WITCHE’S BREW – Supersonic hard rock

Pubblicato il 26/03/2013 da

“Supersonicspeedfreaks” dei Witche’s Brew é arrivato come un fulmine a ciel sereno a squarciare la scena heavy rock italiana con il proprio travolgente carico di adrenalina. Nessuno si sarebbe mai aspettato dalla band un lavoro tanto sudato, energetico e qualitativamente ineccepiblie. Invece i Witche’s Brew hanno stupito tutto e tutti rilasciando uno degli album migliori degli ultimi anni in ambito heavy, un platter che riesce a coniugare il metal con il soul, il kraut rock con il blues, il tutto rivisto sotto un’ottica hard rock settantiana da urlo. D’altra parte la band é composta da elementi di provata esperienza e di grande buon gusto, quindi probabilmente si trattava solo di trovare la giusta amalgama tra gli ingredienti per fare il botto. Metalitalia.com ha avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con questa formazione ed il risultato é questa intervista collettiva nella quale i membri – ognuno secondo la propria sensibilità – ci spiegano in maniera semplice e convincente cosa si cela dietro una bombona come “Supersonicspeedfreaks”!

 

Witche's Brew - band - 2013


INNANZITUTTO COME VI SIETE FORMATI, E COSA VI HA DATO LA SPINTA PER CREARE I WITCHE’S BREW?

Mirko Bosco: “Io e Zonca ci siamo incontrati quasi per caso; abbiamo capito subito che eravamo sulla stessa lunghezza d’ onda, dopo un paio di prove era chiaro che avremmo sicuramente fatto saltar fuori qualcosa di buono”.
Mirko Zonca: “Avevamo veramente parecchie cose in comune: al di là dell’omonimia, la stessa età anagrafica, per alcuni versi gli stessi trascorsi, le stesse esperienze e gusti musicali molto vicini. Per ottenere il groove è bastato poco. Ci siamo divertiti a costruire riff infarciti di lunghe jam acide, e questo per parecchio tempo. Ci è servito per creare quell’affiatamento e quell’intesa che riusciamo oggi a dimostrare sul palco”.

AVETE TUTTI UN PASSATO PIUTTOSTO IMPORTANTE NEL MONDO DELLA MUSICA: CI FARESTE UN BREVE RECAP DELLE VOSTRE ESPERIENZE PRECEDENTI?
Mirko Bosco: “Non amo parlare del mio passato, ci sono un sacco di momenti bui e di amici morti. Ma soprattutto preferisco non vivere di rendita e non tediare con citazioni di cose che per l’appunto risiedono in un passato cronologicamente sepolto. I Witche’s Brew sono il presente”.


Mirko Zonca: “Comprendo la posizione di Mirko. Vorrei aggiungere che, purtroppo, citare oggi band anche gloriose e personaggi che magari, anche in minima parte, hanno dato un contributo alla scena musicale underground italiana – e non solo italiana – potrebbe per molti rappresentare il nulla. Ad esempio, per quel che mi riguarda verso la fine degli anni Ottanta fondai la prima band italiana ispirata al Seattle sound, i No Fuzz, che fecero epoca ai tempi; magari non troppo compresi in quanto precursori (almeno nella Penisola) di un genere che sarebbe esploso da lì a poco. Riviste e fanzine di allora si erano interessate al fenomeno. Oggi parlare dei No Fuzz equivale a parlare del vuoto pneumatico. Mirko Bosco è stato il chitarrista dei Disper-Azione, band fondamentale nel panorama hardcore anni Ottanta. Oggi l’hardcore sembra tornato spavaldo alla ribalta; quante band hardcore punk circolano attualmente in Italia? Solo nelle nostre zone sono centinaia. Diciottenni, ventenni al massimo, che vendono punk come se l’avessero inventato ma non si curano minimamente di quelle radici e di quel background che invece dovrebbero approfondire. Io la vedo così”.

VENENDO AI GIORNI NOSTRI: QUALI SONO LE DIFFERENZE TRA “SUPERSONICSPEEDFREAKS” ED IL SUO PREDECESSORE?


Mirko Bosco: “Ritengo che, principalmente, i Witche’s Brew siano cresciuti. Noi abbiamo continuato a suonare e ad impegnarci…”.
Mirko Zonca: “… e questo nonostante le molteplici vicissitudini che ci hanno investito, sostituzioni repentine nella line up in primis. In ogni caso, ‘White Trash’ era, ed è tutt’ora, un disco controcorrente. Suoni estremi, songwriting diretto, una sorta di Witche’s Brew in assetto da guerra sul palco rinchiusi in uno studio. I brani che compongono ‘Supersonic…’ sembrano più meditati – e magari lo sono pure – eppure sono stati partoriti con le stesse modalità. Di sicuro l’ago della bilancia è rappresentato dalla produzione, dagli arrangiamenti necessariamente più curati. E questo rende l’album più fruibile, più ‘morbido’…più sofisticato”.
Frankie Brando: “In ‘Supersonicspeedfreaks’ ci sono inoltre numerosi ospiti. Anche questo ritengo abbia influenzato la costruzione dell’album. La stessa voce di Ricky non è da sottovalutare”.

