ULTHAR – Risposte dall’ignoto

Pubblicato il 04/04/2023 da

Dopo un paio di dischi sicuramente buoni ma non ancora al 100% a fuoco – “Cosmovore” e “Providence” – in questo inizio 2023 gli Ulthar hanno messo a segno il colpo da novanta che, con ogni probabilità, garantirà loro il successo e la riconoscenza che meritano all’interno del circuito underground death metal mondiale. Anzi, colpi, dato che per il suo ritorno sulle scene, come sempre patrocinato dalla lanciatissima 20 Buck Spin, il terzetto americano ha deciso di fare le cose in grande e rilasciare due album distinti, in cui una personalità sempre più rifinita è stata messa al servizio di una scrittura mai così audace e impattante. L’uno più tradizionale, l’altro più progressivo, “Anthronomicon” ed “Helionomicon” possono essere visti come dei veri e propri ‘must’ per tutti coloro che, negli ultimi anni, sono rimasti folgorati dai viaggi siderali di Blood Incantation e Tomb Mold, oltre che per i grandi fan della scena death e techno-death dei Nineties, aspirando già adesso alle prime posizioni delle immancabili classifiche di fine anno. Opere di caratura davvero elevata e non comune, che ci hanno spinto a contattare la band – qui rappresentata dal cantante/chitarrista Shelby Lermo – per un doveroso approfondimento della questione…

LA SCELTA DI PUBBLICARE DUE ALBUM IN CONTEMPORANEA È PIUTTOSTO INSOLITA, INTENDO ANCHE DAL PUNTO DI VISTA DELLA STAMPA FISICA (TRATTANDOSI DI UN’OPERAZIONE SICURAMENTE PIÙ COSTOSA). PERCHÈ NON REALIZZARE UN CLASSICO DOPPIO ALBUM?
– L’idea è sempre stata quella di realizzare due album a sé stanti. Due lavori che fossero esteticamente correlati, ma che differissero tra loro dal punto di vista musicale. Qualcosa che contraddistinguesse la nostra operazione dai classici doppi album. Per quanto ci riguarda, li vediamo come due manifestazioni artistiche separate. E se pensiamo ai costi, non è un’idea così folle. È sicuramente più dispendioso stampare due album separati, ma si guadagnano anche più soldi così che con un doppio album. Tutto si livella.

CON “ANTHRONOMICON” ED “HELIONOMICON”, TROVO CHE LA VOSTRA MUSICA ABBIA RAGGIUNTO LA SUA GIUSTA DIMENSIONE. IMPATTO E TECNICA SONO MOLTO PIÙ BILANCIATI CHE IN PASSATO, TANT’È CHE MOLTI RIFF RIMANGONO IN TESTA DOPO SOLO UN ASCOLTO. VI SIETE MOSSI INTENZIONALMENTE IN QUESTA DIREZIONE O È STATO SEMPLICEMENTE IL FRUTTO DI UNA MAGGIORE ESPERIENZA E CONFIDENZA NEI VOSTRI MEZZI?
– Penso sia solo il frutto del nostro miglioramento e dei nostri passi in avanti come band. Il nostro songwriting si è perfezionato molto nel corso degli anni, e il nostro modo di suonare è diventato più efficace. Detto questo, l’approccio degli Ulthar odierni non è molto diverso da quello che portò alla nascita di “Cosmovore”; ora abbiamo solo più esperienza alle spalle.

LA SCRITTURA DI “ANTHRONOMICON” ED “HELIONOMICON” SI È SVOLTA NELLO STESSO MOMENTO? QUALE DEI DUE È NATO PER PRIMO NELLA VOSTRA MENTE?
– “Anthronomicon” è stato scritto per primo, poi è stata la volta di “Helionomicon”. Ho scritto metà delle canzoni e Steve (Peacock, basso e voci) l’altra metà. Quattro ciascuno per “Anthronomicon”, uno ciascuno per “Helionomicon”. Entrambi gli album sono stati comunque concettualizzati nello stesso momento.

