URLUK – I fantasmi del futuro

Pubblicato il 23/05/2026 da

Urluk è un duo nato a Milano nel 2020 e composto da M. (Michele Calculli, batteria, voce, Manserunt, ex Black Oath) e U. (Umberto Rovida Ortuani, chitarra, basso, Manserunt).
L’EP “Loss” e l’album di debutto “More”, pubblicati rispettivamente nel 2022 e nel 2023, presentavano un black metal con qualche spunto doom dalle tonalità grigie ed oscure, ma è con il recente “Memories In Fade” che il gruppo ha ampliato la propria proposta, incorporando inaspettate influenze che vanno dal gothic rock al post-punk fino al neo-folk: l’immaginario fatto di luoghi desolati e sensazioni oscure è rimasto intatto, ma il nuovo disco ha stupito per l’audacia delle scelte compositive e per la capacità di lavorare in modo coerente su generi così lontani.
Ne parliamo con i due musicisti, che ci raccontano come è nato il disco, quali sono state le loro ispirazioni e come hanno intenzione di muoversi per il futuro.

CIAO, COMPLIMENTI PER IL NUOVO ALBUM E BENVENUTI SU METALITALIA.COM.
IL PROGETTO URLUK È ATTIVO ORMAI DA SEI ANNI. CI RACCONTATE COME VI SIETE INCONTRATI E COME È NATA L’IDEA DI FORMARE IL GRUPPO? QUALI ERANO GLI OBIETTIVI CHE VI ERAVATE POSTI? DA DOVE ARRIVA IL VOSTRO NOME?
M.: –  Grazie per i complimenti e per averci contattato, è un piacere essere qui con voi.
Il progetto è nato per volere mio e di U., allora già amici e in contatto da qualche anno. A quel tempo condividevamo musicalmente una grande fetta di background musicale, ma come musicisti eravamo entrambi inattivi da parecchio tempo. Una sera abbiamo deciso di dare vita a questa creatura musicale: sentivamo che quella poteva essere un’importante occasione per rinascere artisticamente e che sarebbe stata la cosa giusta per noi due.
Il resto è venuto tutto di conseguenza, così come gli obiettivi, che sono cresciuti man mano nel tempo; in primis Urluk ha vissuto e tuttora vive di emotività.
La scelta del nome della band è plurivoca: ha una forte connotazione territoriale in quanto l’allocco, o ‘urluc’ in dialetto lombardo, è un rapace della famiglia degli strigidi che popola le nostre pianure. Questo predatore notturno ha come caratteristica peculiare quella di cacciare col favore delle tenebre, ma soprattutto di evitare accuratamente la luce del sole, da lì il significato del nome della band.
Inoltre sono un fan patologico di “Twin Peaks” e, nell’opera di Lynch, il gufo (altro strigide che condivide con l’allocco una serie di caratteristiche), oltre ad avere un ruolo di prim’ordine nella serie a livello simbolico, è la pura rappresentazione della conoscenza, della saggezza e della ricerca dell’occulto.

DOPO UN DISCO COME “MORE”, PRODOTTO DI DIVERSE INFLUENZE MA RADICATO NEL BLACK METAL, AVETE CAMBIATO DECISAMENTE ROTTA. QUAL È STATO IL PERCORSO CHE VI HA CONDOTTO FINO A “MEMORIES IN FADE”? COME DESCRIVERESTE LE SONORITÀ CHE AVETE INTRODOTTO NEL NUOVO ALBUM?
M.: – Dopo il disco “More” eravamo a un bivio: ripeterci con le medesime formule, continuando a sfruttare quello specifico sound tipico del black metal più lacerante, oppure fare un passo avanti in una direzione più ampia.
Quest’ultima scelta è nata più da una consapevolezza di noi stessi: crescere come individui ci ha permesso anche di esprimerci musicalmente in maniera differente, pur mantenendo le coordinate stilistiche di base che hanno reso Urluk un progetto che vuole esprimere musica emozionale e malinconica.
Pertanto questo nuovo disco si apre senza paura in più direzioni e dipinge un quadro sonoro variegato che racchiude le nostre sensazioni. Rispetto al passato, “Memories In Fade” suona sicuramente più dinamico e arioso nella sua ricerca, ma al contempo intimo e riflessivo nella sua malinconia. In fondo è cambiato tutto, ma non è cambiato niente.

