Una carriera decisamente in crescendo, quella degli americani Upon Stone, che dopo un ottimo EP come biglietto da visita (“Where Wild Sorrows Grow” del 2021) è riuscita a strappare un contratto a Century Media per la pubblicazione del primo full-length, “Dead Mother Moon”.
Un disco a cui, fondamentalmente, ci si può approcciare in due maniere differenti: liquidarlo come l’ennesima operazione tributo alla scena melodic death metal di trent’anni fa, oppure – ed è quella che consigliamo – soprassedere sulla dichiarata componente derivativa per godersi un piccolo condensato di riff e soluzioni dall’ispirazione notevole, senza troppi ragionamenti o calcoli sulla personalità dell’insieme.
D’altronde, come già ribadito qualche settimana fa, se è vero che le band devote al mix di melodia e aggressività dei vecchi At the Gates e In Flames si sprecano a qualsiasi latitudine, non capita tutti i giorni di vedere un gruppo di ragazzi estrarre dal cilindro pezzi del calibro di “Onyx Through the Heart” e “Dusk Sang Fairest”, contando oltretutto su una preparazione tecnica da mascelle a terra e su una resa sonora impressionante a cura di un produttore come Taylor Young (Nails, Twitching Tongues, Xibalba).
Un approfondimento era d’obbligo, e a questo proposito, rispondendo alle nostre domande via e-mail, è intervenuto il batterista Wyatt Bentley…
SIETE UNA BAND MOLTO GIOVANE, EPPURE AVETE GIÀ DIVERSE ESPERIENZE SIGNIFICATIVE AL VOSTRO ATTIVO. GUARDANDOTI INDIETRO, COME DESCRIVERESTI GLI ULTIMI ANNI?
– Gli ultimi tre anni sono stati assolutamente fantastici. Dal momento in cui abbiamo avviato questo progetto, ogni cosa che abbiamo realizzato è sembrata completamente naturale e senza soluzione di continuità.
Penso che ciò derivi dalla dedizione verso l’obiettivo primario della band, che è stato fin dal primo giorno quello di onorare il melodic death metal in senso classico e di fare tutto il possibile per rimanere fedeli a quella visione. Dobbiamo molto anche all’alchimia che c’è fra noi quattro. Ci conosciamo tutti da moltissimi anni, e abbiamo trascorso del tempo insieme in altri gruppi.
Questo tipo di connessione è impossibile da falsificare, e tutto è confluito nel modo giusto al momento giusto negli Upon Stone.
ASCOLTANDO LA VOSTRA MUSICA, LA CALIFORNIA E LOS ANGELES NON SONO CERTO I PRIMI SCENARI CHE VENGONO IN MENTE. COME VI SIETE AVVICINATI AD UN CERTO TIPO DI DEATH METAL SVEDESE? C’È STATO UN DISCO (O PIÙ DI UNO) CHE VI HA FATTO DIRE “OK, QUESTO È QUELLO CHE VOGLIAMO SUONARE“?
– Fin dal giorno uno, l’unico obiettivo che avevamo in mente era quello di creare del melodic death metal sulla falsariga di quello dei primi anni Novanta. Questo proposito era chiaro e scolpito prima ancora che tentassimo di scrivere la nostra prima canzone.
Fin dall’adolescenza, il melo-death è sempre stato il nostro stile musicale preferito. Eravamo (e siamo tutt’ora) completamente ossessionati da questo genere. Abbiamo ripensato a quanto i primi ascolti di “Storm of the Light’s Bane” o “The Jester Race” siano stati dei momenti cruciali nelle nostre vite, e abbiamo fatto del nostro meglio per far riecheggiare nuovamente quei sentimenti nel nostro disco d’esordio, “Dead Mother Moon”.
Esistono un feeling e un’atmosfera specifici nella prima ondata melodic death metal che non è possibile trovare in nessun’altra epoca o corrente del metal estremo. È tanto una sensazione quanto un suono. Band come At The Gates, In Flames e Dissection sono la base di ispirazione completa di ciò che facciamo.
MENTRE COMPONETE NUOVE CANZONI, COME VALUTATE LA QUALITÀ DELLA VOSTRA MUSICA? QUALI PASSAGGI SEGUITE PER CREARE UNA PERFETTA TRACCIA DEGLI UPON STONE?
