24/11/2013 - Amon Amarth + Carcass + Hell @ Live Music Club - Trezzo Sull'Adda (MI)

Pubblicato il 28/11/2013 da

A cura di Marco Gallarati
Fotografie di Francesco Castaldo

In un periodo dell’anno solitamente più che fertile per il calendario concerti metal del Nord Italia, è a solo un giorno di distanza dall’Evento – E maiuscola! – Avenged Sevenfold + Five Finger Death Punch, vertice assoluto della fine 2013 metallica più classica-ma-modernaiola, che si ripete l’apoteosi di gente in chiave estrema, per un tour ed una data che sicuramente verranno ricordati nel corso degli anni a venire: è raro, infatti, avere la possibilità di vedere, all’interno di un canonico tour promozionale, tre formazioni di valore medio-alto impegnate a dividersi, non certo equamente, gli onori e gli oneri delle armi. Fin dal suo annuncio, la data degli Amon Amarth rimorchiati dai Carcass aveva fatto gola a moltissimi extreme metaller e non dello Stivale, ma mai ci saremmo aspettati la mostruosa affluenza di gente verificatasi in una fredda domenica novembrina qualsiasi: il Live Music Club di Trezzo, locale sempre più adatto per ospitare manifestazioni di grandezza importante, ce lo ricordiamo pochissime volte così pieno di ragazzi, disposti in ogni dove e appollaiati ovunque sulle scale, sulla balconata, sui piani rialzati del parterre…ovunque, ripetiamo! L’hype della data ha probabilmente sorpreso moltissimo anche gli organizzatori e i gestori stessi della location, in quanto molta della folla giunta alla venue ha dovuto sorbirsi code lunghissime per poter acquistare il biglietto e alcuni ragazzi addirittura non è stato possibile farli entrare nel Live, completamente sold-out. “Deceiver Of The Gods” per i vichinghi svedesi e “Surgical Steel” per i patologi inglesi sono stati l’impellente richiamo di tale invasione, ma siamo praticamente certi che, anche se i due rispettivi nuovi dischi non fossero usciti da poco tempo, la situazione non sarebbe stata poi tanto diversa. A completare il bill di uno spettacolo che ha fatto discutere e farà discutere giovani e vecchi metallari, saggi e meno saggi, troll e misantropi, ecco la notevole aggiunta dei redivivi Hell, per tanta gente una vera e propria sorpresa. Ma gli argomenti da sviscerare sono talmente tanti, in un’occasione come questa, che cercare di scrivere tutto è davvero fatica inutile; quindi facciamoci anche noi il nostro quarto d’ora di coda ed entriamo giusti giusti per i primi brani della band di supporto, in una bolgia che si preannuncia già mortale…

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HELL
Gli Hell non sono tanto noti al pubblico milanese, poco ma sicuro: fondatisi a Nottingham, Regno Unito, nel periodo d’oro della New Wave Of British Heavy Metal, la prima, ancestrale parte della loro carriera termina con una sterile serie di demo e con la morte dell’allora vocalist e chitarrista Dave G. Halliday, che castra sul nascere la registrazione del tanto agognato full di debutto. Poi, nel 2008, ecco la rifondazione avvenuta ad opera del bassista Tony Speakman, del batterista Tim Bowler e del quasi omonimo chitarrista-tastierista Kev Bower. Al traghetto infernale si aggiunge il più giovane Andy Sneap, che chi non è stato su Urano negli ultimi quindici anni conosce in primis come enorme produttore discografico in ambito heavy metal e in secundis come ex-membro storico dei Sabbat. Alla voce, dopo un periodo trascorso con l’ex-Skyclad Martin Walkyier, ecco giungere invece il fratello di Kev, David Bower, fra l’altro attore teatrale e televisivo. Ed in soli cinque anni, un contratto con la Nuclear Blast e due dischi, ecco il miracolo! Gli Hell riescono ad auto-riesumarsi e a presentarsi in modo sorprendentemente efficace all’audience continentale e, questa sera, in particolare a quella italica. La scenografia, per essere quella di un opening-act, è decisamente imponente, con fondale di scena, batteria rialzata, teloni con demoni ripugnanti e impianto luci già in palla. Riusciamo a posizionarci vicino al palco quando è in esecuzione “Blasphemy And The Master” e l’esibizione è ormai nel vivo. Tanto la musica degli Hell è impregnata di old-style e classic heavy metal – ma è normale, quasi tutti i brani sono stati scritti nei primi anni ’80! – quanto la loro performance on stage è studiata alla perfezione, ricca di artifizi scenici da scafati rocker e dotata di un ottimo impatto visivo: in pratica, prendete Iron Maiden, Judas Priest, Death SS, Mercyful Fate e King Diamond e avrete ciò che di meglio ha offerto lo show degli Hell, una più che onesta rivisitazione dei giorni storici dell’imberbe metallo britannico, unita ad un divertente uso di costumi, corone di spine e flagelli in pieno stile Re Diamante. La scelta di usare un microfono con auricolare permette al fratellino Bower di mettere in mostra tutta la sua capacità teatrale, non pareggiata però pienamente da una prestazione vocale impeccabile, comunque positiva; ma è anche pur vero che, ad un concerto metal perlomeno, è quasi blasfemia vedere un singer non impugnare nemmeno un’asta di microfono… “Something Wicked This Way Comes” e “The Quest” ci sono parsi i brani più trascinanti e convincenti di una setlist che ha comunque sorpreso per intensità, vigore e tiro. Insomma, per degli emeriti ‘sconosciuti’ con alle spalle una carriera-fantasma di trent’anni, possiamo ben dire ‘missione compiuta e fan guadagnati!”.

