Diciotto anni dopo “The Perfect Machine”, la formazione ‘centrale’ dei Vision Divine composta da Olaf Thorsen, Michele Luppi e Oleg Smirnoff torna finalmente a condividere nuova musica con l’EP “A Clockwork Reverie”.
Un ritorno che rappresenta molto più di una semplice reunion: è il punto di partenza di un nuovo percorso, nato dopo mesi di cambiamenti interni e destinato a sfociare nel prossimo album in studio.
Ne abbiamo parlato proprio con il leader Olaf, affrontando non solo i temi legati al nuovo lavoro e alla ritrovata alchimia della band, ma anche il rapporto con il passato, l’evoluzione del modo di fare musica e alcune riflessioni sul significato stesso dell’arte e della creatività. Buona lettura.
È USCITO QUESTO NUOVO EP, MA IMMAGINO CHE CON LA NUOVA FORMAZIONE CI SIA GIÀ UN ALBUM IN LAVORAZIONE. COME NASCE L’IDEA DI PUBBLICARE PROPRIO UN EP? SI TRATTA DI UN ANTIPASTO DI QUELLO CHE VERRÀ OPPURE DI BRANI CHE AVEVANO BISOGNO DI UNA PUBBLICAZIONE A SÉ?
– È uscito in questa forma perché, per riassumertela velocemente, io, Michele e Oleg siamo persone molto esigenti e, proprio per questo, molto lente. Trovare le idee non è mai stato un problema: quello succede abbastanza in fretta. Il punto è svilupparle fino a dire “ok, questa adesso vale la pena registrarla”. E quello richiede parecchio tempo.
Sapevamo che tornare direttamente con un album, soprattutto dopo diciotto anni, avrebbe comportato un’attesa troppo lunga e non ci sembrava la scelta giusta. Così, parlando anche con la nostra etichetta, abbiamo deciso di pubblicare un EP, semplificando un po’ le cose.
Poi, a dire il vero, nemmeno così siamo stati velocissimi: ci abbiamo comunque messo quasi un anno. Però almeno siamo riusciti a tornare relativamente presto con la nuova formazione, dare al pubblico del materiale inedito, riprendere a suonare dal vivo e, nel frattempo, continuare a lavorare sul nuovo album.
Abbiamo già moltissime idee. Adesso la vera sfida sarà trasformarle in dieci o undici brani che siano davvero all’altezza.
LA PARTE GRAFICA RICHIAMA MOLTO L’IMMAGINARIO DI “THE PERFECT MACHINE” E ANCHE A LIVELLO MUSICALE SI PERCEPISCE QUALCHE RICHIAMO A QUEL PERIODO. È STATA UNA SCELTA VOLUTA O È QUALCOSA CHE È VENUTO FUORI NATURALMENTE GRAZIE ALLA NUOVA LINE-UP?
– È assolutamente voluto. Con questa line-up è riemerso spontaneamente anche quel tipo di immaginario.
L’angelo di “The Perfect Machine” rivisitato lo hanno notato praticamente tutti. Magari meno persone si sono accorte di altri piccoli easter egg, come la finestra della torre di “Stream of Consciousness” oppure il pendolo di “The 25th Hour” dietro l’angelo.
Sono tutti richiami intenzionali, perché rappresentano una parte importante della storia di questa formazione.
C’È ANCHE UN CONCEPT DIETRO L’EP?
– Sì. C’è questo orologiaio magico che controlla gli orologi delle vite delle persone e si accorge che la clessidra che rappresenta le vite mie, di Michele e di Oleg si è fermata. Era bloccata da diciotto anni. Lui la ripara e la rimette in funzione, facendo ripartire il tempo. È una metafora molto autobiografica della reunion.
OVVIAMENTE C’È UN ARGOMENTO CHE È IMPOSSIBILE EVITARE. NELL’ULTIMO ANNO LA BAND HA ATTRAVERSATO UNA VERA RIVOLUZIONE DI FORMAZIONE. È STATO UN CAMBIAMENTO IMPROVVISO O UNA SITUAZIONE CHE STAVA MATURANDO DA TEMPO?
– Sono situazioni diverse e non si può fare di tutta l’erba un fascio.
