TSUBO – Nessuno è innocente

Pubblicato il 12/07/2023 da

Con l’ultimo “Capitale Umano”, gli Tsubo hanno nuovamente dato prova di avere ottime idee su come rielaborare e rendere fresca e avvincente una forma di death-grind tutto sommato ‘classica’. La band laziale è composta da veterani del nostro panorama underground, ma il riciclo di formule tradizionali già sfruttate ad oltranza non fa esattamente parte del loro bagaglio e della loro attitudine.
Pur prendendo le mosse da influenze note, il secondo full-length del quartetto spiazza con una serie di digressioni e variazioni sul tema, inglobando al contempo spunti che sanno ora di tipico hardcore italiano, ora di sperimentazione in chiave Voivod. Un amalgama da ascoltare con attenzione e che, pur affidandosi a un andamento aggressivo e concitato, sa come regalare nuove sfumature a ogni fruizione. Ne parliamo con il batterista Demo e il cantante Valentino.

COME E QUANDO È NATO “CAPITALE UMANO”? DOPO “… CON COGNIZIONE DI CAUSA” SI ERANO PERSE LE VOSTRE TRACCE PER UN PO’. POI SONO ARRIVATI UN PAIO DI EP, UNO DEI QUALI IN PIENO PERIODO COVID. A QUANDO RISALE LA COMPOSIZIONE DI QUESTO NUOVO ALBUM?
Demo: – Eh sì, è davvero passato molto tempo. Diverso materiale per il disco era già pronto nel 2018 e dopo un piccolo tour fuori dall’Italia eravamo pronti a metterci a lavoro per la stesura finale del nuovo album e sistemare nuovi pezzi per poi provarli a menadito prima di entrare in studio. Succede però che il bassista per motivi familiari lascia la band, dando un freno generale all’entusiasmo e alla voglia di andare in studio a registrare. Poi a me nacque una bimba e le cose si fermarono un attimo. Riprendemmo a fare le prove, spesso solo batteria e chitarra buttando giù diversi riff; poi nella primavera del 2019 trovammo il sostituto al basso e ci mettemmo all’opera per imparare i pezzi nuovi e qualcosa di vecchio. Facemmo qualche data dal vivo di rodaggio suonando a Firenze, a Latina e a Roma di spalla agli Schizo. Quindi a fine febbraio 2020 suonammo anche in un bel festival a Cagliari qualche giorno prima del blocco totale per la pandemia. Quando poi si è sbloccato qualcosa la situazione concerti era critica e non avrebbe avuto senso fare un disco nuovo per poi non poterlo promuovere dal vivo. Alla fine abbiamo realizzato che avrebbe comunque avuto senso registrare qualcosa per dire a tutti: “Ci siamo, siamo ancora vivi e anche un po’ incazzati”; da quel momento ci siamo buttati a capofitto verso la stesura finale di “Capitale Umano”.

PENSO CHE SI TRATTI DEL VOSTRO CAPITOLO PIÙ COMPLETO. HO APPREZZATO MOLTO LA FUSIONE FRA IL GRINDCORE ‘DI PARTENZA’ E ALTRE DERIVE SONORE. NON SI PUÒ IN EFFETTI PARLARE SOLO DI GRIND, ASCOLTANDO IL DISCO. DA DOVE SIETE PARTITI A LIVELLO DI IDEE E COME È STATO SPERIMENTARE QUESTE NUOVE SOLUZIONI?
Demo: – Sperimentare nuove soluzioni è stato bello e molto stimolante, ci siamo messi alla prova. Alcune nostre soluzioni musicali sono di matrice grindcore classico, quindi pezzi veloci da un minuto o due, ma in altri episodi ci piace spaziare un po’: lo abbiamo fatto altre volte in passato, ma qui quel tipo di approccio si sente molto di più. La stesura di ogni pezzo degli Tsubo ha sempre avuto un iter molto spontaneo e naturale: non ci siamo mai messi a tavolino scrivendo la musica, le parti da fare e dove metterle, selezionando i giri e quant’altro; facciamo solo e sempre quello che ci viene in mente quando siamo in sala prove. Noi siamo ancora uno di quei gruppi che prediligono il lavoro insieme, passando diverso tempo in saletta, condividendo idee e suonando e risuonando sui riff, a volte anche cambiandoli dopo aver deciso che andavano bene.

