WHITE WARD – Desolazione metropolitana

Pubblicato il 22/01/2020 da

Già con l’ottimo “Futility Report” avevamo percepito la bontà intrinseca della musica dei White Ward, e all’indomani della nuova uscita diversi radar hanno puntato verso la formazione ucraina. Il secondo album, “Love Exchange Failure” ha saputo confermare infatti le ottime impressioni, seppur sviluppando il proprio suono in maniera diversa rispetto al debutto, e ha fatto si che più di qualcuno si accorgesse di questo progetto così eclettico nel suo utilizzare elementi diversi come l’elettronica o il jazz all’interno del proprio black metal, con l’ausilio di uno strumento non prettamente ‘metallaro’ come il sax. La band ha dalla sua un fascino molto particolare e malinconico che sembra trasudare dalle note dell’ultima prova: ma lasciamo che siano Andrii Pechatkin e Yurii Kazarian, rispettivamente basso/voce e chitarra, a raccontarci qualcosa di più sia sul progetto White Ward che sui significati di cui è pregna la loro musica.

COME POSSIAMO DESCRIVERE I WHITE WARD?
Andrii Pechatkin: – I White Ward sono la nostra visione del black metal oggi. Non crediamo che un genere possa restare costante e immutabile, e questo è il motivo per cui proviamo a superarne i confini. Per alcune persone la nostra visione sembra inaccettabile, ma siamo qui, mischiando tremolo picking, blast beat, sassofono, dark jazz, sintetizzatori, elettronica e altri elementi che rendono i White Ward quello che sono.

COME È PARTITO IL TUTTO? CHI SONO I MEMBRI DEI WHITE WARD E QUAL È IL LORO BACKGROUND?
Yurii Kazarian: – Come spesso accade, è una storia davvero semplice. All’inizio del 2012 un amico batterista mi ha invitato a provare a suonare qualcosa sulla scia di un depressive black metal. Al momento non avevo davvero pensato a niente di troppo serio. Un po’ dopo si è trasferito in Russia e praticamente mi ha lasciato la band in carico. Il cantante e il bassista hanno lasciato anche loro il gruppo, e mi sono ritrovato solo ma determinato a voler continuare, perciò ho iniziato a cercare nuovi componenti e a scrivere materiale per il primo EP, “Illusions”. Insomma, sono l’unico della band ad essere nei White Ward sin dalla loro nascita. Abbiamo avuto davvero molti cambi di line-up, da sempre. Anche da “Futility Report” gli unici rimasti siamo io e Andrii. La line-up di adesso però è davvero forte e cool. Tutti hanno una buona esperienza e hanno suonato in diverse band nel passato, con molti stili differenti: dalla fusion al post-punk, passando per brutal death e post-metal.

DA DOVE VI È VENUTA L’IDEA DI INTRODURRE GLI ELEMENTI CHE CARATTERIZZANO LA VOSTRA MUSICA, DAL JAZZ AL SAX ECCETERA?
Andrii: – Come dicevo, era l’idea sin dal principio. Volevamo creare qualcosa di nuovo; molti musicisti conoscono la sensazione che si ha quando si ascolta della musica altrui con l’impressione che manchi qualcosa, e questo è quello che succede a noi: ci ispiriamo a centinaia di band che suonano dozzine di generi diversi, ma nessuna di queste ha quell’esatto sound che sentiamo davvero nostro. E questo è il modo nel quale i White Ward trovano la loro forma finale.
Yurii: – I White Ward sono una rappresentazione dei nostri gusti, delle cose che ci interessano, delle nostre idee e punti di vista sul mondo. Ci interessano e appassionano davvero una moltitudine di diversi tipi d’arte, e soprattutto diversi generi musicali. Alcuni artisti preferiscono creare progetti differenti per differenti generi, ma io preferisco combinare tutto in una volta. È una sfida per me unire elementi così dissimili all’interno dei White Ward, far sì che il tutto suoni tanto ostile quanto armonioso, dove tutti gli elementi della musica abbiano il loro posto, avendo in comune l’atmosfera e completandosi l’un l’altro. Ovviamente non vuol dire che non creerò mai un altro progetto, ma non succederà finché sarò in grado di trovare spazio per le mie idee nella musica proposta dai White Ward.

COME DESCRIVERESTE “LOVE EXCHANGE FAILURE” COMPARANDOLO A QUELLO CHE ERA “FUTILITY REPORT”?
Andrii: – “Futiliy Report” è decisamente più brutale e allo stesso tempo malinconico. È un disco che evolve da una prospettiva dark jazz. Allo stesso tempo, ha molti più blast beat e tremolo picking. “Love Exchange Failure” ha meno elettronica, ma non lo consideriamo, comunque, un passo indietro nel nostro stile, anzi: in quest’album abbiamo semplicemente deciso di non usare questo elemento. Ad ogni modo potrebbe riapparire nelle prossime uscite. Ritengo inoltre necessario menzionare che “Futility Report” non ha un concept, è semplicemente un lavoro che combina delle canzoni con idee diverse e caratteristiche non connesse l’un l’altra. “Love Exchange Failure” invece va molto più in là: è un album che possiede una trama, ogni brano ha un suo posto specifico e speciale, i testi condividono e discutono diversi temi comuni. E comunque ogni pezzo fa luce su di un suo unico problema. Non c’è un fil rouge nel primo, mentre nel secondo c’è una vera e propria storia che mette in luce disturbi mentali causati dall’interazione che il personaggio ha con la società.

