K.K. DOWNING – Heavy Duty: la mia vita nei Judas Priest

Pubblicato il 17/09/2020 da

Per capire quando potesse essere interessante leggere un’autobiografia della vita e della carriera di una leggenda come K.K. Downing, basterebbe anche solo prendere in esame quanto accaduto nell’ultimo decennio, successivamente alla decisione del chitarrista di abbandonare i Judas Priest. Riepilogando brevemente, nel 2011 Kenneth ‘K.K.’ Downing molla il gruppo che ha contribuito a fondare e lo fa con un comunicato in cui, sostanzialmente, dichiara di aver perso quel fuoco che lo animava, che c’erano dei problemi già da tempo e che piuttosto che prendere i giro i fan, preferisce farsi da parte. In bocca al lupo agli ex compagni, eccetera. Un signore, non c’è che dire. Dopo poco, però, iniziano a trapelare le prime questioni irrisolte: Kenneth manda messaggi sibillini, del tipo ‘non rivelerò mai cosa c’è davvero dietro al mio abbandono’ e via dicendo. Intanto i Priest continuano la loro carriera con Richie Faulkner, vanno in tour e sembrano cavarsela bene anche senza di lui, soprattutto alla luce di un ottimo “Firepower”. Arriviamo quindi in tempi recentissimi e la comunità metal viene scossa dalla notizia che Glenn Tipton, a causa dell’aggravarsi del morbo di Parkinson di cui soffre ormai da anni, è costretto ad abbandonare la nave, limitandosi a qualche sporadica apparizione in contesti particolari. Grande vicinanza e supporto da parte di tutti, naturalmente, ma anche qui K.K. non si risparmia: venuto a conoscenza della decisione della band di continuare con Andy Sneap alla seconda chitarra, il musicista inizia a rumoreggiare, scandalizzato per non essere stato richiamato a ricoprire il suo vecchio ruolo. Al che, comprensibilmente, i vecchi compagni gli fanno notare come, a conti fatti, se ne fosse andato di sua spontanea volontà quasi dieci anni prima, senza alcuna imposizione. Ne emerge un battibecco online piuttosto triste, con una parte che dice “dovevate almeno chiedermelo” e l’altra che risponde “ormai il treno è passato, fattene una ragione”. Downing intanto fa l’ennesima giravolta, chiede espressamente di partecipare al tour del cinquantennale della band, i suoi ex compagni rispondono ancora picche e così il chitarrista fonda una sua band, i K.K.’s Priest assieme ad altri due ex membri, Ripper Owens e Les Binks. Capite bene, dunque, l’opportunità data da una vera autobiografia ufficiale firmata da Downing: verranno fuori tutti i retroscena circa la sua separazione? Quali erano davvero i rapporti tra la coppia di chitarristi metal per eccellenza? K.K. si toglierà qualche sassolino dalla scarpa? Ecco, se anche voi voleste avere qualche risposta alle domande qui sopra, accaparratevi al più presto una copia di “Heavy Duty”, perchè tra le sue pagine Downing non farà sconti a nessuno. Con pacatezza, ma anche con assoluta sincerità e fermezza.

La lettura di “Heavy Duty” scorre piacevolmente, con il chitarrista a ripercorrere tutta la sua esistenza, dall’infanzia fino agli anni recenti. Ovviamente, e non può essere altrimenti, il lettore si trova a rivivere un solo punto di vista, quello dell’autore, a discapito di una oggettività che lascia aperti numerosi punti interrogativi, ma è innegabile come le memorie di Downing ci permettano di fare luce su numerosi aspetti della vita del chitarrista, lasciando trasparire, più o meno consapevolmente, pregi e difetti. Partiamo da un dato assolutamente positivo: l’intera biografia si concentra sulla vita di Downing nei Judas Priest, ovvero quello che interessa a tutti i potenziali lettori. Al netto di qualche saltuaria digressione nella vita privata del musicista, con un focus sulla sua difficile infanzia, tutto il libro ripercorre passo per passo la carriera dei Priest in rigoroso ordine cronologico. Niente golf, scherma, attività imprenditoriali o quant’altro: solo “la mia vita nei Judas Priest”, come recita il sottotitolo. Sfogliando il libro pagina dopo pagina, il lettore si troverà a ripercorrere gli anni della formazione di Downing, quelli passati a forgiare un proprio sound seguendo i passi del suo nume tutelare, Jimi Hendrix; vedrà la band nascere, muovere i primi passi con “Rocka Rolla”, prima di trovare la sua vera identità; rivivrà gli anni d’oro del successo, i gloriosi anni Ottanta, gli alti e bassi di “Turbo” e “Ram It Down” e il ritorno devastante di “Painkiller”. E ancora lo split con Halford, la parentesi di Tim ‘Ripper’ Owens, la reunion fino alla crisi conclusiva che portano Kenneth ad abbandonare la band. In tutto questo il chitarrista non risparmia commenti e giudizi, anche senza peli sulla lingua: dall’antipatia verso gli Iron Maiden, passando per i contrasti con il management, le decisioni sbagliate, fino ad arrivare al suo amico/nemico per eccellenza, quel Glenn Tipton che l’ha affiancato per tanti anni e che viene dipinto in maniera non proprio lusinghiera.
Difficile, se non impossibile, discriminare la verità solo dalle parole di Kenneth: da una parte chiunque abbia avuto modo di vedere dal vivo i Judas Priest con K.K. negli anni Duemila si sarà reso conto di come gli equilibri tra i due chitarristi fossero ormai sbilanciati a favore di Tipton, con quest’ultimo a fare da solista nella maggior parte dei brani, lasciando a Downing il ruolo (fondamentale, ma meno appariscente) di chitarrista ritmico. Al tempo stesso, però, dalla lettura sembrerebbe emergere una situazione un po’ paradossale in cui, praticamente, ogni decisione importante o particolarmente azzeccata sia stata presa da K.K. e ogni errore, invece, sia da imputarsi a qualcun altro. Una cosa francamente difficile da credere.

“Heavy Duty”, dunque, si conferma una lettura assolutamente indispensabile per ogni fan dei Judas Priest, soprattutto perché scritta da un musicista non all’apice della sua fama o appagato dalla sua attuale condizione, ma da un artista che ripensa al suo passato e si domanda quello che sarebbe potuto essere se lui o i suoi compagni avessero scelto strade diverse nei numerosi bivi che caratterizzano la vita di qualunque band che possa vantare ben cinquant’anni di carriera. A questo punto non ci resta che attendere l’ormai imminente uscita dell’autobiografia di Rob Halford, che ci permetterà di aggiungere un diverso punto di vista rispetto a quello, interessantissimo, scritto da Kenneth ‘K.K.’ Downing.

  • Autore: Kenneth KK Downing
  • Anno: 2020
  • Pubblicato da: Tsunami Edizioni
  • Pagine: 306
  • Prezzo: 22,00

Acquista il libro

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.