Dieci lunghi anni separano il quarto album degli Zatokrev, “Silk Spiders Underwater…”, dal quinto, “…Bring Mirrors To The Surface”. Un tempo che non ha fatto evaporare l’ispirazione dei post-metaller svizzeri, autori oggi come nel 2015 di un album variopinto, sfaccettato, capace di passare da tracce ariose e di gusto progressive, ad altre veementi, contorte e feroci, mostrando in ogni circostanza la medesima brillantezza.
Avvalendosi anche di alcuni ospiti alla voce, i quattro di Basilea si sono resi autori di uno dei dischi più poliedrici e pieni di inventiva del 2025, dando nobiltà all’abusata etichetta di post-metal. Nel loro caso, utile a dare una rapida individuazione di un perimetro molto ampio, dove far convergere sonorità extreme metal, post-rock, sfumature darkwave, doom e progressive.
Un mondo di suoni e sensazioni dentro il quale ci si immerge volentieri, apprezzandone di volta in volta differenti sfumature. Di tutto ciò che ha condotto a “…Bring Mirrors To The Surface” ci ha parlato il cantante/chitarrista Frederyk Rotter, principale mente creativa del progetto.
DIECI ANNI SEPARANO “SILK SPIDERS UNDERWATER…” DA “…BRING MIRRORS TO THE SURFACE”. UN LASSO DI TEMPO DAVVERO LUNGO, MA GIà A PARTIRE DAI TITOLI SEMBREREBBE CHE VI SIA UNA FORTE CONNESSIONE TRA QUESTI DUE DISCHI. NELLA VOSTRA IMMAGINAZIONE E PROSPETTIVA, CHE COSA LI UNISCE E COSA DIVIDE I VOSTRI ULTIMI DUE ALBUM?
– Innanzitutto, c’è una connessione visiva che rappresenta metaforicamente due divere condizioni. Non voglio entrare troppo nei dettagli e andrò dritto al nocciolo della questione, cioè i i significati profondi dei due lavori: “Silk Spiders Underwater…” rappresenta una forma di paura che non riesce a respirare, non trova sfogo. “…Bring Mirrors To The Surface” mostra cosa succede quando a quella paura viene data finalmente aria e inizia a respirare. Così facendo, emerge qualcosa di nuovo e inaspettato.
Sul retro dell’artwork del primo album, vediamo un ragno, con il titolo di una canzone posizionato accanto a ogni zampa. Sul secondo disco, sempre sul retro abbiamo una medusa a otto zampe, e anche qui a ogni zampa corrisponde una canzone. A seconda dell’interpretazione, o il ragno si è trasformato in una medusa, o qualcuno non ha osservato abbastanza attentamente la prima volta cosa era ritratto in copertina e ha scambiato la medusa per un ragno.
Questo è solo un piccolo esempio, per illustrare il nostro approccio filosofico: infatti suggeriamo che i due album, se li consideriamo assieme, rappresentano trasformazioni molto significative di una stessa creatura.
QUALI SONO LE PRINCIPALI MOTIVAZIONI CHE VI HANNO PORTATO A SCRIVERE IL NUOVO ALBUM? CHE COSA VI HA SPINTO A COMPORRE, SUONARE, INFINE ENTRARE IN STUDIO E DARE LA FORMA DEFINITIVA ALLE VOSTRE IDEE?
– Volevamo semplicemente concludere la storia iniziata con “Silk Spiders Underwater…”. Era un progetto che meritava di essere concluso.
Ad ogni modo, abbiamo dovuto affrontare diverse problematiche che hanno rallentato il lavoro: con il Coronavirus abbiamo interrotto le nostre prove e, con il consenso degli altri membri della band, ho iniziato a lavorare in solitaria ad alcune idee, al Black Art Audio Studio di Simon Jameson. Quello che doveva essere un semplice demo, un qualcosa di abbozzato, è finito per diventare il disco che ora potete ascoltare.
Steffen (il secondo chitarrista, ndr) e Lucas (bassista, ndr) sono venuti spesso in studio, non solo per registrare le loro parti ma anche per dare effettivo contributo alla scrittura dei brani, portando preziose idee. David (batterista, ndr) ha in pratica ‘ricomposto’ i pattern di batteria e le ha ri-registrate nei Marc Obrist’s Hutch Sounds Studio. In tutto questo periodo ci siamo motivati l’un l’altro, giovandoci inoltre dell’aiuto del nostro amico Simon, coproduttore dell’album.
Ci siamo presi il tempo necessario per fare le cose per bene, senza metterci fretta e direi che le cose sono andate bene.
QUALE È L’ASPETTO DEL SUONO SUL QUALE VOLEVATE SPERIMENTARE MAGGIORMENTE SU “…BRING MIRRORS TU THE SURFACE”? ASCOLTANDOLO, EMERGE UNA PARTICOLARE ATTENZIONE PER OSCURE MELODIE E UNA PARTICOLARE INTERPRETAZIONE DEL DOOM, SE VOGLIAMO PIÙ A LIVELLO DI VIBRAZIONI CHE PER UN SUONO PROPRIAMENTE E NETTAMENTE DOOM.