QUAL È DUNQUE IL FOCUS DI “LOVE EXCHAGE FAILURE”?
Andrii: – Con i testi di “Love Exchange Failure” ho voluto descrivere quanto le persone siano diventate incapaci di guardarsi intorno. Quanto ignorino i problemi altrui ed evitino le interazioni: una situazione che nel complesso rende infelici tutti. Insieme con altri fattori, è una cosa che aumenta drasticamente la varietà dei disordini mentali. Inoltre, volevo portare l’attenzione dell’ascoltatore verso i fatti che sempre più ci mettono in opposizione alla natura, ed una moderna metropoli è la miglior illustrazione di una tale tragedia. La gente non lascia le proprie città per mesi, anni. Non passano più tempo in foreste, boschi, campi, montagne, dimenticando la loro vera natura. Credo che sia qualcosa che contribuisca a farci sentire meno felici. Invece, passiamo ore ed ore a lavorare, ricavandone solo esaurimenti nervosi.

SEMBRANO ARGOMENTI PIUTTOSTO SERI E SENTITI, TE LA SENTI DI DESCRIVERE I SINGOLI PEZZI?
Andrii: – Nel dettaglio, i primi due brani descrivono la storia principale e il suo prequel: il protagonista diventa un assassino perché non può portare il peso delle proprie violente esperienze passate, e delega le sue sofferenze ad una vittima innocente. Purtroppo le cose seguono spesso questo tipo di algoritmo: qualcosa ti accade ed inconsciamente lo passi a qualcun’altro. Ne possono seguire esperienze buone o cattive. La gente dovrebbe essere più responsabile in relazione alle conseguenze che si vogliono creare. “Dead Heart Confession” parla di esaurimenti nervosi e deformazioni professionali. Passi ore a lavorare, e questo ti trasforma. Per alcune persone è l’unica via di fuga dai pensieri negativi, dalle paure, o un modo per diventare più sicuri di sé, ma è una falsa via, che distrugge la psiche. In “Shelter” parafrasiamo un passo della Bibbia. La cultura europea occidentale è basata parzialmente su questo libro, e molti dei suoi problemi sono originati da esso. “No Cure For Pain” mostra un tentativo di realizzarsi cercando di adeguarsi a quello che gli altri pensano, di vivere in relazione a ciò. La canzone tocca argomenti quali il rapporto tra generazioni e il ruolo del pensiero metafisico nella stabilità della psiche. Ovviamente, richiama anche le contraddizioni tra la natura e il ruolo delle città in essa. Il brano seguente prosegue i il discorso sul confronto generazionale e le sue conseguenze. “Uncanny Delusions” infine unisce tutti i personaggi apparsi nel disco e fa luce sulla vera storia dietro d’essi. Si parla di quanto distruttivo l’impatto della città possa essere, e fa luce sul fatto che la gente che soffre di più questo tipo di impatto è ferita e spesso ignorata.

QUAL È, ALLA FINE DI TUTTO, IL MESSAGGIO DI QUESTI TESTI, IL NON DETTO?
Andrii: – Il mio messaggio principale è semplice: cerca di non essere una testa di cazzo verso te stesso, verso i tuoi amici e parenti, verso la gente che non conosci e verso il mondo attorno a te.

DA DOVE VIENE QUESTO INTERESSE URBANO? VIVETE O AVETE VISSUTO IN GRANDI METROPOLI?
Andrii: – Ho vissuto in una grande città per un po’, e non è stata un’esperienza piacevole. Ora vivo a Kiev, e sta diventando sempre più popolata ogni anno. Visitare il mio paese natale, Kherson, mi fa sentire la differenza e capire quanto lo stile di vita della capitale sia improntato sulla velocità.
Yurii: – Vivo a Odessa, una città con un milione di abitanti, una delle più grandi città in Ucraina. E benché Odessa non sia troppo distante dal mare e con un bellissimo ed antico centro storico, ci sono moltissimi sleeping districts con terribili architetture sovietiche, con così tanti palazzoni tutti terribilmente uguali. Sono spaventosi, grigi e morti, un’enorme foresta di cemento. E anche al di là di queste aree, si percepisce ancora lo spirito della mentalità sovietica nella società, con tutte le possibili conseguenze. Sento spesso la pressione, in questa città, la mancanza di natura.

