11/02/2016 - Behemoth + Abbath + Entombed A.D. + Inquisition @ Live Music Club - Trezzo Sull'Adda (MI)

Pubblicato il 17/02/2016 da

Introduzione a cura di Giovanni Mascherpa
Report a cura di Giacomo Slongo e Giovanni Mascherpa
Foto a cura di Francesco Castaldo

Di nuovo Behemoth. A dieci mesi dalla precedente calata italiana in compagnia di Bölzer e Thaw, gli uomini di Nergal tornano tra noi. E lo fanno, da scafati musicisti quali sono, proponendo una nuova variazione sul tema, per non correre il rischio di ripetere uno spettacolo già noto alle masse. In quest’occasione i polacchi vanno infatti a riproporre per intero l’ultimo “The Satanist”, tra i diademi più splendenti di una carriera che non sembra conoscere freni nella sua ascesa. Promessa anche una scenografia ad hoc, ancora più sfarzosa e complessa di quanto già siamo abituati ad aspettarci dai polacchi. Ciò non bastasse, ecco al loro fianco una compagnia di grido capace, anche senza gli headliner, di catalizzare attenzioni altissime da parte dell’audience: Abbath, atteso al varco dopo un disco solista dai tratti old school e un release show londinese ai limiti del grottesco; gli Entombed A.D., in procinto di pubblicare il secondo album sotto nuova denominazione, “Dead Dawn”; il duo colombiano degli Inquisition, emerso di prepotenza dal sottobosco con una spaventosa miscela di black metal vecchia scuola e raggelanti esplorazioni dell’ignoto. Un pacchetto monumentale, che per una volta ha portato ad accorrere in massa gli appassionati di metal estremo, raggruppando teenager e trenta-quarantenni sotto una comune bandiera. Oltre agli indiscutibili meriti musicali dei gruppi in programma, a fungere da ulteriore gancio per portare il Live vicino alla sua massima capienza, ci hanno pensato il carisma esagerato degli headliner e quello del buon Abbath, vera e propria rockstar prestata al black metal. Nonostante l’orario di inizio sia abbastanza penalizzante per chi abbia da percorrere un po’ di strada per arrivare a Trezzo (18.45 lo start degli Inquisition), l’affluenza è già apprezzabile quando Incubus si siede dietro il drumkit e iniza a far cannoneggiare i tamburi, chiamando i primi boati in sala.

 

behemoth - tour - 2016


INQUISITION

Già nei primi minuti dello show di apertura si capisce quale piega andrà a prendere la serata: c’è euforia in sala, l’accoglienza riservata è calorosa e, tra chi è già dentro il Live, la maggior parte rivolge sguardi attenti a quanto sta accadendo sul palco. Gli Inquisition ci mettono niente a far roteare le teste e scatenare la parte malevola dell’individuo, regalando scariche di black metal ‘alla norvegese’ contornate da evocazioni demoniache fascinose e piene d’odio. I suoni vanno a posto nel giro di qualche minuto e possiamo apprezzare la musica del duo nelle condizioni ideali, considerando anche che la configurazione del palco per le band di supporto fa comunque la sua figura e i giochi di fumo e luce contribuiscono in modo determinante all’aspetto luciferino dello stage. Il gracchiare della voce di Dagon ricorda clamorosamente quella del primo Abbath, aspetto che provoca tuffi al cuore a ripetizione ai presenti, soggiogati da un’aderenza ai concetti del primo black metal totale, precisa, piena di entusiasmo. L’essere solamente in due e dover fare affidamento su chitarra e batteria senza ricorso ad altri trucchi per colorire ulteriormente il suono non sembra essere un impedimento per gli Inquisition, che anzi riescono a sfoggiare uno stile ricco, colmo di sensazioni nerastre, che vede intervallarsi stacchi violentissimi a parentesi riflessive tese allo spasimo, dando sempre un’impressione di grande organicità e scorrevolezza ai pezzi. Dagon riempie il palco con la sua sola presenza, nelle passeggiate ciondolanti fra i microfoni posti alle due estremità dello stage si scorge tutta la misantropia di un essere in guerra col mondo, che solo tramite la musica può dare sfogo ai suoi ardori negativi. Le stelle collassano in un buco nero insondabile con gli Inquisition, a buona ragione divenuti uno dei nomi di punta nello scenario old school black metal internazionale.
(Giovanni Mascherpa)

Setlist:
Force of the Floating Tomb
Ancient Monumental War Hymn
Dark Mutilation Rites
Master of the Cosmological Black Cauldron
Embraced by the Unholy Powers of Death and Destruction
Command of the Dark Crown
Infinite Interstellar Genocide

 

ENTOMBED A.D.

