18/06/2014 - Black Sabbath + Black Label Society + Reignwolf @ Unipol Arena - Casalecchio di Reno (BO)

Pubblicato il 26/06/2014 da

A cura di Damiano Zacchia

Mercoledì 18 giugno: questa la data segnata sul calendario e attesa con trepidazione da 11.000 persone. Il giorno in cui, finalmente, dopo l’annullamento repentino dell’evento alla Fiera di Rho fissato per il 5 dicembre scorso, i Black Sabbath sono stati di parola e hanno dimostrato di voler ripagare il fedele pubblico italiano per l’attesa. Già con abbondante anticipo rispetto all’orario fissato per l’apertura dei cancelli, una nutrita folla di persone si radunava ordinatamente e con pazienza davanti ai cancelli d’ingresso. A destare particolare curiosità e ammirazione il pubblico numeroso e variegato, non solo dal punto di vista anagrafico ma anche da quello geografico: oltre agli abituali diversi accenti nostrani, infatti, non si è mancato di cogliere qualche battuta scambiata in francese o inglese. L’aspettativa era enorme: inevitabile, quando si scomodano i primi della classe. Durante l’attesa ci si scambiano pareri e si ipotizzano i possibili scenari di quello che si presenta come il principe degli eventi metal d’inizio estate, considerato anche lo spessore della band di supporto. Ma andiamo con ordine…

Black Sabbath - flyer - 2014

REIGNWOLF
Si spalancano i cancelli. Un flusso ordinato e costante di persone comincia a convogliare all’interno dell’arena. Il buio della location sembra essere propiziatorio per l’evento che sta per aver luogo. Molti finiscono per addensarsi appena prima delle transenne che delimitano la pit area, da qui comincia a formarsi lo zoccolo duro del pubblico. Col passare dei minuti, prendono progressivamente a riempirsi l’area parterre, ma soprattutto i posti a sedere sugli spalti. L’opening act previsto per la serata è un power-trio dal nome, ai più, sconosciuto: Reignwolf. Pochi istanti per aggiustare gli strumenti sul palco e il silenzio viene squarciato da una frustata di chitarra distorta. Il carattere distintivo della band sembra essere un hard rock di matrice fortemente blues e southern. La scelta di far esibire il trio si rivela azzeccata, il frontman riesce a mettere tutti nel giusto mood e ad accattivarsi le attenzioni del pubblico, complici le sue movenze plateali e il modo di suonare a tratti acrobatico. Per dare un’idea del sound della band, si potrebbe pensare ai White Stripes rimasti impantanati in una palude della Louisiana, con un cantato che sicuramente simpatizza per le prove del maestro David Coverdale. La chitarra è distorta, a tratti sembra un sintetizzatore, c’è molto fuzz, i riff blues semplici e duri, una batteria scarna e potente che accelera, rallenta e raddoppia lì dove serve. Sebbene grezzi e acidi, i suoni arrivano ben definiti ed é ottimo il setup dei vari strumenti. Sicuramente il momento saliente dell’esibizione è raggiunto quando il cantante-chitarrista si impadronisce del palco suonando la chitarra ad una mano, dedicando, nel contempo, mano libera e piedi alla batteria. Un virtuosismo impressionante che esalta il pubblico e aiuta a scaldare i motori. E’ una piacevole sorpresa venire a conoscenza di questo gruppo, che dimostra di essere all’altezza della situazione e consapevole del proprio valore grazie ad una prestazione degna di nota.