“GUERRE” E “ANTROPOCENE” ALZANO DI MOLTO LA DURATA MEDIA DEI BRANI. COME SONO NATI QUESTI DUE EPISODI NELLO SPECIFICO?
Demo: – “Guerre” è una delle ultime canzoni scritte, anche se il testo è il riadattamento di versi che scrissi qualche anno fa. È un brano nato da un riff del bassista, il quale poi si è evoluto fino a diventare come lo senti oggi. “Antropocene” invece non è un pezzo nuovissimo: era una canzone finita a cui cercavamo una degna parte conclusiva diversa dalla chiusura improvvisa. La parte finale è stata aggiunta in seguito: ci è venuta un’idea per chiudere diversamente il pezzo, e questa idea è poi partita per la tangente, sfociando in tutto il finale che puoi ascoltare sul disco. Tante idee, tante prove, tante naturali soluzioni esecutive che ci piacevano sono diventate parte integrante del pezzo e sticazzi della durata o dei clichè che dovrebbero esserci in un disco di musica estrema: in quel momento per noi era naturale scriverla così, come il brano “Arma Ideologica”, con dei riff che quando li ho sentiti ho detto “da paura, mi ricordano i Voivod!”.

“STRETTA SORVEGLIANZA” È INVECE ESEMPLARE NEL SUO CLASSICISMO. LO TROVO L’EPISODIO MIGLIORE DEL LAVORO, GUARDANDO ALLE TRACCE PIÙ STRINGATE. AVETE VISTO GIUSTO NEL METTERLA COME OPENER. COME È NATA QUESTA CANZONE? VI SONO ALTRI BRANI A CUI VI SENTITE PARTICOLARMENTE LEGATI?

Valentino: – Questo pezzo è nato quasi come il brutto anatroccolo del disco ed è finito come traccia iniziale. Questo ci dà grossa soddisfazione e forse il risultato finale ha meravigliato anche noi stessi. Non è un caso se poi Demo ne ha fatto subito un video a tema con tanto di testi in sovrimpressione. A differenza di altre canzoni, non ha subito grossi rimaneggiamenti nel tempo: è nata a ridosso delle registrazioni e doveva essere un pezzo senza fronzoli, di pura aggressione sonora. Venendo dall’hardcore-punk, trovo canzoni di questo tipo più vicine alle mie inclinazioni: musica furibonda e coscienza (anti)politica.
Demo: – Io mi sento davvero legato a tutto il disco perché per me è stato molto sofferto, dato che me lo sono visto scappare fra le mani almeno un paio di volte per i motivi che ti ho già detto. Ci sono pezzi in particolare però a cui sono molto legato: “Neoplasia Dogmatica” è un mio tema fisso, un motivo che spesso è oggetto di discussione e confronto con molte persone; la chiesa come istituzione e ciò che nel corso dei secoli, e ancora oggi, ha influenzato in negativo lo sviluppo dell’essere umano e la sua crescita interiore. Poi “Antropocene”, altro pezzo a cui sono molto legato, che tratta il tema della convivenza fra Madre Terra e gli esseri umani. Io penso fermamente che vada ristabilito un equilibrio per salvare il pianeta, noi stessi e le generazioni future: un concetto che ho a cuore sin da ragazzo. Infine, un brano come “Vili Bastardi”, con cui – come già accaduto negli altri dischi – prendiamo le distanze da certe ideologie politiche estremiste e temi affini. Ideologie pericolose che vanno solo contrastate e mai alimentate.

QUALE INGREDIENTE NON DEVE MAI MANCARE IN UN PEZZO DEGLI TSUBO?
Valentino: – La nostra musica è il risultato di tensioni interne variegate: ogni componente ha una sua specificità, anche per questo motivo il disco ha molto altro oltre al grindcore old-school. Sento, anche parlando con gli altri, che sia a livello strumentale che a livello di testi abbiamo molto da dire e da comunicare. Dal punto di vista tecnico e musicale, posso dire che non mancherà mai una certa competizione con noi stessi a un livello personale.
Vivere la musica estrema dall’interno è indescrivibile: noi sentiamo di portarci al limite sia a livello creativo che strettamente fisico. Durante ogni prova e ogni concerto stipiamo in un minuto di canzone la nostra vita in modo asfittico e cervellotico, poi accendiamo la miccia per vedere come sarà di volta in volta la detonazione. L’ingrediente che invece non mancherà mai a livello attitudinale e di testi è una consapevolezza di base, sentirci nel solco del metal e del punk prima di noi, sentire di dare il nostro contributo con umiltà restando sempre veri a noi stessi.
Demo: – Come dice, giustamente, sempre il nostro chitarrista Fasano, il rock’n’roll non deve mai mancare! Io concordo con entrambi e aggiungo che un ingrediente che non deve mai mancare è la sorpresa, nel senso che stai sentendo un pezzo grind tiratissimo, è bello far arrivare il riff che ti spiazza, il cambio di tempo che ti fa dire “E adesso dove vanno a parare?”. Oppure l’ennesimo cambio di tempo che spiazza quando credi che il pezzo sia finito nell’arco di cinquanta secondi. Mi è sempre piaciuto questo nella musica che componiamo e anche la genuinità e la spontaneità delle cose senza forzatura: ognuno segue e fa quello che gli viene naturale fare. Certamente non ci siamo inventati nulla, ma questa formula compositiva mi è sempre piaciuta.

