Non c’è alcun piano preciso che ha portato a questo tipo di tracklist. Partiamo da un riff o un’idea singola, da lì costruiamo tutta la canzone. Quindi le idee vengono mescolate, cambiate, rimescolate di nuovo, messe da parte, rimesse assieme un’altra volta, fino a quando non pensiamo che una traccia sia pronta. Infine mettiamo in ordine quello che abbiamo per avere una tracklist che abbia senso: per esempio, una song in mid-tempo non dovrebbe essere seguita da un’altra che un ritmo simile. Anche se non credo che in quest’epoca dominata da Spotify ci siano tante persone che si curino delle tracklist di un album: questo è quello che ci dicono che le nostre statistiche di Spotify. Se le persone volessero ascoltare gli album nella loro interezza, tutti i brani dovrebbero approssimativamente lo stesso numero di ascolti, ma di tutti i duecentocinquantamila stream che “V2 – Vergelding” ha avuto finora, con conteggio aggiornato a febbraio 2019, c’è una grossa differenza nel conteggio degli stream. In parte perché abbiamo fatto uscire due singoli (era la prima volta per noi!), ma soprattutto perché ormai le persone difficilmente si ascoltano un disco tutto d’un fiato. Quante persone hanno smesso di guardare alla tracklist quando è stato introdotto il tasto ‘shuffle’ nei lettori CD?

ALL’INTERNO DEI PEZZI POSSIAMO UDIRE DIVERSI SAMPLE, CHE CONTRIBUISCONO A FORGIARE L’ATMOSFERA CRUDELE E ALLUCINATA DEGLI ALBUM. DA DOVE LI AVETE PRESI?
Robin Kok: – Oh, ci sono così tanti sample in queste canzoni! Ce ne sono alcuni che si sentono distintamente, altri più nascosti nel mix. Ad esempio, quello all’inizio di “Come Forth Lazarus” (“You know what’s gonna happen when you die? You’re gonna rot in the ground”) è Hilary Swank in “Freedom Writers” (2007). Gli altri sample sono piuttosto brevi, oppure li avevamo lì pronti per essere utilizzati da tanto tempo e stavamo solo aspettando l’occasione buona per inserirli. A volte prendiamo un sample da qualche parte, ci dimentichiamo da dove l’abbiamo pescato e quando arriva il momento di metterlo all’interno di una canzone non sappiamo più da dove provenga!

SU COSA AVETE SPERIMENTATO MAGGIORMENTE NELLA SCRITTURA E REGISTRAZIONE DI QUESTI DUE CAPITOLI DI “VERSUS”? QUALI ERANO GLI ARRANGIAMENTI, I SUONI, GLI STRUMENTI CHE VOLEVATE MEGLIO ENFATIZZARE?
Robin Kok: – Gli esperimenti li abbiamo lasciati soprattutto agli aspetti non strettamente artistici, vale a dire distribuzione, tempistiche di pubblicazione… Per il resto i due capitoli di “Versus” sono grosso modo la prosecuzione di “Tetragrammaton”, anche se probabilmente l’aver pubblicato due dischi in rapida successione ci ha dato ancora più spazio per sperimentare. Se realizzi un disco in uno spazio di tempo di cinque anni, e hai otto canzoni, ognuna di esse diventa estremamente importante. Quando stai lavorando soltanto su quattro tracce nuove, hai meno materiale di cui preoccuparti, finisci per dedicare la tua completa attenzione a quello che hai per le mani, sei meglio focalizzato su quello che vuoi tirare fuori dalla tua musica. Sei più motivato a far sì che ognuna di esse spicchi rispetto alle altre. Sicuramente, ad ogni album i synth di Carsten diventano un po’ più strani e questo cambia la percezione che si ha del sound dei The Monolith Deathcult. A volte pensiamo che Carsten ci stia prendendo in giro, con qualche flauto tibetano o quando vuole utilizzare rumori corporali di scimmia come percussioni, ma in fondo abbiamo capito che non c’è nulla di sbagliato nelle cose che gli vengono in mente (risate, ndR).