SOPRATTUTTO IN “HELIONOMICON”, L’INFLUSSO DELLA PSICHEDELIA E DELL’IMPREVEDIBILITÀ STRUTTURALE DI CERTO PROG ANNI ’70 È MOLTO FORTE. COSA VI AFFASCINA DI QUEL PERIODO STORICO? CHE PESO HA AVUTO NELLA VOSTRA CRESCITA MUSICALE E NEL VOSTRO MODO DI CONCEPIRE IL DEATH METAL?
– Penso che il mio sottogenere (o movimento) prog degli anni Settanta preferito sia lo Zehul: tutta la strana roba fatta dai Magma, ovviamente, che poi si è ramificata in band come Dun, Univers Zero o Weidorje ed è stata ripresa dal revival giapponese di Koenji Hyakkei e dei Ruins negli anni Novanta/Duemila. Ammiro davvero la creatività e lo spirito libero di quel tipo di musica. C’è sicuramente un sacco di mentalità prog negli Ulthar, proprio per il modo in cui io e Steve (anche lui un grande fan del genere) cerchiamo di decostruire la musica, fare cose inaspettate e pensare fuori dagli schemi. Penso che la maggior parte dei gruppi black e death metal facciano di tutto per adattarsi ed essere inquadrati in quei generi, mentre noi ci stiamo muovendo nella direzione opposta.

RICORDI QUALI DISCHI HANNO FATTO SCATTARE IN TE LA SCINTILLA PER LA MUSICA AGGRESSIVA? COME SEI PASSATO DAL RUOLO DI ASCOLTATORE A QUELLO DI CREATORE?
– All’età di tredici anni, ho ricevuto la mia prima chitarra dopo aver ascoltato “Nevermind” di Nirvana, e quasi subito ho avviato la mia prima band. La rabbia e l’urgenza di quella musica hanno davvero scatenato qualcosa nella mia mente, e dopo un paio d’anni di ascolti punk e hardcore ho comprato i miei primi album death metal. Era il 1995, e ricordo ancora i titoli delle musicassette: “Butchered at Birth” dei Cannibal Corpse e “Legion” dei Deicide. I miei gusti si sono evoluti molto poco da allora.

CI SONO BAND (SIA VECCHIE CHE NUOVE) CHE SENTI VICINE AGLI ULTHAR DA UN PUNTO DI VISTA CONCETTUALE, STILISTICO, ECC.?
– Onestamente, non proprio. Sia musicalmente, sia esteticamente, penso che stiamo plasmando il nostro percorso. Ci sono sicuramente band del passato a cui guardiamo con evidente ammirazione (Demilich, Morbid Angel, Enslaved, Immortal e Absu, giusto per citarne alcuni), ma si tratta di piccoli frammenti qua e là. Non penso sarebbe veritiero affermare che “gli Ulthar suonano come i Morbid Angel” o che “gli Ulthar assomigliano agli Immortal”.

A TUO AVVISO, QUANDO IL DEATH METAL (E LA MUSICA IN GENERALE) DIVENTA QUALCOSA DI PIÙ DI SEMPLICE INTRATTENIMENTO, TRASFORMANDOSI IN UNA VERA E PROPRIA FORMA D’ARTE?
– Quando si ascoltano delle idee originali, non solo band che imitano il suono di altre band o che scrivono musica che è un ovvio tentativo di inserirsi in un certo genere. Prendi i gruppi che ho elencato sopra, ad esempio. Puoi ascoltare uno qualsiasi di quei nomi, e il loro suono è così distintivo che non le confonderesti con nessun’altro. C’è una singolarità nella loro visione che eleva quest’ultima a vera forma d’arte. Questo è ciò che ricerco e più mi piace nella musica.

