30/11/2017 - ALICE COOPER @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 06/12/2017 da

Report a cura di Carlo Paleari
Fotografie di Bianca Saviane

Passano gli anni, un numero sempre maggiore di leggende del Rock danno l’addio ai palchi, annunciando tour di addio più o meno veritieri, salendo un’ultima volta sulla grande giostra colorata che ha catturato la loro anima, magari smentendosi l’anno successivo nella speranza che lo spettacolo possa continuare un altro anno. Chi, però, non ha alcuna intenzione di fermarsi è Alice Cooper, che non molla il colpo di un millimetro, ora aprendo per i Deep Purple negli Stati Uniti, portando avanti il suo spettacolo An Evening With Alice Cooper e incastrando in tutto ciò un nuovo album e un tour mondiale con gli Hollywood Vampires. E’ passato poco più di un anno da quando Alice ha infuocato l’Alcatraz di Milano, eppure eccolo ancora qui, forte di un nuovo album solido e convincente, con il locale sold-out e i suoi seguaci a contemplare il sipario sinistro che li fissa con occhi da aracnide…

Sono le 21 in punto quando sul palco dell’Alcatraz si aprono le danze del freakshow fatto di gitani, assassini, mostri e reietti. Alice fa il suo ingresso avvolto in un mantello nero, con quella padronanza che appartiene solo ai più grandi, e incomincia il suo racconto in chiave horror con la metallica “Brutal Planet”; ma bastano pochi minuti e tocca a “No More Mr. Nice Guy” e “Under My Wheels” cambiare subito il tono della serata: il mantello viene lanciato via per far spazio al cuoio e alla pelle, il resto è solo rock ‘n’ roll, puro e grezzo come dovrebbe essere. La scaletta è ben bilanciata e si susseguono sul palco classici senza tempo, come “Billion Dollar Babies” ed alcuni ripescaggi di ottimo livello, quali “The World Needs Guts” tratto dal muscolare “Constrictor” e “Pain” dal bistrattato “Flush The Fashion”. Non sono molte le concessioni al periodo post ’70 di Alice Cooper: una energica “Woman Of Mass Distraction” e poi subito l’immancabile “Poison” che manda in visibilio il pubblico, sebbene ormai la resa canora di Alice su questo pezzo sia abbastanza scadente. La band supporta il grande cerimoniere con efficacia e la formazione a tre chitarre crea un muro di suono impressionante. Alice, intanto, porta avanti il suo show senza concessioni: non ha bisogno di parlare con il pubblico, non ha bisogno di incitarlo, è un gigante e si muove con quell’arroganza di chi sa di essere l’unico vero protagonista della serata. Se tra i presenti qualcuno temesse di incontrare una rockstar stanca, fuori forma e obbligata a portare avanti un canovaccio per dovere, vedrebbe ogni dubbio semplicemente spazzato via, perché Alice abita ancora il corpo di Vincent Furnier e quegli occhi spiritati e cerchiati di nero non hanno perso quel lampo di follia magnetica che tante band odierne possono solo cercare di emulare. Alice Cooper forse oggi non può permettersi gli allestimenti più ricercati: la parte scenografica è ormai ridotta al minimo sindacale; eppure bastano pochi gesti al cantante per catalizzare tutti gli sguardi, mentre dirige i suoi musicisti con una bacchetta durante “Halo Of Flies”, come un burattinaio che con le sue arti oscure tira i fili delle sue marionette. Ogni gesto di Alice è misurato e perfettamente calato nel personaggio, che si tratti di mulinare un fioretto carico di dollari o un bastone da passeggio. Lo spettacolo messo in scena può sembrare ad un primo sguardo sempre uguale a sé stesso, dal mostro che prende vita in “Feed My Frankenstein”, dove la mente non può che andare all’icona di Eddie che anima, sera dopo sera, incarnazione dopo incarnazione, gli spettacoli dei Maiden, passando per la camicia di forza della “Ballad Of Dwight Fry”. Invece, a conti fatti, si tratta della celebrazione di un rito, il tramandarsi di uno spettacolo che vive delle sue mille e mille repliche e adattamenti. Non è altro che la magia del teatro e quando entra in scena la celebre ghigliottina ci si ritrova impossibilitati a vedere la scena, tante sono le braccia alzate con decine di smartphone a riprendere l’esecuzione, in un delirio di inquadrature traballanti e immagini sgranate. Poco male, perché sappiamo perfettamente cosa sta per succedere, vediamo nella nostra mente la testa di Alice cadere nel cesto; il suo aguzzino raccoglierla per i capelli, sollevarla al cielo tra le urla del pubblico, mentre la band e il pubblico gridano a squarciagola il liberatorio ritornello di “I Love The Dead”. Toccante, come sempre, la parentesi di “Only Women Bleed”, recitata con trasporto, nel dove la figlia Calico impersona una sorta di ballerina-giocattolo vivente, mentre dal nuovo album trova spazio solo “Paranoiac Personality”, che funziona alla perfezione anche in sede live. Anzi, funziona così bene che dispiace non aver potuto assaporare qualche chicca in più tratta da “Paranormal”. Restano poche cartucce da sparare per concludere la serata, ma pesano come dei colpi di cannone: prima “I’m Eighteen”, con Alice che arranca sulla sua stampella, e poi la festosa “School’s Out”, impreziosita da qualche anno da un estratto di “Another Brick in the Wall pt.2”. Si conclude così, dopo un’ora e mezza densissima, lo spettacolo di questo gigante della musica che, con un sorriso sornione, saluta e se ne va, sapendo di aver conquistato ancora una volta il suo pubblico. Altrove ci sono palchi mastodontici e grandi celebrazioni, folle oceaniche in delirio e vezzi da star, ma in fondo il rock che amiamo resta questo, un volto segnato che si specchia nella lama di un coltello.

 

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