A meno di due anni dal precedente “Mirror To The Sky”, gli Yes tornano con “Aurora”, ventiquattresimo album in studio e ultimo tassello di una trilogia iniziata con “The Quest”. Un disco che, come abbiamo scritto nella nostra recensione, non è soltanto il migliore dell’attuale incarnazione della band, ma un capitolo capace di reggere il confronto con buona parte del passato di una delle formazioni simbolo del progressive rock.
Il merito, molto probabilmente, va cercato in quella parola che ricorre come un mantra nella conversazione che segue: chimica. Questa è infatti la line-up più longeva nella lunga e travagliata storia degli Yes — Steve Howe alla chitarra e alla produzione, Jon Davison alla voce, Geoff Downes alle tastiere, Jay Schellen alla batteria e Billy Sherwood al basso — e “Aurora”, impreziosito dagli arrangiamenti orchestrali della Czech National Symphony Orchestra e dall’immancabile copertina firmata Roger Dean, ne raccoglie i frutti.
Dall’altra parte dello schermo, con noi, c’è Billy Sherwood, l’uomo che dal 1989 accompagna il percorso della band prima come collaboratore esterno, poi come chitarrista e produttore, e infine, dal 2015, come custode dell’eredità del suo amico e mentore Chris Squire. Con lui abbiamo parlato del nuovo album e del processo creativo che lo ha generato, ma anche di intelligenza artificiale, delle infinite metamorfosi degli Yes e perfino di un disco dei Motörhead registrato mentre Los Angeles bruciava. Ne è uscita una chiacchierata sincera e appassionata, culminata nel racconto, commosso e mai retorico, degli ultimi giorni di Chris Squire. Buona lettura.
BILLY, PARTIAMO OVVIAMENTE DA “AURORA”, UN DISCO SPLENDIDO CHE RAPPRESENTA AL MEGLIO CIÒ CHE SONO GLI YES OGGI. L’IMPRESSIONE È CHE QUESTA LINE-UP ABBIA TROVATO UNA CHIMICA INCREDIBILE: TU COSA NE PENSI?
– Hai centrato una parola chiave: chimica. Questa è la formazione più longeva nella storia degli Yes, quindi qualcosa in termini di chimica deve pur esserci. E immagino che tutto ciò si rifletta poi nella creatività con cui si costruisce un album.
PENSIAMO PER ESEMPIO ALLA TITLE-TRACK. CI PIACE MOLTO L’USO CHE DA QUALCHE TEMPO STATE FACENDO DELLE PARTI ORCHESTRALI: COME AFFRONTATE QUEL TIPO DI ARRANGIAMENTI?
– Questa è una domanda più adatta a Steve (Howe, il chitarrista e leader della band, ndr), perché è lui che si è occupato di quella parte. Io in fondo sono solo il bassista e canto. So però della sua collaborazione con Paul (Paul K. Joyce, l’orchestratore che aveva collaborato con la band già in “The Quest”, ndr). A un certo punto ci siamo confrontati: dovevamo di nuovo avere un’orchestra? È stata una scelta scontata. Sì, dovevamo farlo. E credo che il risultato sia magico.
CI SONO ALCUNI BRANI CHE VORREMMO APPROFONDIRE CON TE. UNO È SICURAMENTE “COUNTERMOVEMENT”, MUSICALMENTE STUPENDO. MA ANCHE IL TESTO HA CATTURATO LA MIA ATTENZIONE, PERCHÉ C’È UN VERSO CHE DICE “WASTED DAYS RACED BY IN A BLINK OF AI”. QUAL È IL TUO RAPPORTO CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE? SIAMO DAVVERO ENTRATI NELL’ERA DELL’IA, COME SCRIVETE IN QUELLA CANZONE?
– Credo di sì, ci siamo dentro. Siamo ancora agli stadi iniziali, ma è un’infanzia che fa molta paura. Anni fa avevo scritto un brano sul mio album solista, “Sophia”, che parlava proprio di Sophia, diventata la prima cittadina del suo Paese pur essendo un’intelligenza artificiale. In fondo non ne siamo poi così lontani.
