Venerdì 27 settembre, il The Dome di Londra è stata il palcoscenico di un evento imperdibile per gli amanti di tutto ciò che è vero underground extreme metal, con il release show degli Adorior, ormai storica formazione britannica che ha celebrato non solo l’uscita del nuovo album “Bleed On My Teeth”, ma anche il trentesimo anniversario della propria fondazione.
Trattandosi anche della prima serata del weekend – il venerdì sera è ardentemente atteso da ogni impiegato britannico per staccare la spina e correre al pub a sfondarsi di birra appena terminato il lavoro – il clima all’interno del locale si è confermato vibrante e carico di energia sin dall’apertura, con un pubblico prevalentemente composto da cosiddetti die-hard del circuito della capitale, tutti pronti a rendere omaggio a una delle band più longeve di questa nicchia.
Nonostante gli Adorior non abbiano mai raggiunto un livello di notorietà paragonabile a quello di altri gruppi inglesi, si può parlare a tutti gli effetti di un caposaldo della scena locale, tanto che molti dei musicisti che hanno militato nella band nel corso dei decenni sono poi transitati in formazioni più affermate come Grave Miasma, Lvcifyre, Destroyer 666, Nocturnal Graves e vari altri. Questo dettaglio evidenzia come gli Adorior abbiano sempre rappresentato una sorta di vivaio di talenti per la scena underground di queste parti, confermando il loro status di culto.
Per questa occasione speciale, la band guidata dalla frontwoman Melissa ‘Jaded Lungs’ Gray ha voluto offrire una serata all’insegna del più puro attaccamento alla causa, mettendo insieme un pacchetto di tutto rispetto.
In apertura gli irlandesi Vircolac, seguiti quindi dai polacchi Imperator e dai colombiani Masacre, prima del gran finale affidato ovviamente agli Adorior stessi.
I VIRCOLAC aprono appunto la serata, distinguendosi immediatamente come il gruppo più subdolo e complesso dell’intero evento. A differenza delle altre formazioni in cartellone, la loro proposta musicale si basa su composizioni piuttosto articolate, che non si limitano a una scarica ininterrotta di brutalità, ma si muovono in territori più intricati e oscuri.
Il loro sound, sommariamente descrivibile come una miscela di death e black metal che può evocare l’approccio caleidoscopico di realtà come Bolzer e Venenum, è caratterizzato da continui cambi di ritmo e atmosfera, che richiedono una maggiore attenzione da parte del pubblico per essere colti appieno. Sebbene la loro presenza scenica sia squisitamente focosa, non tutte le loro trame sonore sono quindi fatte per il classico headbanging sfrenato: alcuni dei brani del recente “Veneration” nascondono persino una vena malinconica, quasi riflessiva, che emerge in modo inaspettato all’interno di una struttura apparentemente caotica.
Il quintetto gioca sull’ambiguità e sulla sottigliezza e di certo questa attitudine lo porta a distinguersi non poco dai truci colleghi convocati questa sera. Un bel concerto.
Dopo di loro, il palco viene quindi occupato dagli IMPERATOR, storica band death metal polacca che ha lasciato un segno soprattutto in patria, essendosi formata nel 1984 e facendosi così riconoscere tra i veri e propri pionieri del panorama metal esteuropeo.
Ritornati in attività nel 2018 dopo una lunga pausa, gli Imperator sono oggi uno di quei nomi che vengono puntualmente invitati a quegli eventi organizzati da cultori per altri cultori, dove tutto è a una gara a chi riesuma il ‘culto’ più impensabile.
Il gruppo in carriera ha pubblicato solo un album, “The Time Before Time”, ed è quindi su quest’opera che si basa buona parte del suo set.
La vasta comunità polacca residente a Londra risponde alla grande per i propri connazionali, rendendo le prime file un muro di chiome scatenate e pugni al cielo. Il suono, vagamente a metà strada tra primissimi Morbid Angel e Incubus, si presta all’esecuzione dal vivo, ma purtroppo diversi guai tecnici finiscono per minare parecchio la performance del chitarrista/cantante Bariel, costretto almeno in un paio di occasioni a fermare la band nel mezzo di un brano.
Per questo motivo, il set del quartetto non riesce davvero a guadagnare ritmo e a decollare, finendo per configurarsi solo come un piccolo evento per quei fan polacchi che vivono da queste parti.
