03/07/2026 - BREAKING BENJAMIN + CHEVELLE @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 06/07/2026 da

Non Report e foto di Riccardo Plata

Una serata da ricordare (e da cantare). Sono ormai passati dieci anni dalla prima, storica, data dei Breaking Benjamin all’Alcatraz e onestamente, visti i costi di trasporto sempre più alti, avevamo perso le speranze di rivedere i nostri, considerando anche il prolungato silenzio discografico (l’ultimo full-length risale al 2018, in attesa del nuovo album ormai registrato ma ancora senza una data ufficiale di pubblicazione) e la nota paura di volare del frontman Benjamin Burnley.
A sorpresa, invece, la band della Pennsylvania, tra gli esponenti di spicco della scena alternative metal degli anni 2000, si ripresenta a poche settimane dalla trionfale calata italica dei Three Days Grace (altro nome di punta della scena modern hard rock americana) in quel di Bologna: in attesa di vedere come andrà il ritorno degli Shinedown (tra i bestseller, insieme proprio a Breaking Benjamin e Three Days Grace, delle classifiche mainstream rock di Billboard) due date del genere sold-out, nonostante il periodo piuttosto fitto di concerti di ogni genere, sono la prova di come certe sonorità alternative d’oltreoceano abbiano parecchi appassionati anche nel Belpaese, complice anche l’immancabile effetto nostalgia di chi ha vissuto in pieno quelli anni e il rinforzo di chi magari li ha scoperti dopo.
Con la speranza di qualche altra sorpresa ancora più inattesa – il sogno non troppo nascosto sarebbe un tour del tipo “Summer of 99” dei Creed, magari con gli Staind e qualche altra band dell’epoca d’oro del nu metal, ma già rivedere l’Ozzfest nel vecchio continente sarebbe un bel risultato – godiamoci intanto questa serata con i Breaking Benjamin, per l’occasione accompagnati da ospiti d’eccezione come i Chevelle, anche loro assenti sui palchi italiani da tanto – troppo – tempo.

Correva l’anno 2003 quando i CHEVELLE calcavano per la prima, e finora unica, volta i calchi italiani, in quell’occasione come gruppo spalla a supporto degli Audioslave. All’epoca, la band di Chicago aveva da poco rilasciato “Wonder What’s Next”, un capolavoro minore del nu metal Y2K che li ha fatti conoscere come una versione più radiofonica dei Tool, ma a distanza di quasi un quarto di secolo possiamo dire che i fratelli Loffler sono cresciuti parecchio a livello anagrafico – soprattutto il batterista Sam, che sembra dimostrare più delle sue cinquanta primavere – ma soprattutto discografico, con un catalogo nel frattempo evolutosi verso l’alternative metal ed arrivato in doppia cifra con l’ultimo “Bright As Blasphemy”.
L’apice resta evidentemente il già citato disco del 2002, non a caso il più rappresentato stasera a partire dall’apertura con “Family System”, ma in quasi trent’anni di carriera non ci sono state vere cadute di stile, e anzi il penultimo “Niratias” figura come uno dei loro lavori più ispirati, come confermato dalla claustrofobica e al tempo stesso cinetica “Mars Simula”, perfetto punto d’incontro tra Tool e Deftones cui stasera è affidato il compito di chiudere il set.

L’allestimento essenziale del palco – batteria a sinistra, cantante/chitarrista al centro e basso a sinistra, senza nessuno sfondo o effetto speciale – si sposa bene con l’approccio crudo del trio: il frontman Pete Loeffler è un tutt’unico tarantolato con la sua Stratocaster e l’asta del microfono, ricordando nelle movenze più i protagonisti del rock alternativo che i più grandi showman dell’epoca nu, mentre le linee di basso sature e massicce di Kemble Walter fanno tremare insieme alla cassa della batteria le assi del palco, imbastendo un groove micidiale durante l’esecuzione di “Self Distructor” e “The Clincher”.
La seconda parte del set pesca a piene mani dal già citato “Wonder What’s Next”, da cui vengono riprese “Send The Pain Below” (per la verità leggermente imperfetta nell’escuzione, complice qualche problema tecnico a giudicare dallo sbracciamento di Pete verso il backstage), “The Red” e “Comfortable Liar”, rese invece in maniera impeccabile.
Dopo tre quarti d’ora è già tempo di saluti, ma sentendo i pareri delle prime file, anche tra chi non li conosceva, non c’è dubbio che meriterebbero un ritorno da headliner, possibilmente prima del 2050.