Le atmosfere luciferine degli Inquisition cedono il passo al sound ruvido e caracollante degli Entombed (A.D.), ma la sostanza non cambia. La formazione scandinava sale sul palco in perfetto orario, circondata da una scenografia di tutto rispetto comprendente, oltre al logo issato alle spalle del drumkit, alcuni stendardi dalle fantasie diaboliche, e da subito appare determinata a non sfigurare dinanzi ai colleghi, dando prova di una compattezza e di un affiatamento oggettivamente impensabili fino a qualche anno fa, quando il suo nome pareva destinato alle retrovie della scena. I cambi di monicker e di line-up hanno insomma giovato ai Nostri, oggi più che mai intenzionati a recuperare il terreno perduto e a dimostrare che in fin dei conti i veri signori dello swedish death metal sono e saranno sempre loro, con buona pace del tanto strombazzato revival old school e di un’età anagrafica tutt’altro che trascurabile. “Midas In Reverse” – primo singolo estratto dall’ormai imminente “Dead Dawn” – viene scelta come miccia per innescare le polveri della setlist e il pubblico, dal canto suo, non si fa certo pregare due volte: la risposta del Live è unanime e immediata, con la band che a questo punto dello show può già dire di aver raggiunto il proprio obiettivo. Le chitarre macinano riff su riff come se non ci fosse un domani, tra distorsioni effetto-motosega e bordate groovy che chiamano a gran voce il pogo e l’headbanging, la sezione ritmica detta i tempi con il solito compendio di precisione e forza bruta, mentre LG Petrov – per quanto lontano dalle prestazioni dei tempi d’oro – fa ancora la sua porca figura dietro al microfono, oltre a palesare una simpatia e un carisma da vero Dio del metal. Un quadro d’insieme che è come un regalo di Natale per i moltissimi death metaller in sala, suggellato da una scaletta mirata e devastante durante la quale il quintetto snocciola uno dopo l’altro tutti i suoi cavalli di battaglia, senza lasciarne indietro nessuno. Le varie “Stranger Aeons”, “Revel in Flesh” e “Wolverine Blues” si succedono così in un crescendo di veemenza e classe d’altri tempi, con l’immancabile “Left Hand Path” (protratta di almeno un minuto all’altezza dello storico assolo) a porre il sigillo su una performance che accontenta tutti, dai veterani brizzolati ai neofiti diciotteni. Solo applausi per i ragazzacci di Stoccolma.
(Giacomo Slongo)

Setlist:
Midas In Reverse
Stranger Aeons
Second to None
Living Dead
Pandemic Rage
Chief Rebel Angel
Chaos Breed
I For an Eye
Revel in Flesh
Wolverine Blues
Left Hand Path

ABBATH

Il miglior modo per zittire le critiche? Anteporre i fatti alle parole, versando litri e litri di sudore con l’intento di riacquistare la credibilità perduta. Deve averlo capito bene Olve Eikemo, in arte Abbath, che dopo uno scontro legale con gli ex compagni Immortal (perso), un release show ai limiti della decenza e una serie di gravi defezioni (una su tutte, quella del tentacolare batterista Kevin Foley), si trova oggi a dover affrontare il momento più delicato della sua pluridecennale carriera. Dubbi e timori sulla performance milanese vengono però spazzati via in una manciata di secondi, non appena il Nostro, accompagnato da King ov Hell al basso e da due turnisti che non siamo riusciti ad identificare, attacca con la nuovissima “To War!”. I cinque minuti dell’opener, baciati da suoni esemplari e perfettamente calibrati, scuotono il Live quasi fossero una dichiarazione d’intenti, ponendo l’accento sulla ritrovata lucidità del quarantaduenne musicista norvegese e sulla sua agguerrita prestazione alla voce e alla chitarra. Accantonate mosse e faccette (rispolverate soltanto in un paio di occasioni, peraltro con esiti divertentissimi), Abbath calca lo stage con fare sicuro e autoritario, aiutato anche dal taglio bastardo e thrashaggiante della setlist, dando l’impressione di essersi preparato a fondo prima di imbarcarsi in questo tour. Il suo screaming, gracchiante e inconfondibile, riecheggia per la sala come ai tempi d’oro, prontamente doppiato dai riff taglienti scaturiti dalla sei corde, mentre il resto della line-up – con King ov Hell sugli scudi per mobilità e presenza scenica – si preoccupa di eseguire i vari passaggi con trasporto e precisione. Il risultato, guarda caso, è prossimo a quello udibile su disco, e l’ora a disposizione del quartetto prende via via una piega sempre più esaltante, in un mix di brani estratti dall’omonimo “Abbath” (“Winter Bane”, “Ashes of the Damned”, “Count the Dead”) e cover degli I e degli Immortal, su cui svetta la maestosa e mai abbastanza celebrata “All Shall Fall”. Un’ottima performance, francamente inaspettata, da parte di uno degli artisti più controversi e discussi dell’intero movimento estremo. Avanti così.
(Giacomo Slongo)