La canzone è stata scritta anni fa, e in così poco tempo abbiamo già fatto passi enormi. Tutto si sta comprimendo, andrà sempre più veloce e sempre più lontano. Quindi sì, ci siamo dentro. Ora è solo questione di applicazioni e di come tutto questo influenzerà il pianeta, sarà epocale.
E COSA PENSI DELL’USO DELL’IA IN AMBITO MUSICALE? ESISTONO GIÀ SOFTWARE IN GRADO DI CREARE UN INTERO BRANO DA ZERO.
– È un computer: a questo punto può fare praticamente qualsiasi cosa gli dici. Non so se si possa definire davvero ‘scrivere una canzone’, quando ti limiti a chiedergli qualcosa tipo “vorrei una canzone di Bon Jovi ma con questo testo” e in pochi secondi hai un brano. Non so se sia davvero fare musica, ma alla fine è musica, a tutti gli effetti. Ho anche provato a sentire un po’ di quelle canzoni: ad esempio ho visto il video di una ragazza che diceva: “voglio una canzone sulla mia lavastoviglie rotta e sul fatto che sto di nuovo male, e la voglio nello stile di quella band”. E pochi secondi dopo, eccola lì.
Ogni volta che la tecnologia incrocia la musica c’è sempre questa enorme oscillazione del pendolo: prima la paura che tutto venga soppiantato, poi il movimento contrario. Prendi le drum machine: dissero ai batteristi che si sarebbero estinti, invece non è andata così. Quindi credo che stiamo semplicemente osservando quel pendolo in movimento.
Nelle interviste continuo a ripeterlo, perché qualcuno me l’ha chiesto: usi l’IA per creare musica o testi? Io non la tocco, perché amo la creatività che c’è dietro. Fa parte del processo terapeutico dell’essere artisti, tirare fuori quello che hai dentro. E non ho bisogno di un computer che mi dica quali sono i miei pensieri, non mi serve.
VORREMMO CHIEDERTI ANCHE DI “ARIADNE”, UN BRANO CHE HA QUALCOSA DI QUASI RINASCIMENTALE. COSA PUOI DIRMI DI QUESTA TRACCIA?
– Su questo Jon (Davison, il cantante, ndr) saprebbe dirti molto di più, perché è più una sua creazione, per il testo e per il percorso che c’era dietro. Ma è una canzone bellissima, con tanti elementi interessanti negli arrangiamenti. E la parte orchestrale è splendida.
NE DEDUCO CHE, IN GENERALE, OGNUNO DI VOI È IL PRINCIPALE AUTORE DI UN SINGOLO BRANO E POI LAVORATE INSIEME. L’IDEA DI PARTENZA NASCE DUNQUE DA UN PROCESSO SOLITARIO, ALMENO ALL’INIZIO?
– Parte in modo solitario, sì. Un paio d’anni fa, mentre eravamo in tour, ne avevamo parlato, perché volevamo fare un terzo disco. Ognuno se ne va nel proprio angolo. Io lavoro qui, ma ho anche un posto negli Stati Uniti dove faccio avanti e indietro, e lì creo e scrivo. Poi, lungo il percorso, durante i tour, io e Jay — per via di quel rapporto speciale tra batterista e bassista — al soundcheck ci mettiamo a jammare, e a un certo punto penso: aspetta, fammi buttare giù quell’idea, mettiamola da parte. Così si formano un mucchio di idee in diverse aree della band, e poi mettiamo tutto in un grande calderone di musica.
Steve, come produttore, prende quel materiale, gioca con gli arrangiamenti, mette insieme questa cosa con quell’altra in modi che non ti aspetteresti, e ne tira fuori qualcosa di nuovo. È diventato parte del processo creativo, il che è piuttosto interessante. Non c’è una regola dichiarata del tipo: “ok, adesso tu scrivine una tutta tua”. È semplicemente ciò che, alla fine dei conti, funziona per l’intero progetto. Abbiamo tantissima musica tra cui scegliere.