CI DIRESTE DUE PAROLE SU COMPOSIZIONE E REGISTRAZIONE DELL’ALBUM?


Mirko Zonca: “Alcuni brani erano già in repertorio. Mi riferisco particolarmente a ‘What D’You Want From Me’ e ‘Supersonic Wheelchair’. Sono pezzi che definirei simpaticamente ‘vecchi’. Gli altri sono nati strada facendo e, comunque, dopo l’ingresso in formazione di Frankie”.
Mirko Bosco: “Sulla composizione c’è poco da dire. Avviene generalmente quasi per gioco, a seconda dell’umore, risente di quello che vogliamo trasmettere o spesso è l’evoluzione di un embrione composto da un semplice riff buono. Non esiste una vera regola e, di certo, non andiamo a cercare a tutti i costi il brano che serve a completare il minutaggio di un disco. Il discorso registrazione è abbastanza complesso”.


Mirko Zonca: “Abbiamo un pessimo carattere e sopportiamo poco l’ingerenza di tecnici in studio. Preferiamo fare di testa nostra pur correndo il rischio di commettere errori. Non ci interessa la pulizia sterile dei suoni ultracompressi, non ci interessano i moderni wall of sound, anzi da questo punto di vista siamo molto controcorrente. Nei limiti del possibile ci affidiamo a strumenti analogici e siamo per una filosofia dello ‘zero editing’. Le nostre sessioni in traccia sono captate in maniera diretta: se è suonata bene la teniamo, altrimenti si rifà completamente. Quantizzazioni, copia-incolla sono soluzioni rigorosamente proibite. Il nostro intento è quello di ispirarci agli anni ‘70 anche nelle tecniche di registrazione”.

COME E’ NATA L’IDEA DI LEGARE LA VOSTRA “WHAT’D YOU WANT FROM ME” A “GIPSY” DEGLI URIAH HEEP?
Mirko Bosco: “Dovresti assistere alle prove dei Witche’s Brew. Troveresti la risposta a questa domanda. Ci si ritrova in sala prove, si fanno scaldare gli ampli e si parte. Non proviamo in maniera canonica; entri, esegui il brano una volta, due, tre, studi bene lo stacco che non ti riesce preciso, eccetera. Noi partiamo con quell’idea ma finiamo per perderci in lunghissime jam session. Mischiamo i nostri pezzi, creiamo dei medley improvvisati e ogni tanto ci scappa la citazione altrui”.


Mirko Zonca: “Suonavamo ‘What D’You Want…’ da tanto e ormai ne avevamo acquisito quella padronanza che ci permette di smontarla e ricostruirla durante l’esecuzione. Ha una cadenza particolare, ciclica, circolare nel riff portante che, effettivamente, alla lontana potrebbe ricordare ‘Gypsy’ degli Uriah Heep. Un bel giorno giocando con ‘What D’You Want…’ appunto, ci siamo ritrovati a divagare come al solito e si è trasformata in maniera naturale in ‘Gypsy’. Ci sembrava divertente e abbiamo mantenuto l’idea anche per il disco”.

COME E’ STATA SCELTA LA COVER DEGLI HAWKWIND? E’ IN QUEL MOMENTO CHE AVETE PENSATO DI CHIAMARE IN VESTE DI GUEST ANCHE NIK TURNER?
Mirko Bosco: “Nik era già saltato a bordo prima ancora che decidessimo di concentrarci su ‘Children Of The Sun’”.
Mirko Zonca: “In realtà la scelta di ‘Children Of The Sun’ è scaturita a seguito di una mezza sfida. Il nostro produttore Massimo Gasperini ci aveva fornito il contatto di Nik, si trattava solo di fornirgli lo spazio necessario sul disco. Un omaggio agli Hawkwind era già nell’aria da tempo e, sinceramente, per una band ‘rumorosa’ come la nostra sarebbe stato un gioco da ragazzi affrontare capitoli come ‘Brainstorm’ o ‘Master Of The Universe’ (che comunque abbiamo citato verso il finale di ‘Children Of The Sun’). Sarebbe stato facile ma anche scontato; brani troppo inflazionati per essere ripresi anche da noi. Massimo, a questo punto, ci propone ‘Children Of The Sun’, un po’ perché scritta e cantata dallo stesso Turner, un po’ perché era curioso di vedere cosa avremmo tirato fuori dal cilindro una volta alle prese con un terreno ostico per noi, dal momento che il brano, nella sua versione originale, è una ballata praticamente acustica”.