UN ALTRO ELEMENTO A MIO AVVISO MOLTO APPREZZABILE È IL CANTATO IN LINGUA MADRE. VI RICOLLEGA ALLA TRADIZIONE HARDCORE ITALIANA MA AL TEMPO STESSO VI RENDE MAGGIORMENTE IDENTIFICABILI IN UN CONTESTO DEATH-GRIND INTERNAZIONALE. COME DEL RESTO AVVIENE PER I CRIPPLE BASTARDS. COME È MATURATA LA SCELTA DELL’ITALIANO, ORMAI TANTO TEMPO FA?
Valentino: – La scelta dei testi in italiano l’ho ereditata da chi mi ha preceduto. Per quanto mi riguarda, non ho mai cantato in inglese nelle altre band in cui ho militato. Usare l’italiano mi viene naturale, sento di dare un contributo a vivere seriamente questa musica e i suoi valori a livello locale. Questo non ha niente a che vedere con nazionalismi del cazzo, che rifiuto categoricamente: si tratta di esprimermi nel modo più sincero possibile  e parlare a persone come me; di certo, se lo facessi in inglese potrei essere più comprensibile al resto del mondo, ma perderei questa spontaneità e la possibilità di rendere in qualche modo più vero e credibile quello che facciamo. Non vogliamo essere chiusi al resto del mondo, infatti su ogni booklet – compreso quello dell’ultimo disco – mettiamo sempre contenuti in inglese e spiegazioni ai testi. A volte non ti nascondo che mi venga da pensare a qualche testo in inglese: non è una porta totalmente chiusa, questo per una serie di motivi, non ultimo che l’Italia è il buco del culo del mondo e appena esci fuori con qualsiasi band trovi realtà più organizzate e molto più appassionate della maggior parte di quelle che puoi trovare in Italia. Per me possiamo e dobbiamo migliorare in molte cose.

PARLIAMO QUINDI DEL CONCEPT ALLA BASE DI “CAPITALE UMANO”: DI COSA PARLANO I TESTI DI QUESTA NUOVA OPERA?
Valentino: – I testi di “Capitale Umano” sono stati scritti da me e Aristodemo. La maggior parte rientrano nel concept che rispecchia il titolo del disco, alcuni sfuggono volutamente, perchè ci piace avere vie di fuga più intimiste e cercare di non scadere nella retorica. “Capitale Umano” tratta del disastro sociale, ecologico e privato provocato dal capitalismo, gli aspetti tragici e mostruosi del cosiddetto miglior mondo possibile, in cui tutti siamo ridotti a merce, sangue sacrificato al dio del profitto, allevati con un’ideologia della schiavitù.
Dal mio retaggio culturale e musicale mi viene naturale fare canzoni di lotta e denuncia, cosi come canzoni disperate e di lacerazione interiore che hanno comunque echi di una certa filosofia e di una certa visione, per alcuni anacronistica, della vita.

