Dodici anni: tanto è stato il tempo impiegato dai Violator per mettere a piano e far quindi esplodere la loro nuova invettiva.
Ribellione allo stato puro, riversata nel loro ultimo lavoro, “Unholy Retribution”, con la sola arma a disposizione, il thrash metal: quello della vecchia scuola, grezzo e lacerante, con la giusta dose di rabbia ed energia, in grado di dar ancor più potenza allo stuolo di riff sparati a zero dal chitarrista Capaça.
Vendetta, thrash, old-school, nuova musica: questi i temi affrontati insieme a Pedro ‘Poney Ret’ Arcanjo, bassista dei Violator. Buona lettura!
LA PRIMA DOMANDA È QUASI OBBLIGATORIA: DOVE SIETE STATI TUTTO QUESTO TEMPO?
– Beh, sono passati dodici anni dall’ultimo album. E la risposta più onesta è che in questo periodo siamo diventati genitori, abbiamo iniziato e finito dei lavori, iniziato e concluso matrimoni, alcune persone si sono trasferite in altri paesi e tutti abbiamo vissuto un colpo di stato e un governo neofascista in Brasile.
Nonostante tutto ciò, siamo riusciti a pubblicare un EP nel 2017 e a viaggiare molto tra il 2018 e il 2023, pur con una pandemia nel mezzo, suonando in Sud America, Cina, Giappone oltre ad alcuni festival importanti in Europa.
PARLIAMO QUINDI DEL VOSTRO NUOVO ALBUM “UNHOLY RETRIBUTION”. IN SEDE DI PRESENTAZIONE DEL PRIMO SINGOLO PUBBLICATO, “CHAPEL OF THE SICK”, AVETE SOTTOLINEATO DI ESSERE USCITI DA ‘TEMPI OSCURI’. COSA È SUCCESSO? POTETE DIRCI QUALCOSA IN PIÙ?
– E’ un chiaro riferimento agli anni di governo neofascista in Brasile, che purtroppo sono coincisi con la pandemia, causando alla fine settecentomila morti. Il nuovo album ruota quindi intorno al tema della rinascita e e della vendetta. E poiché la vita dei Violator è strettamente intrecciata con quella del Brasile, c’è un interessante parallelo tra la storia del nostro paese e la nostra stessa. Finalmente, siamo tornati con spirito di rivincita.
DIAMO UN’OCCHIATA ALLA COPERTINA: PER “UNHOLY RETRIBUTION” AVETE COLLABORATO DI NUOVO CON ANDREI BOUZIKOV. CHI SONO I DEMONI RAFFIGURATI SULLA COVER?
– Sono l’incarnazione della vendetta. Una vendetta che viene dall’inferno, proprio perché è ciò che temono di più i fondamentalisti cristiani, i quali hanno sostenuto tutto questo processo mostruoso che stiamo vivendo. Mi piace inoltre pensare che quei demoni potremmo essere noi, i quattro Violator.
ANCORA UNA VOLTA, LA PAROLA D’ORDINE È ‘RIBELLIONE’. CONTRO CHI PUNTATE IL DITO QUESTA VOLTA?
– Mi piace che consideriate questa parola centrale nel nostro nuovo album. Il thrash metal è ribellione, ma quando si parla della realtà di un paese del Sud America, non è solo un sentimento generico contro un sistema; ci sono motivi molto concreti per questa ribellione: un ordine coloniale e sfruttatore che sottomette il nostro popolo alla miseria.
RIBELLIONE E, COME HAI DETTO IN PRECEDENZA, DI VENDETTA.
– Il Brasile ha vissuto un decennio di ascesa dell’estrema destra, con slogan inneggianti la Nazione e Dio che non sono affatto inferiori a quelli dei vecchi fascisti europei. Forse qui sono più sciocchi, ma hanno comunque causato un massacro.
NEL VOSTRO NUOVO LAVORO SI NOTANO SPESSO RIFERIMENTI AI PRIMI KREATOR, VIO-LENCE E DARK ANGEL. PERSONALMENTE, OLTRE AI GRUPPI MENZIONATI, GLI SLAYER ED I SEPULTURA, CI HO TROVATO ANCHE ELEMENTI TIPICI DEI POSSESSED. COSA NE PENSATE?
– Hai colto nel segno. Le influenze di Sepultura e Vio-lence sono ormai nel nostro sangue, ma hai ragione: in questo album abbiamo voluto andare ancora più indietro nel tempo, con influenze più grezze e primitive, quindi il chiamare in causa anche i Possessed ci sta perfettamente.
PARLIAMO DI MUSICA: UNA CARATTERISTICA DEL VOSTRO SUONO È LA GRANDE QUANTITÀ DI RIFF SUI QUALI SI APPOGGIANO LE PARTI DI BATTERIA CHIRURGICHE. COME AVETE COMPOSTO E REGISTRATO IL NUOVO “UNHOLY RETRIBUTION”?