OLTRE A TURNER VI SONO ALTRI OSPITI DELUXE SUL LAVORO: CE NE VOLETE PARLARE? COME SONO STATI COINVOLTI?


Mirko Zonca: “Inizialmente c’era solo in programma il coinvolgimento di Steve Sylvester; avevamo appena partorito ‘Make Me Pay’, l’abbiamo proposta a Steve e lui l’ha apprezzata. Abbiamo elaborato il testo a due mani, anche se in realtà lui l’ha approfondito e rielaborato in maniera magistrale, quindi ritengo che il suo apporto sia stato fondamentale per la buona riuscita del pezzo. Paolo Negri invece era già da considerarsi parte integrante del progetto: aveva già collaborato in ‘White Trash’ fornendoci le linee di Hammond in ‘The Mission’ e ‘Seas Of Shame’, pertanto era praticamente sottintesa la sua partecipazione. Credo sia uno dei migliori organisti italiani ed è soprattutto un amico. L’apporto della Black Widow in questi termini è stato determinante. Oltre a Nik Turner ci ha proposto il nome di JC. Conoscevo JC come artista e l’ho sempre ammirato sin dai tempi dei Wicked Minds: sicuramente una delle voci più interessanti del panorama rock italiano. E’ stata una collaborazione prolifica, da allora ci si sente spesso, ci si frequenta; direi che è nato un buon rapporto. Con Martin dei Delirium è stato fantastico! Un personaggio unico. La parte finale di ‘Vintage Wine’ è stata scritta apposta per dare spazio a lui. Avevo quest’idea per la testa, ho recuperato il suo numero e l’ho chiamato: ci siamo subito trovati. L’ho anche incontrato a Genova e ti posso dire che è un concentrato sovrumano di simpatia, umiltà e disponibilità, un grande artista”.

COSA RESTA DA DIRE SU “SUPERSONICSPEEDFREAKS” CHE ANCORA NON ABBIAMO DETTO?


Mirko Zonca: “Difficile rispondere. Di sicuro ‘l’acquisto’ di Ricky non passa inosservato. Abbiamo pensato di riservargli una posizione particolare nell’album, proprio quella di singer ufficiale. Ricky ci ha messo molto del suo, ha assimilato le mie linee vocali e le ha riarrangiate da zero. La sua voce è molto potente e incisiva, molto rock. E’ stato molto interessante vederlo alle prese con ambienti meno progressive e più diretti, ha saputo coniugare l’aggressività tipica marchiata Witche’s Brew con il suo stile decisamente più sofisticato. Ci ha messo l’anima in questo progetto e si sente”.

QUAL E’ IL SEGRETO PER CONIUGARE HARD ROCK, BLUES, PROG, SOUL, METAL E KRAUT SENZA APPARIRE PACCHIANI E DERIVATIVI?


Mirko Bosco: “L’importante è non sapere che lo stai facendo. Spesso rinchiudere una band nella morsa di un’etichetta è fuorviante; io suono la chitarra e suono quello che mi piace, se poi odora di soul, metal o kraut non lo ritengo né un problema né un aspetto su cui riflettere. Prendo per buono quello che esce dalle mie corde e reputo buono”.
Mirko Zonca: “E’ vero, concordo in pieno. Premeditare in questi casi serve a poco: se parti con l’obiettivo di ottenere quel determinato sound o di assomigliare il più possibile a questo o quell’altro rischi di diventare un clone, perdi di originalità. Non avere un terreno stabile su cui orientarsi ritengo sia un vantaggio: non hai aspettative, non hai regole. Poi è ovvio, le nostre influenze personali aggiustano e correggono il tiro e delimitano lo spettro d’azione”.

QUALI SONO LE VOSTRE PIU’ GRANDI INFLUENZE MUSICALI E IN CHE MODO SI RIFLETTONO SULLA VOSTRA MUSICA?


Mirko Zonca: “Difficile a dirsi, personalmente ascolto veramente di tutto. Posso dirti l’amore del momento. In questi giorni mi sto dilettando con Necromandus e il doppio live dei Birth Control che girano a rotazione sul piatto”.
Mirko Bosco: “Mi piacciono i Discharge e adoro Seasick Steve e questo la dice lunga”.
Frankie Brando: “Sono un appassionato di rock targato anni Settanta. Senza fare la solita sequela di nomi, ritengo che in quel periodo il rock era particolarmente genuino ed ispirato. Ovviamente questo si riflette sul mio modo di ‘tenere le bacchette’”.
Mirko Zonca: “Con tutta probabilità questo ‘disordine’ comune negli ascolti fa da tappeto a quello che poi produciamo tra le pareti della sala prove. Io ritengo che l’apertura mentale, la curiosità e il non porsi paletti siano gli ingredienti necessari per ottenere originalità in quello che suoni, fermo restando che non puoi più inventare nulla”.