La decisione di Ivan (Giannini, cantante dal 2018 al 2024, ndr) è stata completamente unilaterale e del tutto inaspettata. È arrivata tra l’ultima prova e il primo concerto di supporto al disco. A quel punto abbiamo semplicemente dovuto trovare la soluzione migliore possibile.
Io ho sempre avuto un modo di ragionare molto semplice: quando devo cambiare qualcosa, cerco sempre di cambiarla in meglio. In quel momento si è presentata la possibilità di coinvolgere Michele (Luppi, cantante storico della band, ndr) e abbiamo deciso di coglierla.
Naturalmente questo ha modificato gli equilibri della band e ha portato anche all’uscita di Alessio (Lucatti, tastierista, ndr). Lui viveva quella situazione in maniera diversa e, da quel punto di vista, era meno sereno.
Si è arrivati a una conclusione che, per quanto mi riguarda, nasce da una serie di situazioni che non erano più risolvibili. Però non mi sento di attribuire la responsabilità di tutto a una sola persona. Quando succedono queste cose le cause sono sempre molteplici. Più che cercare dei colpevoli, preferisco parlare di responsabilità condivise.
PRIMA DICEVI CHE LE SITUAZIONI SONO STATE DIVERSE. COME HAI VISSUTO PERSONALMENTE TUTTI QUESTI CAMBIAMENTI?
– Quasi mai la responsabilità è di una sola persona. Nel primo caso una persona ha preso una decisione e basta. Nel secondo, invece, c’erano aspettative e pretese che non potevano più coincidere e io, inizialmente, facevo quasi lo spettatore.
Alla fine ho fatto quello che faccio da trent’anni: mi sono preso la responsabilità di scegliere. Me ne rammarico, perché potessi tornare indietro mille volte preferirei non dover fare nessuna scelta. Ma quando una scelta va fatta, qualcuno deve assumersene la responsabilità.
Mi dispiace e mi dispiacerà sempre, però non posso sentirmi in colpa per tutta la vita per aver scelto di andare avanti invece di smettere di suonare. Perché l’altra alternativa era quella: fermarmi.
Subentra anche un naturale istinto di conservazione. Continuerò sempre a dispiacermi per come sono andate le cose, ma non posso vivere nel senso di colpa.
E PER QUANTO RIGUARDA FEDERICO PULERI, ALLA CHITARRA?
– Quella è stata una situazione ancora diversa. Con il Pule ho condiviso venticinque anni di palco e credo semplicemente che fosse arrivato alla fine di un percorso. Era una decisione che maturava da tempo e, quando me ne ha parlato, l’ho capito subito.
Lui è sempre stato una persona molto riflessiva e molto riservata. Quando decide di aprirsi, significa che dentro di sé ha già preso una decisione.
A quel punto cosa fai? Lo costringi a restare? Cerchi di fargli cambiare idea per forza? Sarebbe una mancanza di rispetto.
La cosa giusta era ringraziarlo per tutto quello che ha dato alla band, dirgli – come gli ho detto – che per noi la porta resterà sempre aperta e che sarà sempre parte della famiglia dei Vision Divine. Poi bisogna accettare la sua scelta e andare avanti.
C’È UN ASPETTO CHE MI HA FATTO VENIRE UNA CURIOSITÀ. “BLOOD AND ANGELS’ TEARS” ERA CHIARAMENTE LA PRIMA PARTE DI UNA STORIA. QUEL CONCEPT È DEFINITIVAMENTE INTERROTTO O PENSI DI RIPRENDERLO IN FUTURO?
– Sicuramente è una storia che si è interrotta in maniera non prevista. Tant’è vero che avevo già pronta la seconda parte.
Con l’arrivo di Michele, però, tutto è cambiato. Non è che quella storia non mi interessi più, semplicemente l’ho messa in sospeso. Vedremo se e come riuscirò a concluderla un giorno.
Però Michele Luppi non può e non deve trovarsi a completare un lavoro che era stato concepito per un altro cantante. Non sarebbe giusto nei suoi confronti.
Mi dispiace, perché era una storia a cui tenevo molto e la seconda parte sarebbe stata ancora più cupa della prima. Spero davvero di poterla portare a termine un giorno, ma questo non è il momento.