VORREI CHIEDERTI ANCHE DI DUE BRANI CHE IN REALTÀ SONO BONUS TRACK, MA SONO TRA I MIEI PREFERITI DELL’ALBUM: “WATCHING THE RIVER ROLL” E “JAMBUSTIN’”. QUEST’ULTIMO HA UNA STRANA ATMOSFERA ANNI OTTANTA, CHE MI RICORDA GLI YES DI QUEL PERIODO. C’È QUALCOSA CHE VUOI DIRMI SU QUESTE DUE CANZONI?
– Posso parlarti di “Watching The River Roll”, perché l’ho scritta io. Di “Jambustin’” dovresti chiedere a Jon e Steve. Ma su “Watching The River Roll” posso dire qualcosa. Sai, dopo tutto quel processo di scrittura, per quanto lungo sia, arriva un momento in cui il calderone si chiude e non si aggiunge più musica. Eravamo esattamente a quel punto.
E per qualche motivo mi è venuta quest’idea in testa: ho preso una chitarra acustica e ho iniziato a suonare questo ritmo e questi accordi. Nella mia mente era come se stessi scivolando lungo un fiume. Ho cominciato a pensare a questo, e alla vita, alle persone che abbiamo perso, a quelle che abbiamo amato, a questo viaggio lungo il fiume della vita, con ‘il buono, il brutto e il cattivo’, ma anche con la bellezza del viaggio in sé. Così ho pensato: voglio provare a racchiudere tutto questo. E ne è nata la canzone che ora conosci.
Mi ha sorpreso che non finisse nel calderone di cui ti parlavo prima per poi uscirne trasformata, perché di solito il processo era quello. Ne sono stato felice e orgoglioso, sono fiero di avere sul disco una canzone scritta interamente da me. Per me, che sono un fan degli Yes, significa molto. Chi l’avrebbe mai detto? Ed è venuta benissimo.
Quando l’ho portato a Steve avevo degli abbozzi con l’acustica, ma gli dicevo: “quella chitarra portoghese che usi in “Wonderous Stories” ci starebbe alla grande, per dargli quell’atmosfera”. E lui: “sì, ho capito dove vuoi arrivare”. Ha tirato fuori delle parti di chitarra magnifiche e l’ha portata a un altro livello, come ha fatto ognuno di loro quando è entrato in gioco. Ed è anche un bel modo di chiudere tutto il disco, pur essendo una bonus track. Ti accompagna a una conclusione dolce dopo tutto quello che hai appena ascoltato.
QUALCHE SETTIMANA FA ABBIAMO INTERVISTATO ANCHE IAN PAICE DEI DEEP PURPLE E CI RACCONTAVA CHE NEL LORO NUOVO ALBUM I BRANI SONO IN GENERALE PIÙ BREVI, PERCHÉ NEGLI ANNI LA SOGLIA DI ATTENZIONE DELL’ASCOLTATORE SI È RIDOTTA, SOPRATTUTTO TRA IL PUBBLICO PIÙ GIOVANE…
– Ah, tu dici? (risate, ndr).
…TU COME VEDI QUESTA TENDENZA, VISTO CHE FATE UNA MUSICA SPESSO COSTRUITA SU STRUTTURE AMPIE, SU SUITE CHE POSSONO DURARE DIECI O VENTI MINUTI?
– Il mondo in cui vivo, le regole entro cui mi muovo, sono quelle del progressive rock, che sconfina nel jazz e nella fusion, e puoi attraversare tanti altri generi se vuoi. In altre parole, non ci sono regole. Quindi non mi chiedo mai: oddio, li sto perdendo al minuto tre e mezzo? Sono già stanchi?
No, io sto semplicemente scrivendo una canzone. E per esperienza personale, quando sto scrivendo qualcosa, se sento di avere ancora qualcosa da esprimere, o se durante una pausa finisco su una progressione di accordi che mi fa pensare “oh, sarebbe interessante se andasse lì”, allora sono in pieno flusso creativo. Non so nemmeno cosa sto dipingendo, per così dire, finché non faccio un passo indietro, guardo, e dico: adesso capisco cos’è. Questo è il mondo in cui vivo.
Rapportarmi a un mondo in cui hai dieci secondi per catturare qualcuno o l’hai perso… beh, da quel punto di vista sono spacciato. Quindi è inutile competere con quella logica. Resto fedele a ciò che credo la musica debba essere, e si spera che a qualcuno piaccia. Questa è la mentalità degli Yes.