PERSONALMENTE NON VEDO MAI DI BUON OCCHIO LA MUSICA DI MATRICE HARDCORE E GRIND DAL TAGLIO IRONICO O DISIMPEGNATO. NEL CIRCUITO GRINDCORE IN PARTICOLARE VI SONO VERI E PROPRI FILONI DEDICATI AL PORNO O AL GORE PIÙ BECERO. SECONDO ME, “GRIND IS PROTEST”, VOLENDO CITARE GLI AGATHOCLES. VOI COME VI PONETE IN QUESTO DIBATTITO?
Valentino: – La nostra musica è DIY, quindi segue l’etica dell’autoproduzione rifiutando logiche commerciali. Musica da noi per noi, per comunicare qualcosa di reale, quindi per un’espressione pura, ma anche per l’emancipazione, per diventare indipendenti dalla musica imposta dal mercato con le loro rockstar di merda.
Purtroppo gli anni diluiscono e impoveriscono tanti discorsi che andrebbero pensati, elaborati e rinnovati continuamente. I social in questo non aiutano: se ci hanno reso più raggiungibili gli uni agli altri, ci stanno erodendo alle fondamenta perchè la tecnologia è pervasiva e controllarne gli effetti è molto difficile. Ora la gente è presa da post usa e getta quotidiani, mentre una volta potevamo idealizzare l’amico di penna con cui facevamo scambi di dischi e opinioni o la persona che aveva le toppe e le maglie dei gruppi più belli e inculati.
Oggi per molti si riduce tutto ad una squallida gara per la popolarità, importando nella nostra comunità valori e principi che non ci dovrebbero appartenere. ‘Grind is protest’, per me lo è, ma questo non significa che tutti devono fare la stessa identica musica e dire le stesse cose; il bello di questa roba è l’assenza di regole, anche il mischiare sacro e profano. Una cosa però che non dovremmo dimenticare, che consiste poi anche nel mio banco di giudizio, è quell’insieme di valori che io ti sintetizzo nel DIY, ma in cui rientra la sincerità, la veridicità, il rifiuto delle logiche mainstream… e che porta, alla fine di tutto, a costituire dei rapporti interpersonali diversi da quelli del mondo esterno, dove troviamo colleghi e ovunque concorrenti. DIY per me porta a costruire quel ‘network of friends‘ di cui si parlava agli albori di questa musica e che porta in luce la possibilità non solo di una creatività diversa, ma anche quella di un mondo diverso.
Demo: – Anche qui concordo con Valentino su tutta la linea. Personalmente non ho mai amato gruppi dedicati interamente al porno o al gore più becero, eccetto magari le prime volte negli anni Novanta, quando sentii gruppi come Pungent Stench o Carcass in un momento in cui non avevo la consapevolezza avuta in seguito riguardo certe tematiche.
Aggiungo un mio ricordo: uno dei primi vinili che mi ha avvicinato al genere è stato “Extreme Conditions Demand Extreme Responses” (da cui l’intro di Wilt “Do you believe in god? I believe in myself!” è diventato una citazione di vita perenne); venivo dalla NWOBHM, dal thrash, dal death metal e, oltre alla violenza sonora, che avevo già apprezzato con altri gruppi, qui era tutto ancora più devastante, testi compresi. Testi che mi colpirono e mi cambiarono molto. Da quel momento in poi, Napalm Death, Agathocles, Terrorizer, Assuck mi inculcarono il concetto che un certo tipo di musica estrema come il grindcore va oltre la musica stessa: è un’arma di denuncia e protesta, protesa a mandare un messaggio preciso, come lo è l’hardcore o il punk.
La musica degli Tsubo su questo punto ha spesso sempre parlato chiaro e se leggi i testi direi proprio di sì, grind is protest!

UN ALTRO ASPETTO POSITIVO DI “CAPITALE UMANO” È LA COPERTINA: MI È RIMASTA SUBITO IMPRESSA APPENA L’HO VISTA. RACCONTATECI L’IDEA ALLA BASE DEL DISEGNO E COME SIETE ARRIVATI AL RISULTATO FINALE.
Demo: – Ottimo! L’effetto doveva essere quello. Le nostre copertine sono sempre sofferte: arriviamo sempre di corsa e al limite della scadenza, ma è bellissimo. ‘Sofferte’ perché ci vuole tempo e confronto: partiamo da tante idee, ne discutiamo e cerchiamo di trovare sempre un filo logico con la musica. Spesso non è semplice, ma poi la quadra arriva sempre. Nel caso di “Capitale Umano”, fra le tante idee, l’ultima è stata di proporre a Claudio Scialabba il concetto di un mondo che lentamente, fra inquinamento, sfruttamento delle risorse, guerre, coltivazioni intensive e quant’altro, si ribella e distrugge la razza umana. Da questa idea, lui ha elaborato a modo suo il tutto, realizzando un dipinto acrilico su carta che non ha nulla a che vedere con il digitale; è semplicemente una vera opera d’arte, un pezzo unico!