– Durante la composizione eravamo nel medesimo mood sperimentale che ha caratterizzato ogni nostra uscita. Rispetto al passato, ho avuto più tempo per rifinire i dettagli della produzione. Grazie a Simon, che aveva il suo studio a Basilea in quel periodo, avevamo abbastanza tempo disponibile per provare alcune cose e perfezionare assieme la produzione.
Come coproduttore, lui ha avuto un ruolo significativo nel dare al disco il suono definitivo, specialmente per quanto riguarda gli arrangiamenti elettronici.
ENTRIAMO ALLORA NEL CUORE PULSANTE DELL’ALBUM: IL DISCO COMINCIA CON QUELLA CHE RITENGO ESSERE LA TRACCIA PIÙ COMPLESSA, FASCINOSA ED ENIGMATICA, OVVERO “RED STORM”. QUI ABBIAMO ANCHE LA PARTECIPAZIONE DI BÖLZER E SCHAMMASCH, PER QUELLO CHE È UN BRANO POLIEDRICO, DALL’ATMOSFERA MISTERIOSA E NOTTURNA: MI PARE VI SIA ADDIRITTURA UN TOCCO DI FOLLIA SIMILE A QUELLO DI CERTI SWANS E SIA NEL COMPLESSO UN BRANO DALLO SVILUPPO PIUTTOSTO CINEMATOGRAFICO, CON UO SPLENDIDO UTILIZZO DELLE VOCI PULITE. PUOI RACCONTARCI COME AVETE CREATO LA TRACCIA, DALL’IDEA INIZIALE ALLA FORMA FINALE?
– Ad essere onesti, considero “Red Storm” uno dei brani meno complessi dell’album. È nato più o meno come tutti gli altri: dalle viscere di noi stesso. La prima versione l’abbiamo quindi rifinita perché non la sentivamo perfetta, e questo è tutto. Abbiamo usato voci pulite anche in album precedenti, non è una novità per noi. In generale, probabilmente stavolta ero più interessato alle voci pulite rispetto ad altre occasioni, perché sentivo che avrebbero potuto dare qualcosa in più al disco.
Ho sempre pensato che le voci di Okoi (il cantante/chitarrista dei Bölzer, lì noto con il nome d’arte KzR, ndr) e C.S.R. (cantante degli Schammasch, ndr) sarebbero state perfette per la canzone, e siamo incredibilmente grati a loro per il contributo, perché altrimenti la canzone non sarebbe venuta così bene. Entrambi hanno personalità incredibilmente forti, che traspaiono dalle loro voci e danno a “Red Storm” il tocco finale.
“BLOOD” È UN BRANO CHE POTREBBE ESSERE INSERITO TRA LE MIGLIORI USCITE PROGRESSIVE METAL ODIERNE, CON IL SUO TOCCO MALINCONICO, L’ATMOSFERA SOFT E I PAESAGGI SONORI OSCURI E SOGNANTI. COME POSSIAMO INTERPRETARE QUESTO BRANO E QUAL È LA SUA FUNZIONE RISPETTO AL RESTO DELLA TRACKLIST?
– A mio parere, si inserisce bene nella tracklist nel suo complesso, fungendo semplicemente da buon collegamento tra “Red Storm” e “The Only Voice”. Anche la sezione più pacata al termine del brano è accattivante, mentre una band ‘post-qualcosa’ più convenzionale avrebbe aggiunto un’altra sezione pesante e rumorosa per concludere il brano. Abbiamo pensato potesse essere molto più emozionante la chiusura più soft che abbiamo scelto noi. È anche il finale perfetto per far risaltare l’inizio di “The Only Voice” e la sua forza distruttiva.
“UNWINDING SPIRITS” È UN ALTRO BRANO CHE COLPISCE L’IMMAGINAZIONE, RICOLMO DI VELLUTATA TRISTEZZA E CON IL CONTRIBUTO DI MANUEL GAGNEUX DEGLI ZEAL & ARDOR. COME SI È INSERITO GAGNEUX NEL MECCANISMO DEL BRANO E COME AVETE COSTRUITO LA TRACCIA, RENDENDOLA UNO DELLE PIÙ EMOZIONANTI DELLA TRACKLIST?
– Se sia il brano più emozionante del disco è una questione di opinioni, ovviamente. Tutti i brani sono per me emozionanti, altrimenti non sarebbero nostri, non li avremmo inseriti in “…Bring Mirrors To The Surface”. “Unwinding Spirits” è caratterizzata sia da monotona pesantezza, che da una profonda bellezza.
Con Manuel è stato semplicemente un esperimento. È venuto in studio e gli abbiamo detto: “Ehi, la tua voce si adatterebbe benissimo alla parte finale del brano”. Ha iniziato a improvvisare e abbiamo fatto qualche tentativo di registrazione. Alla fine, eravamo tutti sbalorditi e abbiamo pensato: “Che diavolo è successo?”.