COME SIETE RIUSCITI A RENDERE OMOGENEE INFLUENZE MUSICALI COSÌ DIFFERENTI TRA LORO?
M.: – Bravura? Fortuna? Entrambe le cose? Per rispondere alla tua domanda, posso affermare con sicurezza che questa amalgama di più influenze musicali è avvenuta in maniera totalmente spontanea; solo col tempo ci siamo resi conto che la cosa funzionava.
Ogni brano doveva avere il suo senso logico, ma soprattutto la coralità d’insieme doveva dare un senso compiuto all’opera, come un viaggio che inizia e che termina sorretto da sensazioni condivise. In fase compositiva ci siamo semplicemente lasciati andare e il risultato è “Memories In Fade”.

UNA DELLE INFLUENZE PIÙ EVIDENTI È QUELLA LEGATA AL FILONE GOTHIC ROCK/POST-PUNK. COSA VI AFFASCINA DI QUESTE SONORITÀ?
U.: – In generale sono sonorità che ci vengono abbastanza naturali. Ci piace molto il modo in cui gothic rock e post-punk riescono a costruire atmosfera attraverso elementi apparentemente semplici: linee di chitarra essenziali, ritmiche ripetitive, pochi dettagli ma estremamente mirati. Band come i Joy Division, i The Cure o i Wire hanno dimostrato quanto si possa essere intensi senza essere ridondanti.
Negli ultimi tempi, personalmente, ho ascoltato molto più “Seventeen Seconds” rispetto a qualsiasi altro disco rock o metal proprio per lavorare sul suono del nostro ultimo album, perché ha quel tipo di essenzialità e atmosfera che cercavamo.
Ci affascina anche il loro rapporto con la ripetizione, quasi ipnotico, e il modo in cui riescono a lavorare sull’atmosfera più che sulla tecnica. È un approccio estremamente diretto ma potente, ed è qualcosa che sentiamo molto vicino al nostro modo di scrivere.

DECISAMENTE SORPRENDENTE, INVECE, TROVARE SONORITÀ FOLK ANNI ’60. DA DOVE ARRIVA QUESTA PASSIONE? POSSIAMO AFFERMARE CHE CERTO FOLK, SOPRATTUTTO DI SCUOLA ANGLOSASSONE, NON È TEMATICAMENTE LONTANO DALLA VOSTRA MUSICA? QUALI GRUPPI DI QUESTO FILONE TROVATE PIÙ INFLUENTI PER LA VOSTRA MUSICA?
U.: – È un retaggio che mi porto dietro da quando suonavo nei miei vent’anni. In quel periodo ascoltavo molto quel tipo di musica, soprattutto folk e songwriter, ed è qualcosa che mi è rimasto addosso anche se nel tempo mi sono spostato verso sonorità più estreme.
Sicuramente dischi come “Pink Moon” di Nick Drake, ma anche artisti come Bob Dylan e Hank Williams, insieme a gruppi quali i Fairport Convention e i Pentangle, hanno avuto un impatto forte sul mio modo di intendere la musica.
Penso che quel tipo di folk, soprattutto anglosassone, non sia poi così distante da quello che facciamo: c’è una componente molto narrativa, spesso malinconica, e un modo di lavorare sulle atmosfere che si lega bene anche a contesti più oscuri.