Setlist:
To War!
Winter Bane
Nebular Ravens Winter
Warriors
Ashes of the Damned
Fenrir Hunts
Tyrants
One By One
Count the Dead
Root of the Mountain
Endless
All Shall Fall

BEHEMOTH

Nel corso degli anni, abbiamo visto suonare i Behemoth in ogni condizione: di spalla ad altri colossi della scena death metal, ospiti di alcuni rinomati festival estivi, headliner come questa sera… senza mai tornare a casa delusi, senza mai provare sentimenti che non fossero un mix di euforia e compiacimento. D’altronde, come rimanere impassibili di fronte agli spettacoli messi in piedi da Nergal e soci? Come non esaltarne la cura certosina (oseremmo dire maniacale), la ferocia strabordante e l’ineguagliabile potenza visiva? Già… come? Semplicemente, non si può. La supremazia dei Nostri in sede live è un dato di fatto, punto, e come tale non accetta repliche o critiche. La storia si ripete in quel del Live Club di Trezzo – che già li aveva ospitati in occasione del Full Of Hate 2012 – dove la macchina da guerra polacca fa repentinamente terra bruciata attorno a sé, vincendo per distacco la Palma d’Oro della serata. Forti di una scenografia impressionante e di un’esperienza acquisibile soltanto dopo migliaia di concerti, i quattro prendono possesso del palco sulle note marziali di “Blow Your Trumpets Gabriel”, inaugurando così la riproposizione integrale dell’ultimo “The Satanist”, senza ombra di dubbio la loro opera più fortunata e celebrata. Ed è subito l’Apocalisse. Le fiamme, i giochi di luce, le movenze perfettamente sincronizzate, gli schermi ai lati della batteria che proiettano immagini blasfeme negli occhi del pubblico… nulla è lasciato al caso, mentre la musica irrompe dalle casse alla solita maniera, devastante e fluidissima, con un Nergal mattatore indiscusso grazie al suo growling espressivo e ad una presenza scenica inimitabile. La setlist procede a spron battuto, inanellando un brano dopo l’altro, tanto che in men che non si dica ci si ritrova ad ascoltare il finale del suddetto album, con “Ben Sahar”, “In the Absence ov Light” (da menzionare la distribuzione di ostie durante la parentesi recitata) e “O Father O Satan O Sun!” a concludere una prima parte di show da lustrarsi gli occhi, inattaccabile sia per quanto riguarda l’aspetto visuale, che per quanto concerne l’accuratezza esecutiva. Come se ciò non bastasse, la formazione si riaffaccia poco dopo da dietro le quinte per un ultimo assalto, rispolverando dal cassetto non una, ma ben due perle dal passato: “Pure Evil and Hate”, dallo split del 1997 con i connazionali Damnation (!), e “Antichristian Phenomenon”, degna chiusura (assieme alla doppietta “Conquer All”/“Chant for Eschaton 2000”) di una serata memorabile, riuscita dall’inizio alla fine. Lunga vita a tournée come queste, lunga vita ai Behemoth.
(Giacomo Slongo)

Setlist:
Blow Your Trumpets Gabriel
Furor Divinus
Messe Noire
Ora Pro Nobis Lucifer
Amen
The Satanist
Ben Sahar
In the Absence ov Light
O Father O Satan O Sun!
Pure Evil and Hate
Antichristian Phenomenon
Conquer All
Chant for Eschaton 2000

18 commenti
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