15/04/2012 - Agalloch + Velnias + (Echo) @ Carlito's Way - Retorbido (PV)

Pubblicato il 19/04/2012 da

Lontani dal suolo italico dal 2009, gli Agalloch tornano a farci visita con il loro marchio di fabbrica unico e disginguibile tra milioni. Dopo aver presenziato all’annuale Roadburn, la band di Portland porta sul palco del Carlito’s Way di Retorbido il proprio pathos atmosferico intenso ed emozionale, bilanciato sulle lunghe composizioni a cavallo tra doom, black e toccanti momenti di acustica folkloristica. Nel giro di quattro album pubblicati, sempre più personali e forti di un continuo rinnovamento musicale, i Nostri hanno saputo farci godere e stupire delle proprie composizioni; una motivazione più che valida per non lasciarci sfuggire questa ghiotta opportunità, resa ancora più succulenta dalla posizione da headliner della band, che ci ha permesso di assistere a quasi due ore di estrema intensità sonora. La data è molto attesa e ad un’ora dall’apertura delle porte l’esterno del locale conta già un buon numero di supporter, nel corso della serata sempre più numerosi fino a raggiungere il meritato sold-out, riempendo il locale e rendendo giustizia a un nome venuto alla “ribalta” solo negli ultimi anni. A supportarli, gli americani Velnias, fautori di un black/doom sulla falsa riga di Wolves In The Throne Room (ma molto meno dotati) e una delle rivelazioni dello scorso 2011, i bresciani (Echo), promossi e confermati anche in sede live. Un ringraziamento finale a Eye carver, promotrice dell’evento. La parola ora alla musica…


(ECHO)
Sbucati dal nulla, gli (Echo) salgono sul palco del Carlito’s Way con il preciso compito di farsi giustizia e tornare a casa con qualche supporter in più. Obbiettivo colpito e affondato: il loro show è di quelli che non passano inosservato, scavalcando per grado d’interesse i più formati Velnias e diventando così i supporter principali dell’headliner. Il loro è un concerto intenso e ben dosato, sfruttato al meglio per mettere in mostra il proprio repertorio, sicuramente non di facile assimilazione e abbastanza delicato da proporre sopra un palco. I ragazzi se ne escono a testa alta, dando una buona prova di coesione e sputando in faccia senza troppi giri di parole la propria formula particolare di death/doom e post metal, alternando passaggi lenti e incatramati ad altri ben più aggressivi e dal mood moderno, a tratti quasi risalente ai Meshuggah. L’ampio uso della melodia contribuisce a donare all’esibizione un feeling decisamente più espansivo, evitando di limitare la proposta solo ai fan di questi particolari ibridi musicali e riuscendo a catturarsi l’interesse di parecchi presenti. Nella mezz’ora a propria disposizione, gli (Echo) ci vanno giù duro e riescono nell’arduo compito di distrarre orecchie presenti solo per gli Agalloch; un’impresa non da poco. Bel concerto e ottima dimostrazione di personalità.

VELNIAS
Si faceva prima riferimento a un accostamento tra i Velnias e i Wolves In The Throne Room. Stilisticamente ci sono punti di contatto, in realtà siamo lontani anni luce. La band, proveniente dal Colorado, denota una certa scarsità di confidenza a livello concertistico, puntando tutte le proprie forze più sul comparto tecnico che su quello scenico, limitando – o annullando completamente – il contatto tra essa e il pubblico, numeroso ma visibilmente annoiato da lla proposta. I Nostri ce la mettono tutta, suonando in realtà molto bene e senza particolari sbavature, ma dimenticandosi di quanto gli astanti abbiano bisogno di fiatare e di staccare mentalmente dai continui attacchi doom/black, onnipresenti e spezzati raramente da qualche rallentamento di pathos ben poco riuscito. Una performance innocua e che non si farà di certo ricordare.

AGALLOCH
L’entrata sul palco degli headliner della serata si fa attendere dai numerosissimi presenti, accaldati e curiosi di vedere all’opera gli autori di “Marrow Of The Spirit”, ultima fatica della band, dalla quale prende poi nome il tour. Dopo un lungo soundcheck e un’elaborata intro, gli Agalloch fanno il loro ingresso al gran completo verso le 22.15 o poco oltre. Fin dalle prime note di “Limbs” i musicisti colpiscono con il proprio incantesimo, dando vita ai panorami montani a loro tanto cari e scagliandoceli contro con tutta l’intensità e la classe in proprio possesso; parecchia, quindi, trasudata da ogni singola nota e rafforzata da uno stato di forma veramente smagliante; la timidezza di John Haughm finisce presto per sparire, lasciandosi andare a diversi inneggiamenti all’Italia, mentre il chitarrista Don Anderson tra raffinatezza, simpatia e dinamismo riesce a movimentare uno show parecchio scottante già di suo. Tornando a John, oltre ad una prova di chitarra impeccabile, questa sera riesce a dare particolarmente risalto alla sua anima black, preferendo screaming e urla strazianti al suo cantato pulito e sussurrato, padrone dei passaggi più introspettivi. In ogni caso, è ben noto che la band fa della sezione strumentale il proprio punto di forza. Sono principalmente le chitarre, il loro alternarsi tra parti aggressive ed acustiche, le costruzioni di trame evanescenti e il costante tributo alla natura e ai suoi miracoli ad aver reso gli Agalloch la band unica che tutti noi conosciamo. Nulla è lasciato al caso, tutto è curato nei minimi dettagli e l’apporto di ogni membro contribuisce a tessere il mosaico di una setlist non perfetta ma quasi: ispiratissimi, i due chitarristi ci mettono poco per creare quel pathos invidiabile di brani come “Our Fortress Is Burning… II: Bloodbirds”, “Dead Winter Days” e “In The Shadow Of Our Pale Companion”, quest’ultima eseguita in maniera impeccabile da finale col botto, gioiellino della serata. Nei paraggi di “Into the Painted Grey”, estremizzata e velocizzata, sembra di assistere ad un vero e proprio concerto di una black metal band, cosa che questa sera è riuscita discretamente ai quattro, mentre in “Hallways Of Enchanted Ebony” si respira aria di esordio, ben gradita e arricchita da momenti di puro godimento nelle numerose iniziative solistiche. La cover di “Kneel To The Cross” chiude a sorpresa un concerto che ha bisogno di poche parole e di tanti applausi. Due ore ma il pubblico non è sazio, ne vuole ancora. Questa sera ci hanno abituato troppo bene e lasciare il locale pensando all’esibizione appena assistita non è facile. Grazie ai suoni impeccabili del locale e ad un’atmosfera riuscita, gli Agalloch hanno saputo dare il meglio, dominando con un concerto da tramandare ai posteri e rendendo la serata una di quelle da ricordare. Una garanzia di qualità.

SETLIST:

Limbs
Ghosts Of The Midwinter Fires
Falling Snow
The Watcher’s Monolith
Of Stone, Wind, And Pillor
Into The Painted Grey
Our Fortress Is Burning… II: Bloodbirds
Hallways Of Enchanted Ebony
Dead Winter Days
In The Shadow Of Our Pale Companion
Kneel To The Cross

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