29/01/2026 - ARCHITECTS + LANDMVRKS + PRESIDENT @ Fabrique - Milano

Pubblicato il 04/02/2026 da

Report di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Foto di Benedetta Gaiani

29 gennaio 2026: Milano si appresta ad ospitare la data conclusiva del tour europeo degli Architects, un evento sold-out che ha segnato il culmine di un ciclo straordinario per la band britannica, fresca di pubblicazione di “The Sky, The Earth & All Between”. Avere a supporto i francesi Landmvrks (realtà metalcore in rampa di lancio) e i chiacchierati President (al debutto assoluto in Italia) ha di sicuro contribuito ad aumentare l’hype, così sono moltissimi gli accorsi da tutta Italia (e non solo) pronti e fuori dal locale già nel pomeriggio. Purtroppo la gestione degli ingressi, con controlli accurati delle borse e metal detector, non è stata proprio fulminea, così la coda è stata smaltita con grande difficoltà impedendo ad alcuni di partecipare allo show dei President.

Esordire con un set a sorpresa nel main stage di uno dei più grandi festival metal e alternative del mondo (il Download Festival) è più che sufficiente per attirare antipatie ed accuse, polarizzando le discussioni e generando un gran parlare. Di conseguenza l’attesa e la curiosità di fronte alla prima esibizione in Italia dei PRESIDENT sono elevate, anche se il materiale, si sa, è esclusivamente quello dell’EP “King Of Terrors”, dal quale il misterioso quartetto andrà ad eseguire tutti e sei i brani. Per chi non li conoscesse i President giocano con l’anonimato e si presentano come una versione leggermente più heavy degli Sleep Token, alternando al metalcore elementi elettronici ed influenze pop, R&B e atmosfere dark/religiose. Si parte con “Fearless”, dove The President (questo il nome del vocalist mascherato) mostra le sue abilità vocali nei ritornelli metalcore, e il pubblico risponde molto bene cantando il pre chorus. Ci sono molte basi di mezzo, come prevedibile, insieme a molti spazi dedicati ad interludi che allungano la performance, ma in generale il breve set risulta abbastanza convincente, anche se la ricercata componente teatrale e i volti coperti si portano dietro una certa freddezza, aggravata da interazioni col pubblico completamente azzerate. Il concerto si chiude con le parti graffianti di “In the Name of the Father”, e le impressioni restano divise tra chi parla di bluff e chi è convinto di essere davanti alla prossima grande rivelazione. Chi scrive non l’ha ancora capito onestamente, ma bene o male di questi tempi basta che se ne parli, giusto? P.s.: il management ha negato il permesso di fotografare la band, per questo non c’è una galleria dedicata.

Tocca ai LANDMVRKS il ruolo di main supporter, e quando si parla di loro il discorso è completamente diverso. I francesi stanno crescendo in maniera esponenziale e stanno facendo fatti, pronti ad essere protagonisti di un epico show da headliner in madrepatria, un sold out da quasi settemila persone allo Zenith di Parigi. Provenienti da un background prettamente hardcore/metalcore i Landmvrks sono cresciuti in maniera organica, tour dopo tour, sfruttando la palese componente crossover e l’abilità nei ritonelli melodici. La scaletta di stasera, furbescamente, sarà sbilanciata su brani recenti contenenti aperture più accessibili, con quei ritornelli dalla vibe “Linkin Park /A Day To Remember” che li hanno svincolati dalla scena metalcore tradizionale e gli stanno permettendo di spiccare il volo.
I brani sono estratti esclusivamente dall’ultimo fortunatissimo “The Darkest Place I’ve Ever Been” (con gli highlights “Creature”, “Sulfur” e “Blood Red”), che occupa gran parte della prima metà della setlist, e dal precedente “Lost In The Waves” (dal quale saranno eseguite “Death”, “Lost in a Wave”, “Rainfall” e la conclusiva “Self-Made Black Hole”). È  un piacere vedere come il gruppo guidato dal frontman Flo Salfati riesca a domare con naturalezza un Fabrique completamente colmo, alternando in maniera audace partiture rap, breakdown, urla gutturali e grandi ritornelli che uniscono il pubblico. L’esecuzione è limpida e precisa, supportata da bei suoni in ogni punto del locale. Uno show breve ma intenso, che mette in luce le grandi doti dei francesi che dal vivo convincono a pieni voti. La fase di supporter si chiude probabilmente qui, preparatevi a considerare i Landmvrks come headliner.