Il livello di intensità si alza quando i MASACRE salgono sul palco. I colombiani, veri pionieri del death metal sudamericano, offrono a loro modo una prova magistrale, che ripercorre quelli che sono ormai decenni di carriera, con brani estratti tanti dagli esordi dei primissimi anni Novanta, quanto dalle uscite più recenti.
Il quintetto porta con sé una carica di energia selvaggia e una vena sguaiata tipicamente sudamericana, che inietta immediatamente una dose di pura vitalità nella serata, nonostante la musica in sé non sia ovviamente niente di particolarmente ingegnoso.
I Masacre sono una formazione che ha dedicato tutta la propria vita al metal estremo, e questo si percepisce in ogni episodio della nutrita scaletta: la loro attitudine sul palco è quella di chi ‘ci crede’ ancora fermamente, nonostante appunto decenni di carriera (mai particolarmente riconosciuti) alle spalle. C’è una passione bruciante che traspare da ogni gesto del frontman Alex Okendo, una dedizione quasi totale a un genere che per lui e i suoi compagni non è solo musica, ma una vera e propria missione di vita.
Come previsto, la loro performance si conferma quindi intrisa di quella sfrontatezza caratteristica di molte realtà sudamericane, una sorta di aggressività primordiale che mescola rabbia e orgoglio, ma anche un senso di comunità; ogni pezzo suonato pare quasi un atto di sfida, come se la band stesse ancora lottando per conquistare il proprio spazio in un panorama dominato da scene più blasonate.
Con cenni a Mortem, Morbid Angel e Deicide, la proposta del quintetto fomenta il pubblico, il quale reagisce con mosh pit selvaggi e urla entusiastiche, sottolineando come i colombiani siano una live band ben più preparata ed efficace rispetto agli Imperator.
Quando finalmente è stato il turno degli ADORIOR, si può dire che il locale sia in fibrillazione: il pubblico di veterani attende con impazienza di vedere certi vecchi amici di nuovo all’opera su un palco.
Dal canto suo, la band non delude le aspettative: sin dalle prime note, Jaded Lungs e soci dimostrano infatti di essere in forma smagliante, con un sound per fortuna non solo feroce, ma anche equilibrato nei volumi e impeccabile nell’esecuzione.
La setlist ha saputo bilanciare in maniera sapiente i nuovi episodi dii “Bleed On My Teeth” con i ‘classici’ della loro discografia (vedi “Hater Of Fucking Humans”), regalando a questo pubblico piuttosto attempato un viaggio attraverso i trent’anni di carriera dei Nostri.
Melissa, in particolare, conferma ancora una volta di essere una delle frontwoman più determinate di questa particolare corrente musicale, capace di tenere il pubblico in pugno dall’inizio alla fine con una sfrontatezza scolpita in ormai tantissimi anni di militanza underground.
I nuovi brani del repertorio, pur mantenendo l’aggressività che ha sempre contraddistinto la formula black-thrash della formazione (i riferimenti vanno da Sarcofago, Sodom e primissimi Bathory a Morbid Angel e Angelcorpse, passando per ibridi come Nunslaughter e Impiety), dal vivo sembrano mostrare una discreta maturazione e una maggiore complessità rispetto ai lavori precedenti, segno di una band che, grazie all’innesto di nuovo musicisti, non ha paura di evolversi pur rimanendo fedele alle proprie radici estreme.
Anche le cosiddette hit di una volta, però, trovano spazio nella setlist, scatenando l’entusiasmo di una platea che non smette di mostrare la propria soddisfazione davanti alla grande verve espressa dal quintetto: da segnalare in questo senso la sempre finissima “Gutters Of Cum”.
In conclusione, la serata può essere definita un successo sotto ogni punto di vista. Gli Adorior hanno celebrato al meglio i loro trent’anni di carriera e l’uscita del nuovo album, offrendo ai fan una performance molto divertente.
Le band di supporto hanno aggiunto ulteriore valore all’evento, contribuendo a creare un’atmosfera di vera e propria comunione tra fan e musicisti. Per chiunque fosse presente, una serata che rimarrà impressa nella memoria come una delle migliori celebrazioni di tutto ciò che è underground viste a Londra negli ultimi tempi.