BLACK LABEL SOCIETY
Ritorna il silenzio nell’arena. Una pausa frastornante per i timpani, ormai a loro agio nel volume alto. La partecipazione del pubblico comincia a farsi sentire, echeggiano i cori da una parte all’altra della struttura, ma il numero dei partecipanti non sembra salire in maniera rilevante. Gli spalti ancora parzialmente vuoti, una pit area ancora sorprendentemente spaziosa e poco organica cominciano a sollevare dubbi sull’effettiva affluenza al concerto. Nel frattempo, guadagnano il palco monumentali roadie che si mettono al lavoro sul muro di Marshall (quaranta, tra testate e casse) e sulla scenografia che ripropone il logo dei Black Label Society. Qualche rapido aggiustamento ai suoni per permettere finalmente a Zakk Wylde e soci di fare un fiero ingresso in scena. L’esibizione, per molti dei fan accorsi, è anche una prova per giudicare dal vivo la nuova chitarra ritmica e le eventuali alterazioni che questa può aver comportato nell’amalgama del gruppo. E’ rassicurante osservare l’affluenza farsi corposa e la partecipazione del pubblico doverosamente più rumorosa e coesa: gli spalti progressivamente raggiungono quasi l’en-plein, così come il parterre. Unica nota stonata, la pit area che risulterà essere sovradimensionata e sproporzionata rispetto alla calca furiosa e appassionata che rimane confinata dietro. Pugni al cielo e urla accolgono il leader indiscusso della band, da sempre idolatrato dal pubblico italiano. Un rapido saluto, pochi preliminari. E’ la chitarra (e il chitarrista) a farla da padrone. Zakk ci tiene a mettere in chiaro sin da subito chi sono i Black Label Society e chi è il leader della band, poco importa chi siano i comprimari. Questa è l’essenza di una setlist che pesca equamente dalla discografia storica del gruppo e da quella più recente. E’ automatica la reazione dei presenti, che rispondono ad ogni assolo, ad ogni coro, col tempismo e la convinzione di chi conosce la materia. A giudizio di chi scrive, i BLS, musicalmente impeccabili, sembrano adagiarsi alla routine del mestiere dispensando assoli enciclopedici secondo una liturgia che non lascia spazio a nulla di nuovo: il punto di forza che costituisce anche il limite della band. Se, in ambito solista, l’espediente è un salvavita che permette al Padrino Ozzy di rifiatare, sotto l’insegna Black Label Society ciò diventa un puro sfoggio di abilità tecnica, ma anche un modo per dialogare con il pubblico che, evidentemente, apprezza. Probabilmente anche a causa dei suoni un po’ impastati, e della voce di Zakk in modalità diesel, lo show decolla proprio nei momenti che vedono il berserker protagonista alla chitarra, o alle prese, sul finire, con i classici “Suicide Messiah” e “Stillborn”. La performance è granitica e si mantiene su un livello di intensità alto e incessante. La sensazione sembra essere quella di uno Zakk che, forse consapevole dei limiti dell’attuale formazione, non vuole gravare i nuovi innesti di eccessive responsabilità e si fa carico della riuscita dello show polarizzando su di sè tutta l’attenzione. Il pubblico, dal canto suo, dimostra di aver capito e a giudicare dall’affetto e dal volume dei calorosi saluti finali, pare anche aver apprezzato. Parecchio.