I VOSTRI ARTWORK SONO TRA I PIÙ CARATTERISTICI DELL’ODIERNA SCENA DEATH METAL. COME SIETE ENTRATI IN CONTATTO CON L’ARTE DI IAN MILLER? QUAL È L’IDEA ALLA BASE DELLE NUOVE COPERTINE?
– Entrare in contatto con Ian è stato molto semplice: è bastato scrivergli dal suo sito web. Si è rivelato un ragazzo eccezionale, molto amichevole e con cui è facile lavorare. In realtà, “Anthronomicon” e “Helionomicon” sono state le nostre prime commissioni originali; sia la copertina di “Cosmovore” che quella di “Providence” erano quadri già esistenti di cui abbiamo acquistato soltanto la licenza. Gli abbiamo chiesto un’opera abbastanza grande da essere divisa a metà (così da avere due artwork separati), gli abbiamo dato una tavolozza di colori approssimativa e un vago spunto sul concetto di ‘orrore cosmico’, quindi lo abbiamo lasciato lavorare in autonomia. Sapevamo che, qualunque cosa ci avesse restituito, sarebbe stata fantastica.

MOLTI GRUPPI DICHIARANO DI ISPIRARSI ALLE OPERE DI H.P. LOVECRAFT, E IL RISCHIO DI SCRIVERE DELLE ‘SOLITE COSE’ È EFFETTIVO. COME CERCATE DI DIFFERENZIARE IL VOSTRO CONCEPT?
– Il punto è che non scriviamo affatto di Lovecraft! Se leggi i nostri testi, non c’è niente su Lovecraft o le sue storie (a parte un passaggio in quello di “Entropy-Atrophy”, da “Cosmovore”). Rimaniamo sempre incastrati nella definizione di ‘Lovecraftian metal’, ma non ci sono veri riferimenti alle sue opere nella nostra musica. In un certo senso, prendiamo in giro le persone dando ai nostri album e alle nostre canzoni dei titoli ambigui: “Providence” non si riferisce alla città in cui è nato Lovecraft; “Anthronomicon” e “Helionomicon” significano rispettivamente “Libro dell’Uomo” e “Libro del Sole”, e non hanno nulla a che fare con il Necronomicon; “Dunwich Whore” racconta una vicenda totalmente indipendente da quella de “L’orrore di Dunwich”, e così via. In sostanza, sono tutte false piste.

ANCHE SE IL VOSTRO MONICKER POTREBBE FORNIRE GIÀ UN INDIZIO, QUAL È LO SCRITTO CHE PREFERITE DEL SOLITARIO DI PROVIDENCE?
– Preferisco le storie fantasy e bizzarre a quelle prettamente horror, in realtà. “La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath” è sicuramente uno dei miei preferiti.

AVETE SEMPRE RILASCIATO LA VOSTRA MUSICA PER 20 BUCK SPIN. MAI PRESO IN CONSIDERAZIONE L’IPOTESI DI FIRMARE PER UN’ALTRA ETICHETTA?
– No. La 20 Buck Spin ci ha sempre trattato splendidamente, e siamo felicissimi di stare dove siamo. Dave (Adelson, il proprietario, ndR) è sempre reattivo e comunicativo; preferirò sempre il suo approccio a quello di un’etichetta più grande, con una distribuzione più ampia, ma che dieci volte su dieci ignora le tue richieste.

A DIFFERENZA DI MOLTI ALTRI COLLEGHI, FINORA NON VI SIETE IMBARCATI IN MOLTI TOUR. LE COSE CAMBIERANNO IN FUTURO? MOLTE DELLE NUOVE CANZONI CHIAMANO A GRAN VOCE LA RESA LIVE…
– Sfortunatamente, al momento non possiamo impegnarci in nessun tour, dato che mi sto riprendendo da un cancro alla gola. Mi è stata diagnosticato poco dopo il completamento dei nuovi album, e fra agosto e settembre 2022 mi sono sottoposto ad un trattamento radioterapico e chemioterapico. La mia prognosi è buona e mi sono ripreso molto bene fisicamente, ma purtroppo il recupero della voce è la parte che richiede più tempo. Rimaniamo in attesa, con l’ansia di tornare presto on the road e con la speranza che, in un prossimo futuro, possa esserci una nuova possibilità per noi e la nostra musica.

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