DURANTE TUTTA LA VOSTRA CARRIERA, E ANCORA IN “VERSUS 1” E “V2 – VERGELDING”, AVETE DIMOSTRATO CHE DEATH METAL ED ELETTRONICA POSSONO DIALOGARE MOLTO BEN L’UNO CON L’ALTRO. COSA È PIÙ IMPORTANTE PER CREARE UN BUON CONNUBIO FRA QUESTE DUE TIPOLOGIE DI MUSICA, E NON UNA SEMPLICE CONTRAPPOSIZIONE, UN’ALTERNANZA CHE LE LASCI DIVISE?
Robin Kok: – Quando abbiamo iniziato a lavorare con il nostro attuale produttore (Guido Aalbers, con noi per la prima volta ai tempi di “Trivmvirate” nel 2008) abbiamo imparato molte cose. Fino ad allora, Guido non aveva mai lavorato con una metal band come la nostra, come noi non ci eravamo mai confrontati con qualcuno abituato a produrre pop/rock. Negli anni ci ha insegnato a dare valore ad aspetti che altrimenti avremmo trascurato, ci ha fatto capire come esaltare alcuni strati sonori e a dosare importanza in ogni specifico momento. Fino a quel momento eravamo soliti impilare tanti strati sonori, non interrogandoci mai se tutta questa mole di suono si legasse assieme perfettamente. Non ha senso, ad esempio, aggiungere una percussione, quando sai già che sarà sommersa dalla batteria e dal basso, oppure aggiungere una linea di sequencer quando coincide per tempistica con la voce principale, alla stessa frequenza e modulazione. Sarà anche un cliché, ma il detto ‘less is more’ a volte è più produttivo.

LO HUMOUR NERO È UNA CARATTERISTICA PECULIARE DELLA BAND DA MOLTI ANNI. PENSATE CHE I VOSTRI FAN SIANO SEMPRE IN GRADO DI CAPIRE QUESTA COSA E IL RUOLO CHE GIOCA NELLA VOSTRA MUSICA?
Michiel Dekker: – Penso di sì, siamo una di quelle band i cui fan sono molto scocciati quando realizziamo nuova musica. Non so perché ci ascoltino, forse per sperimentare una trance cupa dopo una sanguinosa autoflagellazione.

MORBID ANGEL, NILE, STRAPPING YOUNG LAD, MINISTRY E MYSTICUM SONO ALCUNE DEI NOMI CHE POSSONO ESSERE COLLEGATI ALLA VOSTRA IDEA DI EXTREME METAL. A QUALI DI QUESTE BAND SIETE PIÙ AFFEZIONATI E SENTITE VICINE AI VOSTRI SOUND E ATTITUDINE?
Michiel Dekker: – Per me la nostra musica è un mix di Cradle Of Filth, Type O Negative, Fear Factory, Ministry, Nile, Strapping Young Lad e Laibach. Prima di scrivere nuove tracce, ascolto “Demanufacture” e “Dusk… And Her Embrace” per entrare nel giusto mood. Quando le fondamenta dei brani sono state poste, passo alla ‘glassatura’ della torta, aggiungendo elementi non death metal, come loop e sample. Dal punto di vista attitudinale, i Type O Negative sono il gruppo più simile a noi. Come suono, direi gli Strapping Young Lad del periodo di “City”.

IL ‘CUORE’ DELLA LINE-UP È LO STESSO PRATICAMENTE DA QUANDO AVETE FORMAT LA BAND. QUAL È IL SEGRETO PER CONTINUARE A ESSERE PRODUTTIVI IN UNA COLLABORAZIONE FRA TRE INDIVIDUALITÀ MOLTO FORTI E OGNUNA CON LE SUE IDEE RIGUARDO ALLA MUSICA?
Michiel Dekker: – Penso funzioni perché tutti e tre siamo persone di mentalità molto aperta riguardo alla musica, concediamo l’un altro lo spazio necessario per muoversi ed esprimere la propria visione e la propria ispirazione. Carsten vuole suonare un assolo jazz alla Allan Holdsworth? Prego, lo faccia pure. Robin vuole aggiungere qualche screaming tipico del black metal norvegese? Si accomodi. Voglio mettere un beat house-terrorcore sotto i riff thrash? Nessuno me lo impedisce. Siamo responsabili del risultato finale e quando qualcosa ci sembra stia bene, lo inseriamo senza farci problemi.

QUALI SONO GLI ARTISTI NON-METAL CHE VI HANNO MAGGIORMENTE INFLUENZATO?
Carsten Altena: – Sono molti gli artisti fuori dal metal che ci influenzano, al top nella mia testa ci sono: Laibach, Hans Zimmer (e con lui innumerevoli altri compositori di colonne sonore), Frank Zappa, Two Steps From Hell, Tangerine Dream, Steve Vai, Smashing Pumpkins, e la lista potrebbe andare avanti a lungo!

COSA CI DOBBIAMO ATTENDERE PER IL PROSSIMO CAPITOLO DI “VERSUS”? STATE PENSANDO DI PORTARE SUL PALCO L’INTERO CONCEPT, NELLA FORMA DI UNO SHOW COMPLETO DI MUSICISTI OSPITI E UNA SCENOGRAFIA DEDICATA?
Michiel Dekker: – A volte guardo a band come Behemoth e Rammstein e penso a come appariremmo se ci vestissimo con dei costumi di scena, ci truccassimo, ma nel nostro caso sarebbe una mossa sciocca. Esistiamo da diciassette anni, vederci fare una cosa del genere dopo tutto questo tempo lascerebbe spiazzati. Mai dire mai, per ora non faremo nulla di diverso dal solito per i nostri live.

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