QUAL È STATO IL PROCESSO DI COMPOSIZIONE DEL DISCO? AVETE SCRITTO PRIMA LA MUSICA O I TESTI?
U.: – In generale partiamo dalla musica. Spesso nascono intuizioni molto semplici, frammenti o atmosfere che iniziano a prendere forma quasi in modo spontaneo e su cui poi lavoriamo per stratificazione, lasciando che il brano si sviluppi nel tempo.
A un certo punto emerge la necessità di individuare una direzione più precisa, una tematica o un concept che possa tenere insieme tutto. La scrittura dei testi nasce proprio da questo processo: non come qualcosa di separato, ma come un’estensione naturale della musica, quasi a dare un senso più definito a ciò che inizialmente è solo suggerito.
Ci interessa molto l’idea che suono e parola si influenzino a vicenda, creando una sorta di continuità tra atmosfera e significato. Per questo le liriche arrivano quando il brano ha già una sua identità, ma allo stesso tempo contribuiscono a ridefinirla.
Non è comunque un processo rigido: a volte è proprio un’immagine o un’intuizione tematica a precedere tutto il resto e a guidare la composizione fin dall’inizio.

NONOSTANTE SIA COMPOSTA DA DIVERSI STRATI ED ATTINGA DA DIVERSI GENERI, NELLA VOSTRA MUSICA C’È ANCHE MOLTA MELODIA. È QUALCOSA CHE CERCATE O VIENE SPONTANEO?
M.: – Fin dagli esordi, il progetto ha avuto come caratteristica, un po’ cardine se vogliamo, quella dell’emozionalità attraverso la melodia, con caratteristiche più grezze se guardiamo il nostro EP di debutto “Loss”, fino a “Memories In Fade”, oggi con una forma più espansa ed elaborata.
La sostanza di fondo non è mai cambiata, così come non è mai cambiato il nostro modo di approcciare la musica; quindi sì, questa ricerca della melodia è sempre stata una prerogativa inconscia del nostro modo di esprimerci, utilizzando la musica come forma di espressione.

SE, DA UN PUNTO DI VISTA MUSICALE, L’EVOLUZIONE RISPETTO A “MORE” È EVIDENTE, CI SONO INVECE DEI LEGAMI A LIVELLO TEMATICO? DI COSA PARLANO I TESTI E QUANTO SONO CONNESSI CON IL VOSTRO PASSATO? DA DOVE TRAETE ISPIRAZIONE QUANDO SCRIVETE LE LIRICHE?
U.: – Sì, c’è una continuità, ma si è trasformata nel modo in cui viene espressa. In “Memories In Fade” tutto ruota in maniera ancora più esplicita attorno al rapporto con la memoria, intesa non come qualcosa di stabile, ma come qualcosa che si altera, si consuma e ritorna in forme diverse.
I testi non seguono una narrazione lineare: sono più frammenti, immagini, tracce che emergono e si sovrappongono, un po’ come succede ai ricordi. Ci interessava lavorare su questa idea di presenza/assenza, di qualcosa che non è più ma continua a influenzare il presente.
In questo senso c’è un legame con il passato, ma non diretto o autobiografico. È più una rielaborazione, una sorta di eco che rimane e che prende nuove forme all’interno della musica.
L’ispirazione arriva da diversi ambiti — letteratura, filosofia, immagini — ma soprattutto da questa tensione continua tra ciò che è stato e ciò che resta, che è poi il nucleo stesso di “Memories In Fade”.

