THRESHOLD – Moto perpetuo

Pubblicato il 06/10/2017 da

I Threshold sono una di quelle realtà per cui spesso si dice che ha ancora senso seguire il progressive metal di scuola anni Novanta. Ce l’hanno dimostrato con l’ottimo “Legends Of The Shires”, disco davvero piacevole seppur molto lungo e di difficile comprensione senza i testi sottomano. Ma come è nato questo mastodontico lavoro e quali sono state le vicissitudini che hanno portato a tutto questo, compreso il cambio di cantante effettuato per riaccogliere il buon Glynn Morgan? Ne abbiamo parlato con Karl Groom, membro della band fin dagli esordi. Una persona ‘british’ in tutto e per tutto, che dall’amore per il metal vecchia scuola è riuscito a creare un connubio tra la durezza della nostra musica e la parte più delicata del rock progressivo anni Settanta. Tra battute sulla durata dei pezzi, il suo lavoro da producer musicale e altro, l’intervista si è trasformata ben presto in una interessante chiacchierata a 360° sulla scena musicale moderna, specialmente parlando di progressive metal in tutte le sue forme ed espressioni.

CIAO KARL E BENVENUTO SU METALITALIA.COM. SIAMO CURIOSI DI SAPERE SE NEL NUOVO TOUR ESEGUIRETE QUALCHE BRANO DA “PSYCHEDELICATESSEN”, OLTRE OVVIAMENTE AI PEZZI DI “LEGENDS OF THE SHIRES”.
– Ciao, sicuramente suoneremo “Innocent” e qualche altro pezzo perché so che c’è molta gente che vorrebbe sentirli!

“LEGENDS OF THE SHIRES” È UN DISCO ENORME CHE RICORDA MOLTO UN CERTO PROGRESSIVE VECCHIO STILE. QUANDO AVETE INIZIATO A SCRIVERLO SAPEVATE GIÀ CHE SAREBBE STATO UN DISCO COSI’ COMPLESSO?
– In realtà no! Semplicemente io e Richard (West, tastierista della band, ndR) abbiamo cominciato a scrivere con l’idea che il disco dovesse durare sessanta minuti e che sarebbe stato un concept. Alla fine gli ho detto che ero ancora ispirato perché mi sembrava che la storia avesse ancora molto da dire, così abbiamo continuato finché non abbiamo completamente esaurito le idee! Da lì abbiamo lasciato fuori qualunque idea o pezzo non rientrasse nelle atmosfere del concept che abbiamo creato, perché ci siamo resi subito conto che in effetti si trattava di un disco lungo e complesso, da rilasciare in doppio CD o doppio vinile. Le canzoni sono fatte apposta per legarsi tra di loro, seguendo sia la musica che le parole. Per me un concept album non funziona se non hai entrambe le cose che vanno di pari passo.

COSA SONO LE “LEGENDS OF THE SHIRES” DI CUI SI PARLA NEL CONCEPT?
– Si tratta di una storia che può riguardare sia una nazione o un paese che cresce, sia una persona che subisce lo stesso processo di cambiamento. Per alcuni punti ci sono dei collegamenti diretti con la storia dell’Inghilterra, come quella dello scorso anno con il disastro della Brexit, mentre in altre parti diventa una storia di una persona che cerca di trovare il suo posto nel mondo, descrivendo i suoi alti e bassi, i suoi errori e le sue gioie. Quindi si tratta di un concept doppio come il disco! La cosa più assurda è che quando abbiamo praticamente finito di scrivere il tutto ci siamo accorti che tutte le canzoni iniziano con L, O, T ed S… Le iniziali di “Legends Of The Shires” (risate, ndR)!