Non lavoriamo secondo le regole di nessuno se non le nostre. Ci conosciamo da così tanto tempo che sappiamo dove tracciare i confini, e così restiamo su quella rotta senza preoccuparcene troppo. Se qualcuno vuole prendere uno spezzone di un brano degli Yes e trasformarlo in un reel di quindici secondi per intrattenere qualcuno, ben venga, perché è comunque un modo per indirizzarlo al disco. Ma non faremo il disco pensando a quei problemi, perché con ogni probabilità tra cinque anni non ne parleremo nemmeno più. Del resto, chi avrebbe immaginato nel 1985 che ce ne saremmo andati tutti in giro incollati a questi aggeggi?
A PROPOSITO DI REEL, SAI CHE PROPRIO LA VOSTRA “ROUNDABOUT” È DIVENTATA VIRALE GRAZIE A UN MEME. CI SONO SCHIERE DI ADOLESCENTI CHE CONOSCONO LA CANZONE, MA NON HANNO IDEA DI CHI SIANO GLI YES.
– Sì, è finita in una specie di anime giapponese, mi pare! Lo so perché me l’ha detto mio figlio, ormai grande, tanto tempo fa: stanno usando “Roundabout” in questa cosa. E io: cosa?! Ma comunque accada, è una cosa positiva. Il punto d’ingresso nel mondo degli Yes arriva da luoghi diversi per ognuno.
Il mio è stato mio fratello e il migliore amico di mio fratello, Jimmy, che mi fece scoprire “Close To The Edge”. Per qualcuno si tratta di cose molto più recenti. Ho conosciuto un ragazzo in Giappone che era a un nostro concerto e gli ho chiesto: dove ci hai conosciuto? Qual è stata la tua prima esperienza con gli Yes? E lui: GTA (Grand Theft Auto, un celebre videogioco, ndr). Ci stava giocando, è partita “Owner Of A Lonely Heart” e da allora è diventato un fan per la vita. Insomma, ci si arriva in modi strani. Ma comunque accada è una bella cosa per gli Yes. Ed è una bella cosa anche per la musica se sei uno sperimentatore e cerchi di creare qualcosa di diverso, perché ci sono molti modi per attirare le persone.
IL PROGRESSIVE ROCK È UN GENERE CHE ABBRACCIA LA COMPLESSITÀ, COME DICEVAMO, EPPURE A VOLTE VIENE SCAMBIATO PER PURO SFOGGIO DI TECNICA PERSONALE. CON GLI YES NON È MAI STATO COSÌ, PERCHÉ ANCHE SE OGNI MUSICISTA È SEMPRE STATO UN MAESTRO DEL PROPRIO STRUMENTO, C’È SEMPRE STATA UNA DEDIZIONE CONDIVISA VERSO LA CANZONE. COME VEDI QUESTO RAPPORTO TRA L’ESSERE UN VIRTUOSO E L’ESSERE UN MUSICISTA CHE SCRIVE MUSICA COMPLESSA?
– La risposta sta, in un certo senso, nel motivo per cui da giovane mi sono innamorato della band come fan: ero totalmente rapito dal modo di suonare il basso di Chris (Squire, storico bassista della band, ndr), e naturalmente anche dalla sua voce. Ma nel basso non c’era solo la tecnica: ascolti “The Gates Of Delirium” ed è fuoco puro. Erano le note che sceglieva, la struttura delle sue composizioni, il perché arrivava a un certo punto e poi faceva cose folli. Mi sono davvero sintonizzato sul suo senso della composizione, avendolo conosciuto così a lungo e perché ne abbiamo parlato tantissime volte. C’erano piccole note che infilava qua e là. Una volta stavamo ascoltando “Turn Of The Century” a casa sua e lui mi disse: “devi sentire questa nota”. E io: “quale nota? Le conosco tutte, Chris”. “Questa, proprio questa”, mi indica il punto — non ricordo dove sia esattamente — e io gli dico: “amico, è da sempre la mia nota preferita”.