ORA CHE “CAPITALE UMANO” È FINALMENTE USCITO, QUALI PIANI AVETE PER L’IMMEDIATO FUTURO? DATE LIVE O ALTRE REGISTRAZIONI, MAGARI PER UN NUOVO EP?
Demo: – Abbiamo in mente di suonare dal vivo il più possibile. Seguiamo da sempre il pensiero DIY anche sui concerti, che al giorno d’oggi potrebbe sembrare quasi deleterio, ma non ci importa; abbiamo preso molte porte in faccia e c’è sempre qualche maleducato a cui scrivi che neanche ha la cortesia di rispondere “no, non siamo interessati”!
Ciononostante, siamo comunque riusciti a suonare di spalla a gruppi che ci piacciono molto e a partecipare a dei bei festival in Italia e all’estero – anche se al Metalitalia.com Fest non abbiamo ancora suonato (risate, ndR)! – senza mai dover pagare qualcuno per farlo, quindi va bene così. A tal proposito, se qualcuno fosse interessato a farci suonare è facile contattarci sui vari canali social.
C’è anche in programma di fare uscire il vinile di “Capitale Umano”, sperando non faccia la fine dell’LP di “Cognizione di Causa”, che svanì nel nulla. C’era infine l’idea di ristampare il vecchio “Promo 2005”, oramai introvabile, e mettere su formato fisico “C-19”. Vedremo… altre registrazioni a breve non credo, anche se c’è giù qualche riff nuovo buttato giù.

I CINQUE ALBUM FONDAMENTALI PER LA NASCITA E LO SVILUPPO DEL ‘SUONO TSUBO’. E SPIEGATECI IL PERCHÉ.
Demo: – In realtà credo non esista un vero e proprio ‘suono Tsubo’, inteso come marchio di fabbrica; per dire, se metti su i Nasum, sai che sono loro: c’è il loro sound, che è un marchio di fabbrica, mentre il nostro è sempre stato una ricerca personale per ogni strumento su ogni registrazione, e ciò ha fatto sì che ogni produzione risultasse diversa dalle precedenti.
Abbiamo di certo tanti dischi fondamentali perché per ognuno di noi c’è un differente e specifico bagaglio musicale: se mi mettessi a citare i fondamentali per il mio sviluppo, finiremmo domani, ma di certo gli Tsubo devono molto a gruppi e dischi come questi:

Brutal Truth – “Need to Control”: una contaminazione nel grind, fra industrial, hardcore, punk; un suono perfetto, pieno di dissonanze e muri di batteria a velocità smodata. Una violenza sonora ineccepibile con in più un’esecuzione chirurgica. Da qui a volte il lavoro chitarristico del nostro Fasano prende qualche spunto, con tutte quelle dissonanze e intrecci devastanti.

Terrorizer – “Wold Downfall”: un disco che non ha bisogno di presentazioni. È un lavoro eccezionale: Pete Commando ha alzato l’asticella rispetto a tutti i batteristi estremi e Pintado ha tirato fuori dei riff monumentali. Il connubio fra musica e testi impegnati rende quest’opera un disco da cui prendere esempio sempre. Non a caso, fra noi capita spesso di parlare di stacco o riff “alla Terrorizer”.

Assuck – “Misery Index”: ancora più violento e maturo di “Anticapitalist”, questo disco è un pilastro di violenza sporco con un’attitudine micidiale. È uno schiacciasassi che, fra musica e testi, ti scaraventa via in maniera prepotentissima. Proctor (“I’m Rob, I play fast!”) qui è un alieno alla batteria, come Steve alla chitarra e voce. Da qui a volte è venuta l’ispirazione per un assalto sonoro senza fronzoli, con pezzi velocissimi e brevi.

Napalm Death – “The Complete Radio One Sessions”: un’uscita che Valentino comprò a sedici anni in un viaggio a Londra e che lo segnò profondamente, per quanto riguarda il concetto di grind. Inoltre, una tape del gruppo hardcore Los Crudos (“Canciones para liberar nuestras fronteras + Viviendo Asperamente”), con tanto di inserti e traduzioni, che ha dato a Valentino un imprinting importante al momento di creare con gli Tsubo.

Infine, più che un quinto disco, aggiungerei alla lista tutta la scena hardcore-punk Italiana che abbiamo sempre ammirato. Wretched, Raw Power, Negazione, Indigesti, Nerorgasmo, Declino, Kina, ecc; l’attitudine che vedevamo in questi gruppi, il loro impegno sociale e politico, tutta quella scena ci hanno dato un grande esempio di coesione, dissenso, condivisione e umiltà. Ed è per questo che spirito continua…

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