22/02/2018 - AT THE DRIVE IN + DEATH FROM ABOVE + LE BUTCHERETTES @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 25/02/2018 da

Report a cura di Simone Vavalà
Fotografie di Riccardo Plata

È una serata ad alto contenuto di adrenalina e di sperimentazione, quella che va in scena all’Alcatraz in questa occasione. A parte gli headliner, da sempre noti per i loro esplosivi show, il trio messicano in apertura e i Death From Above puntano infatti molto su esibizioni estremamente cariche e aggressive, anche se come vi racconteremo nel seguito le differenze si noteranno parecchio. A distanza di un paio d’anni dal tutto esaurito in quel del Fabrique, questa sera Bixler Zavala e compagni si devono accontentare del palco secondario dell’Alcatraz, che al momento della loro esibizione sarà comunque decisamente stipato.

 


LE BUTCHERETTES

La stretta connessione musicale tra Teri Gender Bender, frontwoman de Le Butcherettes, e Omar Rodriguez-Lopez è cosa nota, visto che i i due condividono i palchi con i Bosnian Rainbows e il riccioluto chitarrista è stato il produttore e il bassista sul primo album di questa band. Non stupisce quindi che siano loro a supportare gli At The Drive In in questo tour, né che da qualche mese tocchi al terzo fratello Rodriguez, cioè Manfred, occuparsi delle quattro corde; ma esattamente come nel caso della nuova batterista Alejandra, la sezione ritmica appare assolutamente di contorno, nonostante la buona qualità: perché quello che mette in scena l’istrionica Teri è uno spettacolo nello spettacolo, se non l’unico vero show a cui assistiamo durante la loro esibizione. La loro proposta è un garage-alternative abbastanza trascinante, ma che francamente segnerebbe il passo dopo i primi due/tre brani, non fosse per la cantante-tastierista-chitarrista: oltre a spostarsi tra i vari strumenti, infatti, Teri balla, fa mimiche schizoidi, gorgheggia sulla base di una batteria minimalista e, durante “I’m Getting Sick Of You”, si spoglia della sua tuta militare rivelando un elegante abitino da sera, il tutto senza smettere di cantare. Arriviamo così alla fine del concerto tutto sommato soddisfatti, ma con la sensazione che la performance visiva abbia avuto un peso non indifferente rispetto alla proposta musicale piuttosto canonica.

 

DEATH FROM ABOVE
Il duo canadese ha recentemente riconquistato il diritto all’antico monicker privo di date (rispetto alla parentesi come Death From Above 1979), ma poco cambia ai fini della sua esibizione: tenere il palco efficacemente nella forma di un power duo basso-batteria non è certo facile, anche se durante i primi brani Jesse Keeler e Sebastien Grainger puntano con successo sul groove facendo presa sul pubblico. Quando però il primo abbandona il basso ultradistorto e le cadenzate pennate alle soglie dello stoner a favore del sintetizzatore, mentre il batterista e cantante passa dall’approccio grezzo e incisivo a linee più melodiche, la magia francamente si rompe; i Death From Above si trasformano nel giro di una manciata di brani in una versione electro-punk dei Fugazi senza troppa incisività e ancora meno direzione precisa, dando l’impressione di una sperimentazione noise senza collante tra le diverse parti. Si salvano abbastanza le linee vocali cangianti di Grainger, che ricorda in certi momenti i viaggi più space intrapresi da Cedric Bixler Zavala con i suoi Mars Volta, ma per vedere all’opera l’originale manca solo una manciata di minuti, e il confronto si farà subito impietoso…

 

AT THE DRIVE IN
Si sa che spesso le band decantate come strepitose dal vivo possono deludere, proprio per le altissime aspettative; così come, ancora più frequentemente, le reunion dopo lunghi anni di separazione sono le occasioni per mostrare i segni di un’epoca d’oro ormai lontana. Aggiungiamo poi l’assenza di un membro fondatore di un certo peso (Jim Ward) e si poteva ben pensare che nel 2018 rivedere gli At The Drive In potesse essere più una formalità, una presenza affettuosa. Ecco, nulla di più sbagliato: basta l’apertura affidata all’esaltante “Arcarsenal” per spazzare via i dubbi – e francamente vent’anni di post-core declinato in ogni salsa. La sezione ritmica di Hajjar e Hinojos è qualcosa di spaventoso, un tuono continuo che ci fa muovere le gambe senza quasi possibilità di sosta; Omar Rodriguez-Lopez si conferma uno dei più talentuosi chitarristi della sua generazione e il neo arrivato Keeley Davis è bravissimo nel ricamare trine sopra il tessuto di Omar e sostenere il difficile compito di seconda voce. Perché quella principale viene come sempre offerta in dono tra strazi, teatralità e potenza da un Cedric in forma smagliante, che al solito salta, gioca con l’asta del microfono, si muove come un tarantolato e con naturalezza salta di testa tra il pubblico a metà di una strofa. E tutto questo, ripetiamo, durante il primo brano. Nulla di tutta questa energia si perde nel resto del concerto, che alterna principalmente brani dallo splendido “Relationship Of Command” e dall’ultimo “In-ter A-li-a” che, già piacevole in studio, si conferma un buon carniere per le esibizioni live. Quasi inutile citare altri brani, ma merita di essere menzionato l’impatto visivo donato anche dai rapporti sul palco tra i cinque membri: Rodriguez-Lopez apparentemente defilato a costruire la spina dorsale del suono della band, Bixler Zavala quasi impossibile da mettere a fuoco nella sua anfetaminica esibizione, il resto della band raccolto a destra, come stabili fondamenta per i due pilastri appena citati. Gran finale dopo appena un’ora con “One Armed Scissor”, che fa cantare (o meglio, gridare sguaiatamente) quasi tutti i presenti, e francamente nessun rammarico sulla durata, dopo un’esibizione di questo livello.

 

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