NON POSSIAMO NON FARTI UNA DOMANDA SU GLYNN MORGAN: COME È STATO LAVORARE CON LUI DOPO TANTI ANNI? È STATO DIFFICILE RIADATTARE I PEZZI SULLA SUA VOCE RISPETTO A QUELLA DI DAMIAN WILSON?
– Non abbiamo dovuto riadattare niente: tutto quello che scriviamo lo mettiamo giù senza pensare ad un possibile cantante. Penso che sarebbe davvero limitante scrivere la nostra musica basandoci sin da subito sulla voce, infatti di solito ciò che facciamo è creare le demo dei pezzi con una voce femminile. Questa cosa ha funzionato per tutti e tre i cantanti che abbiamo avuto nella nostra carriera e non è mai stato un problema con nessuno. Ovviamente devo dire che quando abbiamo avuto Glynn a provare un paio di pezzi mi sono subito reso conto di come il suo timbro fosse perfetto, più simile a quello di Mac (Andrew ‘Mac’ McDermott, cantante della band fino al 2007, ndR) che a quello di Damian. Quando hai un cantante con una voce molto heavy è anche più facile incorporare e far ascoltare meglio gli elementi progressive senza trascurare quelli più duri. Al di là di questo: riavere Glynn con noi è stato un piacere, ho sempre amato molto la sua voce e il suo timbro graffiante. Penso che in questi anni anche lui abbia fatto molti progressi, proprio perché prima era molto più duro anche come attitudine, mentre ora dalla sua voce traspaiono anche note emozionali. È stata davvero un’ottima cosa riaverlo in squadra.

QUALCHE TEMPO FA È USCITO IL VIDEO DI “SMALL DARK LINES”, IL PEZZO CHE APRE IL DISCO. L’ABBIAMO TROVATO MOLTO INTERESSANTE PERCHÉ NON SI TRATTA SOLO DI UN VIDEO MUSICALE MA ANCHE DI UNA PERFORMANCE ARTISTICA: AVETE LASCIATO CARTA BIANCA AI RAGAZZI DELLA SITCOM SOLDIERS LTD O AVEVATE GIÀ UNA IDEA DI QUELLO CHE VOLEVATE?
– Ogni volta che abbiamo provato a fare noi la regia dei video dei Threshold abbiamo commesso errori imbarazzanti (risate, ndR)! Questa volta, dunque, abbiamo deciso di dare carta bianca ai ragazzi per vedere cosa sarebbe saltato fuori. L’unica indicazione che abbiamo dato è il testo della canzone: un pezzo che parla dei propri rimpianti e di come le persone, piano piano, si liberino da essi. Così hanno creato l’idea alla base del video e poi ci hanno chiesto di invitare i fan a prenderne parte. È stato fantastico perché molte persone sono arrivate anche da molto lontano, persino dalla Svezia! Nessuno di noi comunque gli aveva detto che alla fine, dopo essersi disegnati le ‘piccole linee nere’ alla base del testo, gli avremmo fatto una doccia gelata (risate, ndR), quindi le espressioni nel video sono ancora più genuine di quanto tu possa pensare! Insomma, abbiamo torturato i nostri fan durante le riprese, ma è stato fantastico!

IMMAGINIAMO LA GENTE ACCORSA PER COMPARIRE NEL VOSTRO VIDEO CHE SI RITROVA LO SCHERZO DELL’ACQUA GHIACCIATA (risate, ndR)
– A tal proposito mi è anche piaciuto il fatto di avere moltissime persone da paesi differenti. Quello che volevamo avere in fondo non era l’effetto delle ‘piccole linee nere’ su una sola persona, ma sull’umanità in generale: quindi penso che anche l’ascoltatore si possa immedesimare nella posizione di questa gente.