LA NUOVA FORMAZIONE HA SICURAMENTE PORTATO ENTUSIASMO ED ENERGIE FRESCHE. ANCHE IL MODO DI LAVORARE È CAMBIATO O AVETE RITROVATO L’ALCHIMIA DI VENT’ANNI FA?
– Assolutamente no. Lavoriamo esattamente come vent’anni fa, anzi, probabilmente ancora meglio.
Rispetto ad allora abbiamo molta più esperienza e molti più mezzi a disposizione. Abbiamo strumenti migliori, amplificatori migliori, Michele dispone di uno studio di registrazione fantastico, Oleg ha una strumentazione incredibile…
Però l’approccio è rimasto lo stesso. Abbiamo registrato utilizzando strumenti veri, batterie acustiche microfonate, testate valvolari, casse 4×12 microfonate. Certo, oggi si registra in digitale perché le bobine non esistono più, ma la filosofia è completamente analogica.
Volevamo realizzare un disco che suonasse vero, esattamente come li facevamo una volta.
PRIMA MI DICEVI CHE LAVORATE ANCORA COME VENT’ANNI FA. IN CHE SENSO?
– Abbiamo registrato questo EP utilizzando strumenti veri. Voce con microfono a condensatore, tastiere con rack analogici addirittura degli anni Ottanta, componenti ormai introvabili che Michele, grazie alla sua carriera con i Whitesnake, ha raccolto in giro per il mondo. Abbiamo usato microfoni a nastro e tantissima strumentazione analogica.
Credo che il disco suoni molto moderno, ma in maniera diversa rispetto a un album costruito interamente dentro un computer con i plug-in. Qui è tutto vero.
Anche il metodo di lavoro è rimasto quello di una volta: prendi la macchina, vai da Michele a Reggio Emilia, entri in studio con una chitarra o una tastiera e dici: “Ho questa idea”.
La tecnologia oggi ci aiuta soprattutto nelle rifiniture: Invece di fare ogni volta centinaia di chilometri per modificare un riff, ci si manda i file via mail. Questo accelera il lavoro e fa risparmiare tempo e soldi.
Ma la fase compositiva è rimasta identica. I brani che avete ascoltato sono nati tutti e tre insieme, guardandoci negli occhi. Ognuno arrivava con un’idea, che poi veniva modificata in tempo reale ascoltando i suggerimenti degli altri.
C’È UNA COSA CHE HO SEMPRE APPREZZATO DEI VISION DIVINE: L’EQUILIBRIO TRA VOCE, CHITARRE, TASTIERE E ORCHESTRAZIONI. IN QUESTO GENERE È FACILE SBILANCIARSI, MENTRE NEI VOSTRI DISCHI TUTTO TROVA SEMPRE IL SUO SPAZIO. COME SI ARRIVA A QUELL’EQUILIBRIO?
– In realtà ti ho quasi già risposto. Abbiamo lavorato davvero alla vecchia maniera, sfruttando però tutto quello che oggi la tecnologia mette a disposizione.
È stato fondamentale anche il contributo di Simone Mularoni, che ormai dal 2012 è praticamente un membro aggiunto della band.
Quel bilanciamento nasce proprio dal fatto che noi non registriamo ottanta tracce solo perché oggi è possibile farlo. Sarebbe inutile, anche perché poi dal vivo quelle ottanta tracce non le puoi riprodurre.
Noi non suoniamo con basi preregistrate. Abbiamo giusto qualche coro o qualche effetto, ma il resto lo suoniamo tutto. Vogliamo continuare a essere una band vera anche sul palco.
Per questo il disco risulta magari un po’ più asciutto rispetto a certe produzioni moderne, ma acquista profondità grazie alle armoniche degli strumenti reali.
Comunque questo complimento va condiviso con Michele, che ha insistito tantissimo per lavorare in questa direzione, con Simone Mularoni che ha sposato la nostra idea e con tutta la band, perché ci siamo davvero divertiti a fare questo disco in questo modo.