IL METAL ESTREMO SI FOCALIZZA SPESSO SULLA NATURA, CON VARI IMMAGINARI: DALLA DISTESA GHIACCIATA ALLA FORESTA INCONTAMINATA E SELVAGGIA E VIA DICENDO; LA DESOLAZIONE CITTADINA CHE DESCRIVETE IN “LOVE EXCHANGE FAILURE” FORSE NON SI DISCOSTA POI COSÌ TANTO DA QUESTO PANORAMA.
Andrii: – La desolazione in una città è ancora più devastante, perché affrontare l’ignoranza delle altre persone è un’esperienza traumatica. Inoltre, una megalopoli e l’ambiente mediatico che essa crea, ci trasforma in schiavi senza emozioni. Non proviamo più alcuna esperienza che ci possa far interagire con quello che ci sembrava buono ‘ieri’. L’inflazione sentimentale, il desiderio di accrescere illimitatamente i nostri livelli di comfort distruggono non solo la nostra mente ma anche la natura attorno a noi, perché abbiamo bisogno di sempre più risorse per soddisfare i nostri sempre più crescenti bisogni. Credo che la solitudine dei boschi non porti a tali conseguenze disastrose per la persona che la prova, in comparazione. Inoltre, sarebbe qualcosa di davvero coraggioso, e solo poche persone oggi potrebbero affrontarla, soprattutto tra gli abitanti delle città. Abbiamo usato questo artwork anche per evidenziare come per noi il diavolo non sia più rosso e con le corna: no, ha un volto umano e costruisce i suoi inferni sul cadavere della natura che muore.

TORNANDO A “FUTILITY REPORT”, ALL’EPOCA DELLA SUA USCITA, LA PROMOZIONE DELL’ETICHETTA DICEVA CHE L’ALBUM POTEVA ESSERE VISTO COME UNA VERSIONE METAL DI “PERDITION CITY” DEGLI ULVER. COSA PENSATE DI QUELL’ALBUM, DELLA BAND, QUALE LEGAME IDEALE C’È IN TUTTO QUESTO?
Yurii: – Conosco e apprezzo “Perdition City”, l’ho ascoltato per anni e mi piace, ma onestamente non penso di esserne stato poi così ispirato, almeno non coscientemente. Magari ci sono alcuni elementi, ma si può dire lo stesso di tutta la musica che ho ascoltato per anni. Secondo me la cosa che ci può accomunare con quel disco è il tema urbano, e una vibrazione noir/neo-noir all’interno delle atmosfere. Ad ogni modo, vado pazzo per gli Ulver, sia del periodo black metal che di quello elettronico. “Not Saved” e “Capitel V – Bergtatt – Ind I Fjeldkamrene” sono tra le mie canzoni preferite in assoluto.

QUALI SONO LE VOSTRE ISPIRAZIONI, MUSICALI E NON?
Andrii: – La mia ispirazione primaria è la nostra società. Mi obbliga a trovare la risposta a così tante domande. E nel mentre, scopro persone interessanti, libri, pensieri, musica. Conoscere gente, esplorare terre nuove, è ciò che mi ispira e mi spinge ad andare in tour. Ma non puoi andare in tour senza musica; quindi devi cercare la tua musa nei libri, nella musica già esistente. Non voglio parlare di musica di per sé, ma per quanto riguarda i libri, gli autori che mi hanno più influenzato e le cui idee mi hanno impressionato al punto di scrivere i testi di “Love Exchange Failure”, sono Oswald Spengler, Erich Fromm, Carl Jung, Sigmund Freud, Viktor Frankl, e Mykhailo Kotsiubynsky con il suo “Intermezzo”.
Yurii: – Io credo che musica ed arte siano una rappresentazione di noi stessi. E a nostra volta noi siamo sotto l’influenza di tutto quello che ci circonda: natura, società, eventi, arte in genere. Tutto questo passa attraverso il nostro inconscio e rinasce reinterpretato. Le mie più grandi ispirazioni per le atmosfere del nuovo album sono stati film horror, thriller, film artistici con vibrazioni noir/neo-noir (Lynch, Noe, Refn, Villeneuve, molti altri). La rappresentazione visuale è molto importante per me. Faccio però fatica a parlare di influenze musicali, visto che ascolto un sacco di generi diversi. Direi tuttavia che il disco sia stato influenzato da diversi elementi di dark jazz, come il Dale Cooper Quartet & The Dictaphones.

ALLA LUCE DI TUTTO QUESTO, COME DEFINIRESTE LA VOSTRA MUSICA?
Andrii: – Strana? Bizarra? Credo che gli ascoltatori possano descriverci meglio di come facciamo noi. Personalmente ho adorato alcuni tag che dei ragazzi hanno usato in commenti online: pure millennial shit e teenage metal.
Yurii: – Mi piace usare parole come ‘deviant’, ma è solo la mia visione. Chiunque può chiamarci come vuole.

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