A PROPOSITO DELLA PROMOZIONE CHE AVETE FATTO AL DISCO CI SEMBRA DIVERTENTE ANCHE IL FATTO CHE ABBIATE VOLUTO RILASCIARE UN SINGOLO DELLA DURATA DI DIECI MINUTI COME PRIMA CANZONE, “LOST IN TRANSLATION”.
– L’abbiamo fatto apposta per scatenare il terrore nell’etichetta (risate, ndR)! I nostri referenti non potevano crederci quando gli abbiamo detto che come primo singolo volevamo rilasciare un pezzo da dieci minuti. In realtà all’inizio avremmo voluto rilasciare “Small Dark Lines”, ma non saremmo riusciti a organizzare le riprese del video in tempo per l’inizio del pre-order del disco, quindi l’etichetta ci aveva chiesto di pensare a un altro brano. Che io abbia memoria credo che il più lungo singolo mai rilasciato nella storia del rock sia stato “Sultans Of Swing” o comunque un altro pezzo dei Dire Straits molto lungo. Siccome “Legends Of The Shires” è un disco con una storia molto forte abbiamo proposto proprio questo pezzo, anche perché racchiude molto della parte ‘progressive’ della nostra musica. Ci interessava che i fan capissero sia da questo che dal singolo successivo che le due anime della band, cioè progressive e metal, sono ancora ben presenti nella nostra musica. In particolare, in “Lost In Translation”, abbiamo voluto che venissero utilizzate delle immagini che catturassero l’attenzione dell’ascoltatore e lo facessero entrare nell’atmosfera del disco.

ANCHE A LIVELLO DI TESTI IN EFFETTI CI SEMBRA CHE LA COSA MIGLIORE SIA LEGGERLI PER ENTRARE NELLO SPIRITO DELL’ALBUM.
– Si, assolutamente. È un disco che abbiamo pensato anche a quel livello, per cui non leggere significherebbe perdersi una parte davvero consistente delle atmosfere.

AD UN CERTO PUNTO, IN “THE SHIRE PT. 3”, C’È UNA APPARIZIONE DI JON JEARY, VOSTRO EX BASSISTA E TRA I FONDATORI DELLA BAND. COME È NATA L’IDEA DI AVERE JON CON VOI IN STUDIO PER QUESTO PEZZO?
– Devi sapere che io e Jon siamo ancora molto amici: pure i nostri figli hanno legato in amicizia tra di loro! Adesso lui fa l’ingegnere elettronico ed è una manna per quando ci si rompe la strumentazione (risate, ndR). Comunque, quando Richard mi ha fatto sentire quel pezzo, ho proprio pensato “Qui la voce di Jon sarebbe perfetta”. Così l’abbiamo invitato una sera dopo il lavoro e dopo esserci bevuti una tazza di te tra amici ha cantato la parte che abbiamo pensato per lui. Questo è successo prima che Glynn tornasse, proprio quando Damian ha deciso di andarsene, ma abbiamo voluto tenere quel pezzo proprio per sottolineare come “Legends Of The Shires” sia un disco che si ricollega con il nostro passato. Ho sempre pensato di rivolere Jon a fare qualcosa con noi, visto che è stato uno dei fondatori dei Threshold e una persona senza la quale non ci saremmo mai evoluti come stile. Oltre ad essere stata la persona che ci ha formalmente dato il nome è stato anche quello che ha scritto i titoli di tutti i dischi fino a “Critical Mass” e tutti i testi. È stato bello poter fare qualcosa insieme dopo tutti questi anni.

VENENDO AD ALTRI ARGOMENTI: COME VA LA TUA ATTIVITÀ COME PRODUTTORE MUSICALE? HAI GIÀ QUALCHE IMPEGNO PER IL PROSSIMO FUTURO?
– Sono impegnato praticamente fino al prossimo aprile. Fortunatamente sono molto richiesto per quel lavoro, anche se quest’anno avrò il tour con i Threshold. Non mi occupo solo di progressive, ma anche di college rock, skate punk, power metal eccetera. Quest’anno la cosa migliore che mi è capitata è stato lavorare con gli Edenbridge, una band symphonic-power metal austriaca, anche perché sono molto amico del loro chitarrista (Lanvall, ndR) e spesso ci vediamo quando siamo in giro per l’Europa. Pensa che lui era venuto al nostro primissimo show in Germania, a Monaco: da allora abbiamo fatto amicizia ed è sempre un piacere lavorare con lui. Per quanto riguarda il disco mi sono occupato come sempre del mixing e delle chitarre. Ma ci sono tante altre band con cui lavoro: è qualcosa che ho sempre amato molto fare.