CAMBIO ARGOMENTO. TI FACCIO UNA DOMANDA PIÙ GENERALE, PERCHÉ SEI UNO DEI PIONIERI DELLA SCENA METAL ITALIANA. SI DICE SPESSO CHE IL ROCK SIA UNA MUSICA ‘IMMORTALE’: CONTINUIAMO AD ASCOLTARE “BOHEMIAN RHAPSODY”, MENTRE I TORMENTONI DI DUE ANNI FA SONO GIÀ DIMENTICATI. PERÒ NON È SEMPRE COSÌ: CI SONO CANZONI CHE INVECCHIANO INSIEME AI LORO AUTORI E ALTRE CHE, COL PASSARE DEL TEMPO, PERDONO PARTE DELLA LORO FORZA. SECONDO TE COME SI FA A INVECCHIARE INSIEME ALLA PROPRIA MUSICA?
– Si invecchia facendo nuova musica.
TI CHIEDO DI SVILUPPARE QUESTO CONCETTO. COME SI FA A INVECCHIARE INSIEME ALLA PROPRIA MUSICA?
– Nel momento in cui suono un brano scritto trent’anni fa, sto mostrando alle persone la fotografia di me stesso quando avevo vent’anni. Non posso e non devo fingere di essere ancora quella persona.
Quando oggi Johnny Rotten canta “Anarchy in the U.K.”, non sta cercando di convincerti che pensa ancora esattamente come allora. Ti sta mostrando come ha vissuto la propria giovinezza. È una finestra aperta su un mondo che non esiste più.
L’arte, se vogliamo allargare un po’ il discorso, è una delle risposte che l’essere umano ha inventato al concetto della morte. Nessuno sa cosa ci sia dopo e tutti, più o meno consapevolmente, abbiamo paura della fine.
L’arte ci offre una possibilità straordinaria: sopravvivere a noi stessi. Ci permette di continuare a esistere nei ricordi, negli ascolti e nella memoria delle persone che restano. In questo senso prolunga la nostra esistenza.
Un autore latino disse che si muore due volte: la prima quando si smette di vivere, la seconda quando il proprio nome viene pronunciato per l’ultima volta. L’arte serve proprio a ritardare quel secondo momento.
Per alcuni, come Mozart o Beethoven, probabilmente non arriverà mai. Quella, in fondo, è una forma di immortalità.
UN’ULTIMA DOMANDA. IL MODO DI ASCOLTARE LA MUSICA È CAMBIATO RADICALMENTE. IO HO QUARANTASETTE ANNI: MI RICORDO QUANDO SI PRENDEVA IL TRENO PER ANDARE A COMPRARE UN DISCO, SI TORNAVA A CASA LEGGENDO IL LIBRETTO E LO SI ASCOLTAVA DALL’INIZIO ALLA FINE. OGGI TUTTO QUESTO È DIVERSO. DA ASCOLTATORE E DA MUSICISTA, COME VIVI QUESTO CAMBIAMENTO?
– Credo che il problema sia un altro. Noi diciamo sempre “com’erano belli gli anni Novanta”. Ma nessuno ci ha obbligato a cambiare modo di vivere, di parlare o di vestirci. Semplicemente siamo cresciuti e il mondo è andato avanti.
Secondo me ci sono due modi di affrontare questa situazione. Il primo è passare il tempo a rimpiangere un’epoca che non esiste più. Il secondo è cercare di rimanere se stessi mentre tutto quello che ci circonda cambia.
Lamentarsi è un atteggiamento che appartiene a chi cerca negli altri una giustificazione ai propri insuccessi. Io non voglio vivere così.
Ci sono tante cose del passato che, se potessi, cambierei. Ma non posso farlo. Preferisco vivere il presente, godermi quello che sto facendo oggi e costruire il domani sulla base dell’esperienza accumulata.
La tecnologia è cambiata, i CD praticamente non esistono più, oggi ci sono Spotify e lo streaming. Mi piace? No. Ma non posso cambiarlo. E anche se potessi, non so se sarebbe giusto decidere per miliardi di persone.
Cerco semplicemente di fare del mio meglio e di adattarmi, senza tradire quello che sono. Se domani mi vedessi su Instagram a fare dirette solo per inseguire i clic, probabilmente non sarei più io.
Adattarsi ai cambiamenti fa parte della vita. Quante persone svolgono un lavoro che non amano per mantenere la propria famiglia? Anche noi possiamo imparare a convivere con le nuove tecnologie senza perdere la nostra identità.