– La parola chiave qui è ‘qualità’. Prestiamo estrema attenzione ai dettagli in ogni aspetto della proposta, dai riff ai testi. Ogni momento deve contare e servire alla canzone. La creazione della musica degli Upon Stone prevede una mentalità rigorosa, senza riempitivi e senza compromessi. Siamo tutti completamente sulla stessa lunghezza d’onda, e riusciamo subito a capire cosa funzionerà in un nostro pezzo e cosa invece no.
FINORA, VI SIETE SEMPRE AFFIDATI A TAYLOR YOUNG PER LA REGISTRAZIONE E LA PRODUZIONE DEI VOSTRI LAVORI. IN UN MONDO DOV’È POSSIBILE CONFEZIONARE UN DISCO DALLA PROPRIA CAMERA DA LETTO, QUANTO È RILEVANTE SECONDO VOI LA FIGURA DEL PRODUTTORE? QUALI INPUT E CONSIGLI VI HA DATO?
– Ancora una volta, parliamo di qualità. Penso che i musicisti e gli ascoltatori si siano stancati della stessa, sterile tipologia di suono che ha preso il sopravvento nell’ultimo decennio. È sempre la solita batteria programmata, il solito preset artificiale di chitarra, il solito suono quantizzato.
Taylor riconosce l’autenticità e ne fa un suo obiettivo, che poi è lo stesso nostro, per questo il rapporto di lavoro che ne viene fuori è fantastico. Capisce da dove veniamo e crede in quello che stiamo facendo come band. Siamo grati della sua amicizia e del suo supporto fin dal primo giorno.
OLTRE ALLA MUSICA, ANCHE LA COPERTINA HA UN FORTE SENTORE ANNI NOVANTA. AVETE SEMPRE AVUTO IN MENTE ANDREAS MARSCHALL PER LA SUA REALIZZAZIONE? LATO TUO, QUALE DEI SUOI VECCHI LAVORI PREFERISCI?
– Andreas Marschall è il re delle copertine metal degli anni Novanta. Lavorare con lui era uno dei nostri sogni di band, e quando si è concretizzato è riuscito persino a superare le nostre più rosee aspettative. È un vero maestro, e siamo onorati che “Dead Mother Moon” porti anche la sua firma.
Molti dei suoi lavori sono semplicemente leggendari, penso ad esempio a quelli con Blind Guardian, In Flames ed Hammerall. Uno dei miei preferiti però è “Godless Savage Garden” dei Dimmu Borgir.
VI SIETE ESIBITI NEI CONTESTI PIÙ DISPARATI, SUPPORTANDO BAND COME EARTH CRISIS, THE HALO EFFECT, WARBRINGER E XIBALBA. IN GENERALE, MI SEMBRA CHE VI TROVIATE A VOSTRO AGIO SIA NEL MONDO METAL CHE IN QUELLO HARDCORE…
– In un certo senso sì. Anche se abbiamo le radici piantate in entrambe le scene, il pubblico metal tende ad essere molto più ricettivo verso il nostro suono, dato che ci presentiamo con uno stile rigoroso. Detto questo, siamo grati ed entusiasti di suonare per chiunque apprezzi la nostra musica e ami ciò che facciamo, indipendentemente dal fatto che ascolti metal, punk, hardcore, gothic o qualsiasi altra cosa.
OLTRE AI SOLITI GRANDI NOMI DELLA SCENA, “DEAD MOTHER MOON” MI HA RICORDATO ALCUNE REALTÀ UNDERGROUND COME EUCHARIST E GATES OF ISHTAR. QUAL È SECONDO TE L’ALBUM SVEDESE PIÙ SOTTOVALUTATO DI QUEGLI ANNI?
– Quei due nomi sono sicuramente corretti. “Mirrorworlds” degli Eucharist, in particolare, ha avuto un forte impatto sul nostro album.
Altre gemme sottovalutate che mi vengono in mente sono “Welcome My Last Chapter” dei Vinterland, “Into the Halls of the Blind” degli Hypocrite e anche “Sinner’s Serenade” degli Eternal Tears of Sorrow, per omaggiare la straordinaria scena melo-death finlandese che ovviamente amiamo e ascoltiamo.
E ORA UN ‘CELEBRITY DEATHMATCH’: AT THE GATES O IN FLAMES?
– Entrambi sono leggende assolute che ci hanno influenzato molto, ma come band diremo sempre At the Gates.
AVREMO MODO DI VEDERVI SUONARE IN EUROPA?
– Assolutamente. Considerando quanto il metal europeo sia fondamentale per il suono degli Upon Stone, l’Europa è una priorità per noi.