NEGLI ULTIMI ANNI SI STA FORMANDO UNA SORTA DI SCENA REVIVAL ROCK COMPOSTA DA BAND QUALI RIVAL SONS, GENTLEMEN PISTOLS, GRAVEYARD ED ALTRI ANCORA: VI SENTITE IN QUALCHE MODO AFFINI A QUESTA SCENA?


Mirko Zonca: “Se analizziamo la storia della musica negli ultimi vent’anni, assistiamo ad una continua e ciclica tendenza al ‘ripescaggio’. Personalmente, pur apprezzando band come Graveyard, che conosco ed ascolto sin dagli esordi quando incidevano ancora per la Transubstans Records, per intenderci, ritengo non ci sia da stupirsi. C’é stato un periodo, ricordo, a metà anni Ottanta caratterizzato dal ritorno del sixties, del garage. Abbiamo subito nei primi anni Novanta il Seattle sound. I primi Mudhoney erano sicuramente influenzati dai Blue Cheers; Soundgarden, Screaming Trees non erano certo immuni da quello che oggi potremmo considerare revival. Ora è il momento dei Rival Sons, degli Answers”.
Mirko Bosco: “Nel caso specifico anche noi potremmo essere infilati in questo calderone anche se, forse inconsciamente, fin da subito ci siamo ispirati ai seventies e quindi da molto prima che esplodesse questo tipo di scena. Ritengo che queste ‘nuove’ band abbiano molto da dire e siano composte tutte da grandi artisti, ma credo sia un po’ riduttivo per tutti parlare di revival, noi compresi. Nel nostro caso poi veniamo invitati a partecipare addirittura a festival doom e stoner. Evidentemente siamo poco riconducibili ad un filone preciso”.

RIUSCITE A SUONARE DAL VIVO COME VORRESTE? PER UNA BAND COME LA VOSTRA E’ ANCORA COSI’ DIFFICILE ESIBIRSI NEL NOSTRO PAESE?
Mirko Zonca: “In effetti le occasioni sono poche in Italia, dovremmo scendere a compromessi inaccettabili per esibirci con più frequenza. Non voglio sembrare venale, ma del resto sosteniamo grosse spese che vorremmo venissero almeno coperte da rimborsi dignitosi. Bisogna poi fare i conti con la mancanza assoluta di cultura rock nel nostro paese”.

Mirko Bosco: “Già, locali inadeguati e – soprattutto – pubblico il più delle volte inadeguato; spesso gli organizzatori di eventi, specie nei locali, usano riempire il ‘bill’ con band pescate a caso; ti capita di suonare tra un gruppo di sedicenni hardcore punk e una tribute band dei Linkin Park… E’ assurdo! In Italia si suona veramente poco, è la terra delle tribute band, delle cover band. Probabilmente dovremmo fondare un gruppo parallelo: un tributo ai Witche’s Brew; avremmo sicuramente più opportunità”.


Frankie Brando: “E’ un vero peccato, abbiamo un’attitudine sul palco ‘old school’ che, in questi casi, rischia di non essere compresa. Prendiamo quindi in considerazione solo opportunità mirate, con guest congrui ed in situazioni realmente interessanti”.

COSA VORRESTE FARE DA GRANDI? I TRAGUARDI CHE SPERAVATE DI RAGGIUNGERE AD INIZIO CARRIERA SONO STATI EFFETTIVAMENTE RAGGIUNTI?


Mirko Bosco: “Quando mi prefiggo un traguardo, nel preciso istante in cui lo raggiungo devo subito prefissarmene un altro, sono fatto così. Probabilmente questo lato del mio carattere m’impone di non fermarmi. E’ facile che io non mi senta mai completamente realizzato, anche se devo dire che il rock n’ roll, fino ad oggi, è stato buono con me”.
Mirko Zonca: “Accontentarsi è controproducente: fare un disco, farne due, tre anche con un’etichetta importante come la Black Widow e fermarsi pensando che loro possano cambiarti la vita serve a poco. Certo, far parte di un roster importante può rappresentare un traguardo importante, ma dobbiamo poi progredire da soli, crescere ed imporci specie in tutto quello che riguarda l’aspetto live, il rapporto diretto con il pubblico”.

 

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