È quello che accade quando lavori d’istinto, ed è per questo che abbiamo formato una bella squadra. E Manuel è semplicemente un cantante fenomenale.
PARLANDO PIÙ IN GENERALE DI COME È STATO PENSATO L’ALBUM, COME AVETE LAVORATO CON I DIVERSI OSPITI CHE HANNO PARTECIPATO IN ALCUNI MOMENTI DI “…BRING MIRRORS TO THE SURFACE”?
– Abbiamo delle connessioni molto forti con ciascuno di loro, in modi diversi. Per ognuno di loro la collaborazione si è svolta con grande naturalezza da entrambe le parti. Da un punto di vista strettamente musicale, sentiamo una forte connessione con tutti gli ospiti alla voce presenti su “…Bring Mirrors To The Surface”, sono tutti grandi artisti che non hanno timore ad ascoltare quel che hanno dentro e ad esplorare nuovi sentieri, senza alcuna inibizione.
ESTREMA VIOLENZA E PAUSE MEDITATIVE, AVVOLGENTI ATMOSFERE SEPARATAMENTE NELLE CANZONI DI “…BRING MIRRORS TO THE SURFACE” E IN “SILK SPIDERS UNDER WATER…”. CI SONO SPESSO SPESSE BARRIERE A DIVIDERE LE TRACCE PIÙ PESANTI DA QUELLE PIÙ ARIOSE. PERCHÉ AVETE SCELTO QUESTO MODO DI PROCEDERE NEI VOSTRI ULTIMI DUE DISCHI?
– Nessun calcolo, siamo solo guidati dall’idea di scrivere le canzoni e gli album più eccitanti che ci sia possibile comporre, con l’unica regola che nessuna nuova canzone debba suonare come qualcosa che abbiamo già fatto in passato.
PROVENITE DAL MOVIMENTO POST-HARDCORE DEI PRIMI ANNI 2000, EVOLUTOSI SUCCESSIVAMENTE IN QUALCOSA DI PIÙ ATMOSFERICO E ARTICOLATO, CHE HA INCORPORATO INFLUENZE E SUGGESTIONI ANCHE PIUTTOSTO LONTANE DALL’HARDCORE E DAL METAL. PER VOI PERSONALMENTE, QUALI SONO GLI INFLUSSI NON-METAL E NON-HARDCORE CHE HANNO DATO UN CONTRIBUTO ESSENZIALE ALL’EVOLUZIONE DEGLI ZATOKREV?
– Personalmente sono stato influenzato da alcune colonne sonore dei film, dal rock anni ’90, dal rock psichedelico degli anni ’60 e ’70, dalla new wave, dall’ambient, e aggiungerei infine diversa musica elettronica.
RIASCOLTANDO ORA I VOSTRI PRIMI DUE ALBUM, “ZATOKREV” E “BURY THE ASHES”, QUALI SONO LE VOSTRE SENSAZIONI A RIGUARDO?
– La produzione di entrambi è terribile (risate, ndr). Avevamo poca esperienza ai tempi e dovemmo registrare tutto da soli. Ma sono sempre io il principale responsabile di quei dischi e di quello che esprimono.
IL MONDO DELLA MUSICA È MINACCIATO DA UN ECCESSIVO USO DI TECNOLOGIA E IN PARTICOLARE È SOTTO LA MINACCIA DELL’IA, CHE RISCHIA DI DISTRUGGERE LA CREATIVITÀ DELLE PERSONE, RIMPIAZZANDOLE CON UN MODELLO INDUSTRIALIZZATO DI CREAZIONE DI SUONI VUOTI E PRIVI DI ANIMA. SU UN ALTRO FRONTE, MOLTI ARTISTI SI RIBELLANO A QUESTA SITUAZIONE E TENTANO DI PRODURRE UNA MUSICA CHE SIA LA PIÙ PERSONALE E NON CONVENZIONALE POSSIBILE. DAL TUO PUNTO DI VISTA COME VEDI QUESTA EVOLUZIONE DELLA SCENA MUSICALE, IN QUESTI TEMPI DI CRESCITA SMISURATA DELL’INGERENZA TECNOLOGICA E IL SUO USO DISTORTO NELLA PRODUZIONE DI MUSICA?
– L’unica cosa che ho da dire è che ho un’opinione pessimistica su come l’intelligenza artificiale andrà ad influire sul lavoro degli artisti e sul music business. Indipendentemente dall’interpretazione che potrei dare da quello che andrà accadendo, tutte le ipotesi mi conducono a un forte pessimismo sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo della musica.
COME ULTIMA DOMANDA, VOLEVO CHIEDERTI QUALI SONO I TUOI ALBUM PREFERITI DEL 2025.
– Sapevo sarebbe arrivata questa domanda. Ammetto di non essere molto aggiornato sulle nuove uscite, ascolto prevalentemente musica datata. L’unico album che mi viene in mente di quest’anno è “The Shadow” di Trevor Something. Gli ho dato solo un ascolto veloce, ma lo trovo promettente.