Quindi guardo sempre le cose attraverso quella lente, cercando di creare qualcosa di interessante per il basso. Ne sono attratto, lo sono da sempre. La gente mi dice continuamente che suono troppo. Nelle band in cui ho suonato mi dicevano: devi proprio farlo? Beh, Chris lo faceva. Ma in quella follia del suonare troppe note, per me le composizioni restano la parte importante. A volte suonare in modo davvero semplice è ciò che serve ed è ciò che suona meglio. Non si tratta di discutere se stai suonando troppo o troppo poco: è semplicemente la cosa giusta da fare.
Suono il basso da tantissimo tempo, c’è fiducia dentro la band, ed è bellissimo: ognuno fa ciò che sa fare senza doverlo decidere assieme di volta in volta. Ci fidiamo l’uno dell’altro. Ma dietro di me c’è tutto il bagaglio della musica di Chris. È una montagna enorme da scalare e cerco di farlo al meglio che posso, a modo mio. Quando scrivo, penso sempre a Chris. Come potrei non farlo? Ma resto comunque me stesso, e non sarò mai Chris Squire. Non ho accettato l’incarico pensando: benissimo, ora sono Chris Squire. Non lo sarò mai: ce n’è uno solo. Ma ciò che resta di quel rapporto è una delle grandi ragioni per cui sono qui a fare ciò che faccio.
GLI YES HANNO ATTRAVERSATO MOLTISSIMI CAMBI DI FORMAZIONE NEL CORSO DELLA LORO STORIA. PERSINO STEVE, CHE OGGI È IL RAPPRESENTANTE DELLA LINE-UP CLASSICA, NON ERA UN MEMBRO FONDATORE. COSA HA PERMESSO ALLA BAND DI ATTRAVERSARE COSÌ TANTE PERSONALITÀ DIVERSE E MANTENERE COMUNQUE UN’IDENTITÀ COSÌ DEFINITA?
– Beh, pensa alla tua squadra di calcio del cuore e a quante formazioni sono passate in tutti questi anni. Ma la squadra, nella sua essenza, ha una città di riferimento che la ama. È sempre così che ho guardato alle band che hanno avuto una così ampia varietà di membri, come gli Yes. Quando sei in una squadra e passi a un’altra, prendono la tua maglia e la appendono, con il tuo numero. Io ne ho parecchie appese, perché sono andato e tornato talmente tante volte. Ho suonato con più formazioni di chiunque altro negli Yes. Per questo credo che la somma sia più grande delle singole parti, come si dice.
Ed è anche il motivo per cui trovo così strana tutta la discussione su chi siano i membri originali, sul fatto che non ne resti nessuno: ovvio che non ce ne sono più. Siamo nel 2026 e la vita, purtroppo, ce ne ha portati via alcuni. Mi vengono in mente Alan (White, il precedente batterista, ndr) e Chris. Ma anche loro due, nel loro cuore, desideravano che gli Yes andassero avanti, credimi. Quindi perché mai dovrei anche solo prendere in considerazione qualcos’altro? Eppure quella discussione resterà, perché alla gente piace discutere.
Noi facciamo musica, ma la gente vuole dibattere sul perché e se dovresti davvero continuare a farla. Se mi fossi fermato ogni volta che qualcuno mi diceva che non avrei dovuto farlo, non avrei mai fatto un secondo album, e invece ne ho fatti più di cinquanta. Quindi non ci penso nemmeno. Lo rispetto e lo capisco. Con la mia band, i Circa, ho inciso parecchi dischi con Tony Kaye, il tastierista originale degli Yes, ad esempio. Non provo altro che amore e rispetto per chiunque sia passato dagli Yes, ma so anche che i tempi cambiano, le persone cambiano, le cose accadono.
C’è un motivo se gli Yes hanno attraversato così tante formazioni: non è un mistero che le band siano piene di intrighi, di politica, di questo e quel personaggio, di tutte quelle dinamiche in cui potresti addentrarti. Io sono qui solo per la musica. E, a differenza forse di tutti i miei compagni — anche se non posso parlare per loro — non mi lascio travolgere. Io amo il catalogo degli Yes, tutto quanto, dall’inizio alla parte centrale, fino al periodo in cui c’ero io o a quello in cui non c’ero più e a questo di oggi. Sono un fan degli Yes, quindi non resto impantanato mentalmente in tutte quelle faccende. Me ne chiedono conto e ci penso davvero solo nelle interviste come questa.