– Ci rende davvero felici sapere che questa è l’impressione che lasciamo con la nostra musica. Amiamo i Dark Angel e la loro ‘gara’ di riff; non pretendiamo di vincere, ma vogliamo partecipare. La maggior parte dei riff è scritta dal nostro chitarrista Capaça (alias Pedro Augusto Diaz, ndr), tuttavia siamo ancora una band di un’altra generazione, che ama comporre insieme, quindi tutte le canzoni passano attraverso quel lungo e faticoso filtro collettivo che comporta la scrittura in gruppo.
PARLIAMO DELLA CANZONE “CHAPEL OF THE SICK”, UNA DELLE PIÙ IMPATTANTI DEL DISCO. COME È NATA E COSA VOLETE TRASMETTERE CON IL TESTO E IL VIDEO COLLEGATO? PARLATE DI PALESTINA, DI ISRAELE. CHI SONO I ‘MALATI’ DEL TITOLO?
– È importante che questa canzone sia diventata il primo singolo, essendo stata una delle ultime che abbiamo terminato di registrare. E’ stata scritta insieme dall’inizio alla fine in sala prove, ed è forse per questo che ha quell’energia incontrollata che solo il collettivo può generare.
In ogni caso, è un brano esplicitamente antisionista, e la “Chapel of the Sick” è lo stato coloniale e di apartheid instaurato da Israele. Sosteniamo pienamente la Palestina; il tempo del relativismo è passato da un pezzo: stiamo assistendo a un genocidio coloniale del ventunesimo secolo.
TRA I BRANI DA SEGNALARE CI SONO ANCHE L’OPENING “HANG THE MERCHANTS OF ILLUSION” E LA CONCLUSIVA “VENGEANCE STORM”, CHE MOSTRANO PERFETTAMENTE IL SOUND DEI VIOLATOR. QUALI SONO I VOSTRI PEZZI PREFERITI?
– Personalmente amo “The Evil Order” e “Rot in Hell”, perché per me sono casi rari nel thrash metal in cui riusciamo a fare una canzone che ha una narrazione, riuscendo a raccontare una storia con la musica.
“CHEMICAL ASSAULT” È USCITO NEL 2006, “SCENARIOS OF BRUTALITY” NEL 2013, “UNHOLY RETRIBUTION” NEL 2025. UN ALBUM A DECENNIO: È ABBASTANZA PER RICARICARSI?
– Avremmo sicuramente voluto fare molto di più. Allo stesso tempo, è anche uno dei motivi per cui questa band dura da oltre vent’anni: non abbiamo mai voluto trasformarla in un prodotto a buon mercato dove l’energia thrash sarebbe diventata banale o forzata. No, deve essere sempre genuina e spontanea.
Cerchiamo sempre di rispettare il tempo di ogni membro, perché sapevamo che vivere di heavy metal in Sud America sarebbe stato un sogno folle. Quindi, tre album in tre decenni è tutto quello che abbiamo potuto fare, ma sono molto orgoglioso di ognuno di essi.
AVEVATE VENT’ANNI QUANDO È USCITO “CHEMICAL ASSAULT” ORA NE AVETE QUARANTA: COME E’ CAMBIATO, SE UN CAMBIO C’E STATO, IL VOSTRO APPROCCIO AL THRASH METAL?
– Siamo persone diverse. Alcuni riferimenti sono cambiati, ma direi che lo spirito e l’intenzione sono gli stessi di quando eravamo adolescenti. È una musica completamente devota al riff, dove cerchiamo di rendere ogni momento il più intenso possibile.
Questa è l’energia del thrash metal, lo spirito animale di Paul Baloff, e lo rispetteremo sempre.
LE BAND NUOVE, O TUTTO SOMMATO RECENTI COME VOI, VENGONO SPESSO CRITICATE PER NON SAPER RINNOVARE IL GENERE THRASH, NASCONDENDOSI NEL PASSATO. VOI, INVECE, AVETE ATTINTO LA GIUSTA ENERGIA DALLA SUA STORIA PER COLPIRE ANCORA OGGI. COSA NE PENSATE DEL PROGRESSO E DELLA EVOLUZIONE NEL METAL?
– Domanda eccellente. In effetti, mettersi a fare un sottogenere musicale dove tutte le regole sono già stabilite presenta un paradosso molto interessante. Non vogliamo creare qualcosa di nuovo, ma allo stesso tempo vogliamo che sia rilevante.
Conosciamo molto bene la grammatica del nostro stile, quindi da lì, senza rompere le regole, possiamo torcerle e forzarle fino a creare qualcosa di autentico.
QUALI SONO I VOSTRI PIANI FUTURI? VI VEDREMO IN EUROPA, MAGARI ANCHE IN ITALIA?
– Vorrei suonare il più possibile per promuovere il nuovo album. E naturalmente, tornare in Europa e magari fare qualche festival. I tour dovrebbero iniziare il prossimo anno, ma probabilmente prima nel nostro amato Sud America. Se fosse per me, porterei il nostro thrash anche nel sud-est asiatico, nell’America Centrale, in Africa, sarebbe la prima volta in questi paesi.