“ANGLES OF HAUNTOLOGY” È IL BRANO PIÙ LUNGO DELL’ALBUM ED È STATO SCELTO COME PRIMO SINGOLO. POSSIAMO QUINDI PENSARE CHE ABBIA UN’IMPORTANZA PARTICOLARE PER VOI. COME È NATA QUESTA CANZONE E DI COSA PARLA? PENSATE POSSA RIASSUMERE IN MODO EFFICACE QUANTO CONTENUTO NELL’ALBUM? COS’È L’HAUNTOLOGY E COSA RAPPRESENTA PER VOI?
M.: – “Angles Of Hauntology” è il primo brano che ho composto per questo nuovo viaggio (il resto del disco, successivamente, è stato partorito dalla mente di entrambi). Ricordo che era uscito il nostro precedente disco “More” da un paio di mesi e che in quel periodo mi trovavo ancora in uno stato di creatività molto prolifico, così non ho perso tempo e ho scritto questo brano che è risultato cruciale per noi, dato che di fatto ha dato il via, con le sue sensazioni, al processo di nascita di questo nuovo lavoro.
È sicuramente un brano che oggi racconta con personalità il presente di Urluk. Ora lascio la parola a U.
U.: – L’hauntology è un concetto che nasce in ambito filosofico con Jacques Derrida, che lo introduce nel saggio “Spettri Di Marx” per descrivere la presenza di ciò che non è più, o non è ancora, ma che continua a ‘infestare’ il presente come una traccia, un’eco. È un’idea legata alla memoria, al tempo e alla percezione di qualcosa che rimane pur essendo assente.
Nel tempo questo concetto è stato assorbito anche in ambito musicale e artistico; penso ad esempio al lavoro di The Caretaker, dove il suono stesso diventa memoria che si deteriora, si ripete e si trasforma fino a perdere i propri contorni.
Per noi rappresenta proprio questa idea di memoria che non è mai davvero stabile o definita, ma che ritorna in forme alterate, distorte, a volte quasi irriconoscibili. È un concetto che si lega perfettamente a “Memories In Fade”, perché tutto il disco ruota attorno a questa tensione tra presenza e assenza, tra ciò che è stato e ciò che resta.
In “Angles of Hauntology” questa dimensione è particolarmente evidente: il brano lavora molto sull’atmosfera, su stratificazioni che si rincorrono e si trasformano, proprio per evocare quella sensazione di qualcosa che affiora e scompare continuamente.
In questo senso sì, può essere visto come una sintesi del disco, non tanto a livello strutturale quanto proprio come intenzione e linguaggio emotivo.

COME È NATA LA COLLABORAZIONE CON FRANCESCO CUCINOTTA (SINOATH, SERENADES, MALAURIU)? IN CHE COSA HA CONTRIBUITO IL MUSICISTA SICILIANO?
U.: – Abbiamo conosciuto Francesco Cucinotta tramite Sal Schizoid dei Malauriu, che è un nostro caro amico. Da lì è nata in modo molto naturale l’idea di collaborare.
Ero molto determinato a lavorare su alcuni spunti legati all’hauntology per questo album e Francesco conosceva perfettamente questa corrente. Da subito si è creata una bella sinergia.
Il suo contributo è stato significativo nell’innalzare il nostro sound: le sue intuizioni, la sua versatilità e la sua enorme cultura musicale hanno portato un valore aggiunto reale al disco.
È stato un percorso molto bello, sia dal punto di vista umano che musicale, e gli saremo sempre riconoscenti per quello che ha dato a questo lavoro.

AVETE GIÀ PENSATO ALLA DIREZIONE MUSICALE CHE INTRAPRENDERETE IN FUTURO?
M.: – Al momento siamo solamente impegnati nella promozione di “Memories In Fade”. Per il resto qualche idea embrionale ce l’ho e ce l’abbiamo in testa, ma è ancora tutto troppo prematuro per pensarci con concretezza.
Però sin da ora ti posso dire che servirà del tempo, tutto quello necessario, prima di realizzare nuovamente qualcosa di importante per noi; avremo bisogno in primis di ritrovare noi stessi.

AVETE IN PROGRAMMA DELLE DATE LIVE?
U.: – Urluk è nato come un progetto da studio e ancora oggi quella dimensione rimane centrale per noi. Il nostro lavoro, in generale, è molto legato a un contesto intimo e controllato, quindi non è immediato pensare a una sua trasposizione dal vivo.
Detto questo, se dovessero presentarsi le giuste circostanze e se ne valesse davvero la pena, non escludiamo la possibilità di portare il progetto su un palco.

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