Al turno degli ARCHITECTS, il Fabrique è stracolmo fino al limite dell’invivibile, ovvero è quasi impossibile attraversare la sala per raggiungere i bar o i servizi igienici senza doversi avventurare in un viaggio lunghissimo e potenzialmente senza ritorno (alla posizione iniziale). Che l’Italia ami il quartetto britannico si era capito dal bagno di folla del 2024 all’Alcatraz: questo meritato sold out era quasi telefonato, quindi, vista la capienza inferiore del locale di zona Mecenate e gli ottimi gruppi di supporto.
“Don’t Stop Me Now” dei Queen fa crescere l’hype finché il quartetto salta sul palco, attaccando con l’efficace doppietta “Elegy” – “Whiplash”, che dimostra come le canzoni dell’ultimo disco, sul quale sarà improntata gran parte dell’esibizione, faccia facile presa su un pubblico letteralmente adorante, che accoglie a braccia aperte il quartetto ed è pronto a scatenarsi su ogni singola nota.
Il concerto di questa sera è l’ultimo del tour europeo e, a detta di Sam Carter, è stato aggiunto all’ultimo minuto, su insistenza dei fan italiani: la sequenza abbastanza stretta di dieci date pare aver stressato non poco l’ugola del frontman, che appare molto in difficoltà nelle parti screaming, le quali per lo sforzo virano verso tonalità acute simili a Bryan Garris dei Knocked Loose, ovviamente senza il suo controllo. Il problema rientrerà quasi del tutto solo a concerto inoltrato, ma i fan restano comunque estasiati, sorreggendo la band e dimostrando grande entusiasmo. Rispetto alle altre date, svoltesi in arene con una capacità di circa diecimila persone, quella di oggi è sicuramente la più piccola in assoluto, di conseguenza scenografia ed effetti speciali sono ampiamente sacrificati.
A metà scaletta, verso “Red Hypergiant” e “Gravedigger”, la situazione appare sostanzialmente sotto controllo, e quando arriva il turno di “Brain Dead” si palesa Flo dei Landmvrks per un duetto riuscitissimo evidenziando una perfetta alchimia che non ci stupiremmo se si concretizzasse anche su disco. Verso il finale, il picco emotivo si raggiunge su “Everything Ends”, in cui tutti accendono le luci del telefonino, seguita dal tributo a Tom Searle (chitarrista scomparso nel 2016) con “Gone With The Wind”.
Il finale è da manuale e da pelle d’oca: “Blackhole” ipnotizza la sala, poi l’encore con “Seeing Red” e la conclusiva “Animals” scatenano il delirio definitivo.
Gli Architects hanno ultimato la transizione verso l’arena rock e l’hanno fatto con grande successo, trovando un nuovo equilibrio dopo una perdita importante e una defezione dolorosa – quella di Josh Middleton, ora nei Sylosis, penna importante durante il periodo di permanenza del gruppo – e restando fermamente proiettati verso il futuro senza rinnegare del tutto il passato, come conferma il peso di “The Sky, The Earth & All Between” nella setlist. Forse in Italia non riusciremo mai a riempire un palazzetto solo per loro, ma dopo stasera siamo sicuri che l’amore è ricambiato.

Setlist:

Elegy
Whiplash
when we were young
Black Lungs
Curse
A Match Made in Heaven
deep fake
Impermanence
Red Hypergiant
Gravedigger
Broken Mirror
Brain Dead (with Florent Salfati)
Meteor
Everything Ends
Gone With the Wind
Doomsday
Blackhole

Encore:
Seeing Red
Animals

 

LANDMVRKS

ARCHITECTS

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