Ma quando posiamo il telefono, credimi, il mio pensiero successivo non è certo quello di andare a vedere cosa dice la gente online.
VORREI CHIEDERTI ANCHE DEL TUO PASSATO, PERCHÉ OGGI SEI IL BASSISTA DEGLI YES, MA IN ALTRI MOMENTI DEL LORO PERCORSO SEI STATO ANCHE CHITARRISTA E PRODUTTORE. COSA PUOI RACCONTARMI DI QUELLA PARTE DELLA TUA STORIA CON LA BAND, NON DI OGGI, MA DEGLI INIZI, DI QUANDO ENTRASTI NEL GRUPPO?
– La prima volta in cui sono stato ufficialmente un membro della band, prima di ora, è stata subito dopo “Keys To Ascension”. Ero membro a tutti gli effetti, ho suonato, composto, registrato e via dicendo. Facemmo “Open Your Eyes” e poi il disco successivo, “The Ladder”, e feci anche i tour di supporto. Suonavo perlopiù la chitarra, perché le cose scritte per “Open Your Eyes”, quelle a cui avevo lavorato, erano nate dalla chitarra.
Il mio primo contatto con la band, però, risale al 1989: volevano che diventassi il cantante, perché Jon Anderson era con gli Anderson Bruford Wakeman Howe, mentre gli altri Yes — Trevor Rabin, Tony Kaye, Alan White e Chris Squire — erano rimasti senza un cantante. Io ero nei World Trade all’epoca, e Derek Shulman era il presidente della Atco Records e aveva appena messo sotto contratto la band, i World Trade, per la Polydor.
Disse a Chris: “devi conoscere questo ragazzo, sarà perfetto”. Ed è così che è cominciato tutto. Ho conosciuto Chris ed è scattato subito qualcosa, e da allora siamo rimasti amici per sempre. Ma in quei giorni sapevo che non sarei diventato il cantante, perché non volevo rinunciare alla mia carriera. E non serviva la sfera di cristallo per capire cosa stesse per arrivare: la super band che sarebbe diventata “Union”.
Non volevo essere quello che se ne sta sui binari con il biglietto in mano e viene travolto dal treno. Sono stato abbastanza sveglio da togliermi di mezzo, perché volevo mantenere una carriera, e col senno di poi è stata la scelta giusta, perché ho avuto una carriera fortunata. Tutto è iniziato nel 1989. Poi mi hanno richiamato: ho un brano su “Union”, “The More We Live”, la prima canzone che ho scritto con Chris. E ci sono un paio di pezzi anche nel box set “Yesyears” di quel periodo a cui ho preso parte. Poi pensavo fosse finita lì.
E invece, intorno al ’93 e verso il ’94, con “Talk” in arrivo, mi chiamarono per andare in tour come polistrumentista, a suonare con la band. Accettai ed entrai in quella formazione, che era incredibile. È stato un tour fantastico, grandi ricordi. Ma vedevo anche la tensione tra i ragazzi. Un giorno eravamo in viaggio verso Los Angeles e, quando siamo scesi dall’aereo, la band si è sciolta. Fine. Era la fine di quella formazione così come la conoscevamo. Ed ero lì, letteralmente in piedi all’aeroporto, a guardarli prendere strade separate, pensando: “mio Dio, com’è potuto succedere? È la mia band preferita, ho appena fatto questo tour straordinario con loro, e adesso si stanno sciogliendo mentre io aspetto il taxi. Cosa sta succedendo?”. Così ho pensato che fosse tutto finito.
E sono tornato al mio mondo. Poi, pochi mesi dopo, hanno messo insieme “Keys To Ascension”, serviva qualcuno per mixarlo e hanno chiamato me. La cosa successiva è stata una telefonata, in cui mi dicevano che gli era piaciuto come avevo mixato l’album e volevano che producessi il successivo. Mi dissero di andare in studio anche per “Keys To Ascension 2”, con “Mind Drive” e altri brani. E proprio in fase di mixaggio di “Keys To Ascension 2” Jon Anderson ricevette una telefonata: Rick Wakeman (il tastierista, ndr) avrebbe lasciato la band. E di nuovo gli Yes si stavano frantumando, stavolta nel mio studio, a casa mia.