ULTIMAMENTE ABBIAMO VISTO UNA SPECIE DI NUOVA ONDATA DEL PROGRESSIVE METAL E ROCK, CON GRUPPI COME HAKEN, STEVEN WILSON, RIVERSIDE, OPETH NELLA LORO NUOVA IDENTITA’ SONORA ED ALTRI AFFERMARSI SULLE SCENE. COSA NE PENSI DI QUESTO ‘REVIVAL’? IL PROGRESSIVE È UN GENERE IN GRADO DI RISORGERE SEMPRE DALLE PROPRIE CENERI?
– In realtà è da quando ho iniziato a suonare che sento parlare di questa ‘new wave of progressive ‘ ogni anno, per cui non so quanto possa essere vero. Penso che semplicemente oggi come oggi c’è più attenzione: se ci fai caso, negli anni, ci sono sempre state delle ottime band progressive rock/metal che magari passavano in sordina. Certo, anche oggi è difficile per colpa di internet, dove troppe band pubblicano il loro materiale e spesso si fa fatica a trovare qualcosa di buono in mezzo alla confusione. Personalmente, poi, non mi ritengo un grande appassionato di progressive metal: quando ho cominciato a suonare i miei riferimenti erano Testament e Metallica, mentre Jon amava i Genesis. È così che la nostra musica è nata: fondendo due cose che in origine erano totalmente diverse. Persino quando si parla dei Threshold fatico a definirci ‘progressive metal’, preferisco dire che siamo una band metal con influenze progressive o viceversa! Quello che non mi piace è che spesso le persone parlino di questo genere come di un qualcosa di cervellotico a cui è difficile approcciarsi senza conoscere la tecnica, quando una bella canzone non deve avere per forza cambi di tempo e altre raffinatezze per funzionare.

È UN PO’ LA QUESTIONE CHE DA SEMPRE ATTANAGLIA IL GENERE, SE SIA PIÙ IMPORTANTE LA TECNICA O L’EMOZIONE NEI PEZZI.
– Esattamente. Le band di questa categoria che mi sono piaciute sempre più sono quelle in grado di fondere tecnica e melodia. Prendi Mike Oldfield: un vero e proprio genio che costruisce la complessità della sua musica basandosi solamente su una melodia che viene variata nelle sue suite. Dalla parte più metal non ti nascondo di essere sempre stato un grande fan dei My Dying Bride, perché li ritengo dei maestri nel costruire delle atmosfere gotiche e cupe unicamente con pochissimi elementi. Voglio dire: respiri veramente l’aria dello Yorkshire e la depressione che la band vuole trasmettere tramite la propria musica (risate, ndR)! Questo per dirti che personalmente preferisco ascoltare band che hanno qualcosa da dire dal punto di vista emozionale che non da quello prettamente strumentale e tecnico.

I THRESHOLD HANNO UNA LUNGA CARRIERA ALLE SPALLE, MA CI SONO ANCORA DEI FESTIVAL IN CUI TI PIACEREBBE SUONARE?
– Sinceramente non saprei, anche perché qui in Europa i festival spuntano come i funghi (risate, ndR)! Soprattutto in Germania dove abbiamo suonato un bel po’ di volte al Rock Hard, al Wacken o al Bang Your Head. A pensarci bene, in realtà, quello che ci manca sono proprio i festival inglesi. Mi piacerebbe prima o poi suonare al Glastonbury, che è un festival pop, o al Download. L’unico in cui siamo stati è il Bloodstock, poi quest’anno abbiamo una data a novembre in un grosso festival progressive metal ma un po’ meno noto di quelli che citavo prima. È proprio vero che è difficile essere profeti in patria!

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