Sono dopo da poco passate le 21 quando, dopo aver scaldato le ugole di un’Alcatraz pieno in ogni angolo con pezzi di Bad Omens, Slipknot e Alter Bridge, arriva finalmente il momento tanto atteso con l’ingresso dei BREAKING BENJAMIN, che a sorpresa si presentano sul palco con una formazione a sei elementi.
Al centro, oltre al frontman Benjamin Burnley, c’è infatti il figlio undicenne Benjamin Jackson Burnley V, protagonista della vita della band fin dalla nascita (l’intro strumentale di “Dawn”, dall’album del 2015, era il suo battito cardiaco durante l’ecografia, così come l’incipit del nuovo singolo “Something Wicked” è opera sua) e stasera ad affiancare il padre in una sorta di ‘mini-me’ con chitarra e microfono.
Curiosamente, i riflettori sono però puntati sui restanti musicisti, lasciando i due Burnley avvolti nella penombra. Una scelta scenica minimalista ed enigmatica, che può essere letta come ulteriore prova della timidezza del frontman (in effetti poco loquace, al netto di qualche battuta di rito e dei ringraziamenti finali, con annessa dedica ai Chevelle di cui è sempre stato un fan) ma anche come l’occasione per mettere al centro della scena il collettivo sonoro: luci puntate dunque sui due chitarristi Jasen Rauch e Keith Wallen, veterani della scena grazie alle passate esperienze con Red e Adelitas Way, mentre il bassista Aaron Bruch si rivela prezioso anche come seconda voce, intrecciandosi all’attore protagonista con una marcia in più tra cori e growl; il batterista Brian Medeiros, fresca aggiunta in sostituzione di Shaun Foist, si rivela perfettamente integrato dominando la scena dal suo scranno in alto alle spalle dei cinque compagni.

L’allestimento, con i musicisti ad occupare tutto il palco dell’Alcatraz ed un semplice tendone con il logo della band alle loro spalle, si rivela funzionale ad una scaletta ‘greatest hits’ che bilancia alla perfezione l’aggressione sonora dei primi lavori (più vicini alle sonorità nu metal/post-grunge, qui rappresentati dalle più datate “Follow” e “Polyamorous”), con le atmosfere più mature degli album successivi, tra cui spiccano “Red Cold River” e “Failure”.
Il periodo di platino della band è però quello di mezzo, grazie a due dischi spaccaclassifiche come “Phobia” e “Dear Agony”, e non a caso metà della scaletta pesca da qui: canzoni come “I Will Not Bow” e “Crawl” movimentano le prime file, spinte dal muro ritmico delle quattro (!) chitarre , mentre brani storici come “So Cold”, “Dear Agony” e “Breath” fanno venire la pelle d’oca nonostante i trenta gradi milanesi, con un intreccio a tre voci tra Burnley, Wallen e Bruch cui si aggiunge la quarta, rumorosissima, voce di tutto l’Alcatraz.

Al netto dei pezzi nuovi – “Awaken” e “Something Wicked”, comunque accolti bene dal pubblico, che sembra già averle mandate a memoria – i brani più datati scatenano un effetto karaoke come raramente ci era capitato di vedere, toccando ovviamente l’apice in occasione delle conclusive “Dance With The Devil” e “The Diary Of Jane”, anthem generazionali che hanno segnato evidentemente anche qualche migliaio di persone nel Belpaese, accorse in massa stasera per poterle finalmente cantare (e riprendere con gli immancabili smartphone) tutti insieme; un affetto arrivato anche ad un visibilmente commosso Benjamin Burnley, ben felice di aver traversato l’Oceano in nave per essere qui stasera, ed apparentemente desideroso di tornare presto.

Detto di un concerto tecnicamente perfetto, e pur avendo apprezzato la componente intergenerazionale e ‘familiare’ dello show, resta qualche dubbio in chi scrive circa la parte più d’intrattenimento: senza voler per forza arrivare a numeri da circo o baracconate da social che evidentemente non appartengono al DNA della band, avremmo apprezzato un po’ d’interazione in più, mentre fa un po’ strano vedere il cantante di una band hard rock in penombra per un’ora e un quarto.
Al netto di ciò l’energia non è mancata, grazie alla spinta di un Alcatraz in formato XXL, quindi bene così e bentornati Breaking Benjamin!

CHEVELLE

BREAKING BENJAMIN

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