Guardai Chris e gli dissi: “amico, ma che storia è questa? Non possiamo permetterlo”. E cominciammo a scrivere qualcosa, e da lì arrivammo a “Open Your Eyes”. Il resto è più o meno tutto collegato, sono stati tanti anni. C’è chi pensa che io sia semplicemente spuntato dal nulla, come se fossi entrato a una prova degli Yes, un giovedì, e fossi stato fortunato. Ecco perché, quando sento chiedere “come ti senti a essere etichettato come una sorta di tributo agli Yes”, penso: “santo cielo, se tutto questo non basta a rendere la cosa legittima, allora non so proprio cosa dire”.
COSA SIGNIFICA PER TE, OGGI, AVER RACCOLTO L’EREDITÀ DI CHRIS, CHE ERA UN AMICO E UN MENTORE?
– Duro. È stato difficile. Estremamente difficile. Sapere di stare parlando con qualcuno della sua stessa morte, perché è di questo che parlavamo nelle conversazioni, è stato durissimo. E poi non sapevo quanto fosse davvero malato. Mi chiamò la prima volta e mi disse: “gli Yes devono continuare ad andare in tour, e stiamo per partire per questo tour con i Toto, ma sono malato e devo affrontare alcune cose. Sono davvero giù perché dovremo rimandare”. E io gli dicevo: “beh, sei Chris Squire, amico. Devi solo dirlo agli altri e riprogrammerete. Tutto qui”. E lui diceva: “sì, immagino di sì”. E io: “come sarebbe ‘immagino di sì’? Chiamali e digli cosa vuoi fare”.
Il giorno dopo mi richiamò e mi disse la stessa cosa. “Chris, devi prendere il telefono, chiudere con me e chiamare i ragazzi, e farlo e basta”. E lui mi disse: “Billy, non stai capendo, voglio che tu mi sostituisca, così questo tour potrà andare avanti”. Quello è stato il momento più duro di tutti, perché ho avuto la consapevolezza che doveva essere una cosa seria se eravamo arrivati a questo. È stato il primo pensiero. E poi il pensiero che lui sarebbe stato in ospedale mentre io avrei suonato al suo posto… è stato orribile.
Lui mi disse: “ho bisogno che tu lo faccia per me”. Non ci ho messo un nanosecondo a rispondere. “Certo che lo faccio”, gli dissi. Poi, appena riattaccato, mentre ero ancora sconvolto, il telefono squillò di nuovo. Stavolta era sua moglie, che mi informò che Chris non mi aveva detto fino in fondo cosa stava davvero succedendo. E allora, beh, mi disse che aveva una rara forma di leucemia e che non si metteva bene per lui. È stato come se ci fossero stati due enormi terremoti nel giro di dieci minuti.
E poi il colpo più duro di tutti è arrivato settimane dopo, quando avevo ormai accettato. Lui aveva diffuso un comunicato in cui diceva che avrebbe affrontato questa cosa, ma che sarebbe tornato. Ero fuori a fare la mia passeggiata mattutina, torno nel mio studio per prendere il basso e cominciare a provare per il tour. Apro una mail, intitolata soltanto “Chris”. E l’ho semplicemente capito, non volevo aprirla. Sono rimasto lì un po’, pensando: “non ce la faccio ad aprirla”. Poi l’ho aperta ed è stato devastante. È stato un periodo davvero difficile, emotivamente. E dovevo comunque provare, perché saremmo partiti, e dovevo farmene una ragione. È stata la parte più surreale della mia vita, sinceramente. Sembra ieri, adesso che ne parliamo.
È stato orribile, e ci è voluto tanto per superarlo. Ma abbiamo avuto tantissime conversazioni, e la sua positività verso gli Yes era incrollabile. Mi ha solo chiesto di promettergli che l’avrei fatto, voleva che la band andasse avanti. Chris era così. Ed è per questo che gli voglio bene. Aveva questa passione per la musica che ha portato avanti fino alla fine.