Setlist:
Intro
The Age Of Nefarious
On Earth As It Is In Hell
Blasphemy And The Master
Something Wicked This Way Comes
The Quest
Save Us From Those Who Would Save Us

CARCASS
Sbrigata la valida pratica Hell, si entra nel vivo della serata e, grazie ad un cambio palco rapidissimo, i Carcass scendono in campo in Italia per la terza volta dalla loro ri-formazione, dopo i due Gods Of Metal – Bologna 2008 e Monza 2009 – a cui hanno partecipato nel recente passato. La platea è carichissima e non si riesce a capire bene quanti siano presenti solo per i Carcass, quanti solo per gli Amon Amarth e quanti per entrambi i gruppi. Fatto sta che, senza neanche farlo apposta, si crea una sorta di ‘rivalità’ tra le due fazioni che, più che realizzarsi all’interno del locale durante i rispettivi set, serpeggerà a lungo nei commenti post-serata. Jeff Walker e Bill Steer, unici membri fondatori rimasti della band di Liverpool, sono accompagnati dal poderoso Daniel Wilding alle pelli e dal nuovo chitarrista Ben Ash, ma è chiaramente sui primi due che si catalizza l’attenzione dell’audience, con Steer ad avere sempre una marcia in più rispetto al suo partner, probabilmente esplicata negli stolidi pantaloni a zampa. Ormai quasi tutti sbirciano in anteprima, sui siti dedicati, le scalette degli show, perciò non è un colpo apoplettico l’aprirsi del roboante riff melodico introduttivo di “Buried Dreams”, ideale opener della performance. I suoni, da centro platea, in mezzo al delirio che va montando, sembrano già a posto e il susseguirsi immediato dell’incipit autoptico di “Incarnated Solvent Abuse” è perfetto per slegare le briglie ai cavalli imbizzarriti tra la folla, con tanti ragazzi che si spingono avanti in un pogo non esageratamente convulso, ma comunque di buon livello. Ci stiamo tenendo lontani dalle ovvie polemiche che suscita il fatto che i Carcass, padri putativi, con i Napalm Death, del grindcore, si esibiscano prima degli Amon Amarth e con a disposizione l’esatta metà del tempo (quarantacinque minuti contro un’ora e mezza): la cosa era risaputa da tempo, gli orari definiti e le scelte – si presume – approvate certamente da Walker e compari. D’altronde anche per loro esibirsi davanti al pubblico ormai oceanico dei Vikings svedesi per eccellenza, si è rivelata in definitiva una superba occasione per rubare dei fan agli avversari, o comunque per conquistarne di nuovi. Chiaro che fa bestemmiare i santi vedere suonata l’incredibile “This Mortal Coil” prima di una “We Shall Destroy” qualsiasi, ma tant’è, crediamo non sia affatto giusto lamentarsi troppo. I Carcass – con una scenografia dai toni chirurgici, sterilizzata e con due teloni che si ricordano soltanto per l’immagine del pene maciullato in prossimità dell’esecuzione di “Genital Grinder” e per la schermata imprevista di Windows Xp apparsa per qualche secondo – eseguono solo tre pezzi dal nuovo “Surgical Steel”, mentre lasciano nel dimenticatoio tutto “Swansong”, certamente poco legato al loro materiale, sia quello più classico che quello attuale. La partenza di “Ruptured In Purulence” è stato solo il pretesto per dare il via alla conclusiva “Heartwork”, che ha lasciato sul campo una scia chimica di notevole spessore e un fetore deciso di corpi sudati. Detrattori od osannatori che siate del gruppo, una cosa va detta per sicuro: non sappiamo – citando Walker – se ci fossero più vichinghi o patologi nel parterre, ma di certo i Carcass erano presenti, pezzo di Storia del metal estremo che ha piantato un mattone ben saldo sul suolo di Trezzo. Un lavoro fatto col cuore.