BLACK SABBATH
Ad accendere una prima, folle, speranza, quell’annuncio del 11/11/11 in cui si ufficializzava la reunion della formazione originale della band, i quattro di Birmingham. Poi le vicissitudini che hanno allontanato il batterista Bill Ward e i successivi  problemi di salute di Tony Iommi. L’eventualità di poterli rivedere dal vivo sembrava solo una pallida ipotesi da bisbigliare sottovoce tra sè e sè. Poi la pubblicazione dell’album “13”, i primi posti in classifica e i dischi di platino. Tenendo presenti anche i sedici anni trascorsi dall’ultima volta che Ozzy e Tony hanno calcato assieme un palco in Italia, di motivi per avere un’aspettattiva malsanamente alta su questo concerto ce n’erano parecchi. L’atmosfera è carica di tensione, si alternano momenti di silenzio contemplativo a cori di incitamento. Gli occhi fissi sul palco che cercano di penetrare il nero sipario che lo ricopre. All’improvviso, forte, irrompe la voce dal backstage: ci siamo. Ozzy innesca una catena di cori di incitamento e ne scandisce il ritmo. Il pubblico prosegue, si caricano le transenne: il volume sale e la frequenza cardiaca sembra voler tenere il passo. Parte una sirena di guerra, l’eccitazione dilaga, l’arena si fa minuscola, gli occhi sbarrati, pronti ad immortalare come su pellicola l’istante in cui i Black Sabbath faranno il loro ingresso in scena. Cala il sipario, i Nostri prendono posizione: è una bolgia. Iniziano le prime note dell’inno “War Pigs”. Il coinvolgimento è al massimo, il pubblico si fa seconda percussione e seconda voce. Magnifica la scenografia ridotta all’essenziale, quella che, a detta di chi scrive, è la soluzione ideale per un concerto in un contesto del genere: spazio alla strumentazione, enorme ledwall centrale sopra la batteria e due megaschermi ai lati, c’è modo per chiunque di seguire ogni mossa dei maestri. Coinvolgenti e sconvolgenti, le immagini tratte da film horror, B-movie, scene di guerra e di cronaca che scorrono in rapida successione alle spalle della band. Dev’essere stata una dura scelta, quella che ha portato alla stesura della setlist: obbligatoriamente incentrata sugli episodi più noti di quel periodo d’oro che fu il 1970-1978. Al termine della canzone, Ozzy ci tiene a presentare il resto della formazione al pubblico, che risponde quasi a voler coprire la voce del Madman. I volumi sono perfetti, il sound, marchio di fabbrica dei Sabbath, è miracolosamente intatto, nitido e riconoscibilissimo. La chitarra di Tony Iommi suona sulfurea e distorta, così come il potente e convulso basso di Geezer Butler: nota di merito ai tecnici del suono che hanno reso la performance dei Nostri, se possibile, ancora più coinvolgente e sensazionale. E’ la volta poi di un leggendario poker doom che esalta ancora di più l’arena: “Into The Void”, “Under The Sun”, “Snowblind” e l’eterna “Black Sabbath”. All’attacco di ogni pezzo il Madman ringrazia il pubblico e invita ad essere più rumorosi. I cori inneggianti ad Ozzy si accendono spontanei e fortissimi, tanto che il frontman, piacevolmente sorpreso dall’iniziativa, invita a tributare gli stessi onori anche ai compagni di band. Il ritmo si fa più veloce, le vertebre cervicali iniziano a soffrire, e il Sabba Nero attacca: “Behind The Wall Of Sleep”, “NIB” e “Fairies Wear Boots”. E’ stupefancente come i Nostri, dopo oltre quarant’anni di attività live e una vita rock n’roll trascorsa senza freni, siano ancora in grado di dare vita a show di questo livello. L’assolo di Geezer, con il suo basso distorto dal wah-wah nell’intro di “NIB”, è da antologia. La voce di Ozzy, da sempre croce e delizia della band dal vivo negli ultimi anni, ha retto egregiamente nella prima parte dell’esibizione stagliandosi acuta sopra gli strumenti. Per concedere al Prince Of Darkness la possibilità di riprendere fiato, è la volta della jam strumentale “Rat Salad”: in questo frangente c’è spazio per i tre strumenti di avere il palcoscenico completamente a disposizione: brilla la maestria tecnica dei tre, dimostrando una sintonia immediata e profonda. Qualche accenno al cattivissimo riff di “Supernaut”. Iommi, come abitudine in sede live (e in maniera diametralmente opposta all’amico Ozzy) sembra un asceta sul palco, totalmente rapito dal suo strumento e concentrato su ogni nota che fa uscire dagli amplificatori. Riaffiora dalla meditazione, con cortese puntualità, tra un pezzo e l’altro, per ringraziare il pubblico che lo esalta. Un plauso anche per il batterista Tommy Clufetos, prelevato dal collettivo che accompagna Ozzy nella sua carriera solista: chiamato in causa con l’ingrato e pesantissimo compito di sedere al posto dell’amato Bill Ward, è riuscito con successo ad interpretare con personalità il sancta sanctorum della discografia della band centrando il difficile compito di rispettare l’originale, senza sembrarne una empia e pallida copia. Il travolgente solo di batteria a chiusura della jam sfocia nell’intro di “Iron Man”, brano universalmente noto e inno dei metallari di tutto il mondo. Le dinamiche di questo pezzo, patrimonio dell’umanità e marchio registrato dei Sabbath, hanno mantenuto intatto il loro appeal nonostante il passare degli anni. Unica concessione all’ultimo, fortunato, disco “13” è “God Is Dead?” che, se dal punto di vista strumentale si mantiene sugli standard dei pezzi precedenti, rappresenta inevitabilmente per Ozzy il punto più debole della serata. Il Madman coglie subito l’opportunità per riscattarsi con una superlativa “Children Of The Grave”. L’intera arena è esaltata dalla prova della band, impossibile trattenere le urla di incitamento e le mani al cielo. I britannici escono per pochi istanti dallo stage, ma il pubblico, rumorossimo, necessita di un’ultima perla: “Paranoid”. I Black Sabbath riprendono posizione sugli strumenti e Ozzy di corsa brandisce il microfono ringraziando la folla e definendola ‘You’re as crazy as me’ (‘Siete pazzi quanto me’). Con il monumentale riff iniziale di “Sabbath Bloody Sabbath” ha inizio “Paranoid”, hit assoluta della band, a suo tempo, composta quasi per caso. Magnifici quei powerchord scanditi con schizofrenica precisione, il pubblico salta senza perdere un colpo e dimostra di sapere, parola per parola, ogni verso del testo. La canzone si chiude, l’arena sembra risuonare ancora dei colpi appena assestati e le orecchie fischiano come se non ci fosse stata nessuna interruzione. Difficile anche solo poter immaginare qualcosa di meglio: i Black Sabbath sanno perfettamente di aver dato vita ad un set di altissimo livello e con consapevole soddisfazione, in fila sul palco, s’inchinano per ricevere gli onori da una folla completamente conquistata. Bellissima la loro trionfale uscita dallo stage, tra i saluti e gli applausi del pubblico, con un Ozzy che, quasi arrivato dietro le quinte, ritorna indietro per salutare e ringraziare un’ultima volta.
Gli amplificatori si spengono, le valvole fumanti possono ora raffreddarsi sulle note dell’eterea “Zeitgeist” mandata sulle casse in sottofondo, e si accendono le luci della Unipol Arena. Ciascuno degli 11.000 accorsi può far rientro a casa con la certezza di aver preso parte al concerto, se non della vita, certamente dell’anno. Per chi avesse dei dubbi, tranquilli, con lo show di stasera i Black Sabbath hanno conquistato, di forza, il trono dell’heavy metal.

Setlist:
War Pigs
Into the Void
Under the Sun/Every Day Comes and Goes
Snowblind
Black Sabbath
Behind the Wall of Sleep
N.I.B. (Geezer Butler solo)
Fairies Wear Boots
Rat Salad jam (Tommy Clufetos solo)
Iron Man
God Is Dead?
Children of the Grave
Encore:
Paranoid

 

16 commenti
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