GRAZIE BILLY PER QUESTO RICORDO. CAMBIANDO ARGOMENTO, IL NOSTRO È UN SITO DEDICATO ALL’HEAVY METAL E, IN FONDO, C’È UN LEGAME TRA TE E IL MONDO DEL METAL. HAI PARTECIPATO ALLA PRODUZIONE DI UN BRANO DEI MOTÖRHEAD SU “MARCH ÖR DIE”. COSA RICORDI DI QUELL’ESPERIENZA?
– Ho prodotto “Hellraiser” per i Motörhead il giorno in cui Los Angeles stava andando a pezzi per i disordini del ’92. Lo studio era a Hollywood, proprio accanto a quello che credo si chiamasse Circuit City, dove vendevano televisori.
Ricordo che stavo registrando e guardavo fuori dalla finestra mentre mi prendevo un caffè: una folla di gente che correva, uno con un forno a microonde, un altro con un televisore… Lemmy era fantastico. Un tipo grandioso. Divertente da matti. Sveglio come pochi. Io sono un appassionato di storia, amo la storia, e la sua conoscenza in materia era enorme. Ci siamo davvero divertiti, e anche gli altri ragazzi della band erano splendidi. Würzel, Phil Campbell e Mikkey Dee. Siamo entrati in studio e abbiamo fatto due pezzi (anche se i crediti di “March Or Die” riportano il nome di Billy Sherwood solo per “Hellraiser”, ndr). Non avrei mai immaginato, nemmeno in un milione di anni, di ritrovarmi a lavorare con i Motörhead.
Venivo dalla produzione del disco di Paul Rodgers, ed è così che ho avuto l’ingaggio: il proprietario dell’etichetta, Phil Carson, buon’anima, mi assunse per il disco di Paul e poi per quello dei Motörhead. Ma non avrei mai immaginato di farlo. Per me, però, la musica è tutto: capisco tutti i generi. Così mi ci sono buttato subito. Sono orgoglioso di quella canzone, suona ancora alla grande.
UN’ULTIMA DOMANDA. METTENDO DA PARTE IL PERIODO PIÙ CELEBRATO DELLA BAND, CHE SAREBBE TROPPO FACILE, QUALI ALBUM DEGLI YES MERITEREBBERO SECONDO TE DI ESSERE RISCOPERTI DA UN FAN?
– Oh, wow. Vado su quello un po’ più oscuro, controverso persino all’interno della band: “Tormato”. Per me alcuni dei suoni di basso più audaci di Chris sono su quel disco. Sono diventati un modello per me quand’ero più giovane. Lo dissi anche a Chris: amico, quei suoni di basso su “Tormato”… Quindi scelgo quel disco, non solo per i brani e per il songwriting, ma anche per la produzione. So che la band stessa forse non è affezionata a quel periodo e a quel disco, ma da ascoltatore, come lo ero da ragazzino, mi ha portato in un altro mondo. È tutto meraviglioso.
E poi “Relayer”, che è sempre un disco che ascolto e riscopro ogni volta, in cui sento cose nuove che non avevo colto le prime… quaranta milioni di volte. È un disco davvero grandioso, per me.
Ma, allo stesso modo, anche “Drama”: è un disco degli Yes così unico e diverso, ma che amo. E l’esecuzione e il songwriting sono pazzeschi. Del resto sono tutti grandi. È per questo che ho sempre amato la band: anche se cambiavano formazione, qualunque essa fosse, aveva un suo carattere.
Se torni indietro e ascolti i primi due dischi e li confronti con “Relayer”, ci sono universi di distanza in termini di stile e di ciò che accade. Eppure c’è anche una connessione strana, difficile da cogliere, ma è lì dentro. Ci sono tutti questi diversi periodi degli Yes: sono istantanee di persone, personalità, chimica, di ciò che stava accadendo, del clima che c’era nella band… E il clima nella band conta tantissimo, a volte persino nelle sue tensioni. Tutto questo confluisce in questi album che amiamo, perché sono come istantanee di momenti diversi nel tempo.


