NOI SIAMO I SATAN AMBASSADOR!

Pubblicato il 23/09/2020 da

Immaginate l’autobiografia di qualche icona del black metal, la più semplice che viene in mente visto l’arco di ascesa, apogeo e declino è Abbath con gli Immortal. Immaginate che sia scritta sotto forma di un romanzo in cui l’autore racconta la scoperta del genere, il sodalizio coi compagni di band (o, per stare nell’esempio, con Demonaz) sottoforma di romanzo, con dialoghi e riflessioni interiori. Immaginate di leggere dei primi passi, delle sale prove, dei piccoli concerti che, via via, si fanno più grandi fino ad approdare ai grandi palchi che potrebbero essere oggi quelli di festival come Wacken o Hellfest. Ricordate la ‘caduta’, fatta di alcool e droghe, con l’inevitabile conseguenza di una rottura coi vecchi compagni. Aggiungete retroscena più intimi e privati: amicizie, rivalità, tradimenti e amori. Insomma, tutto quello che capita nella vita di una persona normale e che è amplificato quando questa persona è, in qualche modo, una rockstar.

“Noi Siamo I Satan Ambassador” è tutto questo, eccetto che la band non esiste ed i fatti sono tutti inventati dalla fantasia del buon Folco Torva. La domanda, che fa spesso capolino durante la lettura è “cui prodest?”. Perché scrivere un libro la cui trama è già, quasi del tutto, spiegata nel retro di copertina e alla quale la lettura completa aggiunge solo piccoli scossoni? Eppure, vuoi per merito della prosa scorrevole dell’autore (forse, a tratti, un po’ ingenuo nella costruzione dei dialoghi), vuoi per l’argomento che sovrasta l’intera narrazione (il black metal) oppure, infine, per una sorta di ‘redenzione’ finale, che – forse – (senza volervi rivelare nulla) risulta la parte veramente ‘poetica’ del libro, la lettura scorre veloce. Per chi è di Milano e dintorni, poi, i riferimenti alla vita del blackster negli anni Novanta sono un punto in più: dal Midnight Pub al leggendario “Mediolanum Capta Est”, alcuni appena accennati, altri più vivi e pulsanti. L’autore dimostra di conoscere in modo approfondito il genere che permea tutto il libro, le citazioni sono molte e puntuali, così come le dinamiche interne ad una band. L’innocenza, prima, e la seguente ‘corruzione’ di Ivan e compagni dipinge personaggi veri (forse perché siamo o siamo stati un po’ tutti come loro), così – ogni volta che riprendiamo la lettura – ci sembra quasi si parli di amici che fa piacere rivedere ogni sera. Forse Torva si perde un po’ nella parte della crescita di visibilità della band, nel racconto del suo successo, ma questo non penalizza più di tanto l’arco narrativo. Certo, come abbiamo accennato, qualche ingenuità rimane (parlavamo dei dialoghi, ma potremmo aggiungere alcune piccole cadute di stile anche nella prosa, colpa di un linguaggio un po’ troppo ‘parlato’, che stride all’interno di un libro) o qualche filler non particolarmente utile (le foto, all’interno del volume, non aggiungono molto), ma in conclusione si rivela una lettura piacevole e molto meno scontata di quello che potrebbe apparire all’inizio, quando quella che sembra delinearsi è una parabola abbastanza trita e vagamente ‘americana’ di ascesa, caduta e redenzione. Ma, come dicevamo, la parte finale crea un piccolo plot twist che ridà valore all’intera opera.

Se siete degli appassionati di black metal e volete (ri)vivere un momento in cui la musica era più pura, non possiamo che consigliarvi la lettura di qualcosa che molto raramente si trova sugli scaffali delle librerie, specie in Italia (forse l’unico altro esempio è quel piccolo gioiello di Federico Venditti, “19, Un Tram Chiamato Nostalgia”).

  • Autore: Folco Torva
  • Anno: 2020
  • Pubblicato da: Arcana Edizioni
  • Pagine: 302
  • Prezzo: 18,50

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