Report di Sara Sostini
Fotografie di Isabella Quaranta
Domenica sera delicatissima, quella di metà ottobre che ci aspetta al Centrale d Erba: a soli due anni di distanza dal debutto sul suolo italiano (sempre nella stessa location) Necrotheism Prod. chiama ancora una volta a raccolta gli accoliti della musica nerissima per il ritorno degli Akhlys.
La schiva formazione del Colorado, impegnata nella promozione del nuovo “House Of The Black Geminus” (uscito lo scorso anno per Debemur Morti), ha consolidato la propria posizione all’interno del panorama black metal contemporaneo inanellando una serie di album di pregevole fattura (tra cui l’ultimo uscito), pur senza rinunciare a certa componente vagamente mistica e dark ambient che li accompagna sin dalla genesi.
Ad affiancarli in questa serie di date europee, gli italiani Fides Inversa, anch’essi ormai un sigillo di garanzia per quanto riguarda il black metal nostrano: un’accoppiata praticamente irresistibile per gli appassionati del genere. A voi il resoconto della serata.
La presenza di solo due band in cartellone – entrambe conosciute e apprezzate – implica la possibilità di assistere a due set dal minutaggio sostanzioso in orari assolutamente non proibitivi (per altro, pienamente rispettati). Questo fa sì che quando i FIDES INVERSA fanno il proprio ingresso sul palco, il colpo d’occhio della platea sia più che buono.
Circondati da una quantità di candele da far invidia ad un monastero medievale, i cinque non si perdono in convenevoli, e attaccano subito con il loro black metal slabbrato e infernale, nel quale è possibile sentire tanto echi della stessa dottrina professata dai Watain, quanto schegge della gelida follia della scuola islandese (Svartidauði, giusto per fare un nome). I suoni si assestano rapidamente a colpi di chitarre lancinanti e pestoni dietro alle pelli, portando avanti quel verbo luciferino e occulto personale che caratterizza il sound del gruppo.
Sul palco, l’energia dei nostri si manifesta in maniera virulenta e totalmente libera, tra assoli di chitarra suonati sdraiati, colpi ai piatti, microfoni buttati giù: a catalizzarne il flusso, oltre al mastermind Void A.D., anche il magnetismo infernale di Wraath. Il cantante norvegese, infatti, entrato in formazione cinque anni fa, porta anche qui la propria voce miasmatica, l’attitudine bestiale e le movenze tormentate che abbiamo avuto modo di vedere in ciascuna delle molteplici entità di cui fa parte (incrociando spesso e volentieri, nel presente – Darvaza – o nel passato, come in questo caso, il sodale Omega, qui un tempo alla batteria).
Così, tra un omaggio ai Katharsis – ci sembra infatti di riconoscere la cover di “Eden Below”, uscita l’anno scorso, nella scaletta – e invocazioni dell’abisso, i cinquanta minuti abbondanti a disposizione passano veloci come una cavalcata cieca a rotta di collo, lasciandoci con il piacere di constatare l’ottimo stato di forma dei Fides Inversa, e di beneficiare ancora una volta della loro energia sanguigna e – letteralmente – viscerale.
Rispetto a due anni fa, notiamo un leggero calo di pubblico al momento in cui gli headliner salgono sul palco: svanito l’effetto ‘sorpresa’? Necessità di scegliere all’interno di una stagione concertistica affollata? Probabilmente un po’ di tutto questo (e molto altro).
Quello che non è cambiato, però, è che gli AKHLYS conducono il Centrale in una profondissima discesa negli incubi interiori dell’umanità. Lo fanno con l’affilata determinazione di chi di quegli incubi ne ha fatto la materia prima con cui forgiare la propria musica, e con la studiata sicurezza che deriva da una consolidata attività live: le tre strutture di scena – sorta di bilance empie costruite con pali da impiccagione, inserti metallici e ossa di varia natura – non sembrano semplici orpelli da arredamento ma, insieme alle inquietanti maschere di cuoio sui volti dei musicisti, risultano parte integrante di quello che la loro musica vuole trasmettere dal vivo.
I quattro suonano compatti, quadrati e, pur senza rinunciare talvolta ad interagire con il pubblico, mirano piuttosto ad annichilirlo con un set potentissimo che, sin dal trittico iniziale dall’ultimo già citato “House Of The Black Geminus” (“The Mask of Night-Speaking”/ “Maze of Phobetor”/ “Through the Abyssal Door”), coniuga assalti convulsi e idrofobi con una muscolarità ritmica capace di frantumare qualsiasi resistenza.
Con dei suoni stavolta capaci di sottolineare tanto i momenti atmosferici, in cui il velo tra realtà e terrore onirico si assottiglia minacciosamente, quanto i riff più idrofobi – e per fortuna, soprattutto, aggiungeremmo, memori della volta precedente, in cui invece questo monolitico muro del suono era un po’ mancato – il set degli americani si rivela nuovamente denso e devastante; Naas Alcameth ancora una volta si rivela poliforme demiurgo di voci sibilanti o gutturali e chitarre lancinanti, ma ciascuno dei quattro musicisti è autore di una prova maiuscola per esecuzione e oscurità, sciorinando episodi da un po’ tutto il repertorio (escluso il primo “Supplication”) e dimostrando di essere in grado di sintetizzare efficacemente black metal (vicino a Deathspell Omega e similari adepti del Vuoto), panorami dark ambient, richiami occulti e echi di solenne malignità, senza rinunciare ad un gusto sinistro per le melodie.
Usciamo dal locale con le impressioni, negli occhi e nelle orecchie, di aver assistito ad un concerto davvero intenso, che ricorderemo per molto tempo.
FIDES INVERSA
AKHLYS

















