Setlist:
1985 (intro)
Buried Dreams
Incarnated Solvent Abuse
Unfit For Human Consumption
This Mortal Coil
Cadaver Pouch Conveyor System
Genital Grinder / Exhume To Consume
Corporal Jigsore Quandary
Captive Bolt Pistol
Ruptured In Purulence / Heartwork
1985 (outro)

AMON AMARTH
I quarantacinque minuti dei Carcass hanno chiaramente lasciato l’amaro in bocca ai loro tanti fan, ma già il foltissimo stuolo dei fedeli ad Odino pregusta il banchetto preparato loro da Johan Hegg e compari stasera. Ottima birra, abbondanti libagioni, selvaggina in quantità, rutto libero e growl tonante: menù noto e stranoto, impeccabile e affidabile, come le coccole della mamma. Gli Amon Amarth incendiano e innalzano il loro grido di guerra in brevissimo tempo, aprendo con l’accoppiata terremotante “Father Of The Wolf”/”Deceiver Of The Gods”. Hegg, Mikkonen, Soderberg, Lundstrom, Andersson: manca Ibrahimovic e poi abbiamo una delle nazionali svedesi più forti di tutti i tempi! La corazzata del Monte Fato è in piena forma e certamente stimolata dal vedersi aprire la strada da un’icona estrema quale i Carcass; metteteci l’impatto di un locale brulicante di teste, capelli ondeggianti e corna e la performance è presto spiegata: cannonate a ripetizione, tutte a bersaglio! Nessun drakkar di contorno, nessun fuoco a scaldare gli animi (ma servirebbe poi?), bensì volute di fumo a più non posso, bei giochi di luce, pannelli luminosi con iscrizioni runiche e la bellezza di quattro-signori-quattro (!) fondali di scena cambiati, per una galleria d’arte che manco al Vaticano riescono ad esporre, di certo non dopo aver sentito il gigante Johan sparare il suo bel porcone d’ordinanza, momento più spiritualmente elevato dell’intera serata. Gli scandinavi, dopo anni di militanza e affinamento di mezzi e capacità – tecniche, carismatiche ed economiche – sono ormai al pari di vari mostri sacri dei Nineties quali Machine Head, Cannibal Corpse, In Flames, ormai anche Behemoth, in grado davvero di catalizzare gloriose masse di folla e di raggiungere i tanto sperati sold-out. Hegg è un piacione, un ottimo growler e un gran capo carismatico, con la sua risata gutturale e i suoi sorrisi sornioni e compiaciuti; la folla lo acclama e mai farebbe il contrario, considerata la mole striminzita del personaggio; gli altri Amon Amarth giocano a fare le macchine di precisione e di potenza, con la cassa quadratissima di Fredrik Andersson, il supporto oscuro di Ted Lundstrom e i monoliti d’acciaio partoriti da Olavi Mikkonen e Johan Soderberg. Avendo quasi esaurito il repertorio di termini ‘à la Manowar’, preferiamo accorciare la lungaggine di tutto ciò, ricordando come “Guardians Of Asgaard”, “Death In Fire” e l’apocalisse finale di “The Pursuit Of Vikings” abbiano riscosso in chi scrive i maggiori consensi, all’interno di una setlist monotona e ripetitiva quanto si voglia, ma senza nessuna sbavatura ed eroica come poche. Hail to the Oden kings!

Setlist:
Intro
Father Of The Wolf
Deceiver Of The Gods
Death In Fire
Live For The Kill
As Loke Falls
We Shall Destroy
Runes To My Memory
Varyags Of Miklagaard
The Last Stand Of Frej
Guardians Of Asgaard
Warriors Of The North
Destroyer Of The Universe
Cry Of The Black Birds
War Of The Gods
Encore:
Twilight Of The Thunder God
The Pursuit Of Vikings

 

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