05-09/08/2025 - BRUTAL ASSAULT 2025 @ Jaromer - Jaromer (Repubblica Ceca)

Pubblicato il 09/09/2025 da

Introduzione di Simone Vavalà
Report di Giuseppe Caterino e Simone Vavalà

Anche quest’anno abbiamo archiviato l’esperienza del Brutal Assault: un festival a cui partecipiamo con continuità e apprezzamento da molti anni, e che si conferma un equilibrio quasi ideale soprattutto per la proposta musicale variegata, visto che a dispetto del nome offre una scelta che non si limita alle proposte più estreme, e oltretutto offre show se non esclusivi, sicuramente selezionati.
Pensiamo ad esempio ai Blood, Fire & Death, l’all star band del black metal riunitasi per omaggiare i Bathory proponendo i brani scritti da Quorthon; oppure ai Sigh, i padrini del metal estremo nipponico, peraltro una band che sorvola l’Eurasia con costanza per passare da questi lidi. Ma anche al ritorno sulle scene di band come i redivivi Static-X, un gruppo simbolo del connubio tra nu metal e industrial di fine anni Novanta (e che comunque in Italia è difficile vedere), o la possibilità di vedere piccole band ‘di culto’: citando qualche nome a caso,  Macabre, Crypt Sermon o gli attesissimi Wayfarer.
Parimenti, nemmeno quest’anno gli headliner sono gruppi dalla fama astronomica – e questo, di solito, è garanzia di assoluta vivibilità – anche se effettivamente durante gli show di Mastodon, Gojira e Opeth, band che sfiorano la serie A – se non sono già lanciate ad entrarci a breve giro – l’assiepamento sotto il main stage è stato qualcosa di vissuto raramente, soprattutto a queste latitudini.

Il sold-out si è effettivamente notato: in generale anche i palchi più piccoli si sono dimostrati meno godibili in termini di spazio vitale, ma sono comunque peccati veniali rispetto alla possibilità di trovare sempre un punto tranquillo dove rilassarsi, mangiare e bere.
Ecco, volendo essere puntigliosi, la sempre eccellente proposta di cibo e birra ha visto aumentare i prezzi sensibilmente, ma parliamo comunque di pinte di birra intorno ai 3 € di costo e pasti completi a 12€… forse conviene accettare di buon grado la presenza di quindicimila persone in un’area grande comunque come un piccolo paese, rispetto a vedere il Brutal Assault trasformato in un evento da cinquanta/sessantamila presenze, con l’inevitabile perdita di identità e di quell’atmosfera sempre rilassata e amichevole che ce l’ha fatto amare già diverse edizioni fa.

Quest’anno siamo stati forse meno ‘coraggiosi’ in termini di sperimentazione: forse sarà l’età, le minori energie, o il desiderio di andare sul sicuro, anche se non ci è mai mancata la voglia di assistere a concerti più sperimentali, o portare avanti la nostra solida ‘politica’ redazionale, volta a dare spazio anche a band meno note.
Sicuramente ha influito la notevole calca che si è creata in diversi momenti, specie per raggiungere in situazioni accettabili i palchi più piccoli. Ma come vedrete abbiamo visto davvero molti concerti e speriamo di farvi godere un po’ dell’esperienza che abbiamo vissuto in prima persona.

MARTEDÌ 5 AGOSTO

Freschi freschi dopo il nostro lungo viaggio in auto e dopo l’allestimento dell’accampamento nel quale, stoicamente, parte di noi continua a ‘riposare’ a dispetto dell’anagrafe (rigorosamente nel boschetto intorno alle mura del festival), troviamo a darci il benvenuto niente meno che i CARNIVORE A.D., penultima band di questo giorno zero del Brutal Assault 2025.
Attorno a noi, il classico viavai da ‘warm-up show’: camion che trasportano merci varie, spazio ridotto, generale sensazione da cantiere in svolgimento e solo parte degli stand attivi (tra cui il salvifico, per tutta la settimana, Fabbrica Pizza), e una rimarchevole atmosfera di esaltazione da inizio vacanze.
La giornata ha visto alternarsi diversi nomi cechi, come da tradizione, ma anche i Funeral, che purtroppo non riusciamo a vedere.

Ad ogni modo siamo molto curiosi e ben disposti per l’esibizione della band di “Retaliation”, pur con tutto quello che significhi vedere una band di Peter Steele senza Peter Steele. Non ci aspettiamo, insomma, il concerto della vita e, del resto, concerto della vita non abbiamo avuto; però va detto che, presa la proposta per quello che è – poco più di una cover band di se stessa – lo spettacolo offerto dai Carnivore A.D. è stato divertente e rozzamente violento, con una dose di ignoranza non indifferente.
Le canzoni hanno ovviamente il merito di essere delle piccole bombe a mano e, a parte un paio di momenti iniziali di assestamento dei suoni, i newyorkesi ci spettinano con bordate del calibro di “Inner Conflict”, “Jesus Hitler” (preceduta da un accenno di “Black Sabbath”, primo di una serie di omaggi a Ozzy che sentiremo anche nei prossimi giorni) o la scorrettissima “Male Supremacy”. Il physique du rôle e la prestazione di Baron Misuraca a voce e basso hanno sicuramente aiutato la band a portare a casa l’esibizione, che si chiude tra gli applausi.

Le luci dell’Obscure Stage, secondo palco, in termini di grandezza, del festival, si spengono solo per qualche attimo, quando vediamo già i MACABRE prepararsi il gli strumenti in autonomia per regalare un’oretta scarsa dei loro ‘40 Years of Murder Metal’.
Il trio, orgogliosamente nella stessa formazione da quattro decenni, ha un tiro davvero notevole e, non avendoli mai visti dal vivo non ci aspettavamo una tale solidità.
Il suono non è un granché, onestamente, da dove ci trovavamo, e alcuni riff si perdono un po’ nel marasma, ma restiamo impressionati dal tiro e dalla potenza di fuoco espressa dalla band americana, per non parlare della sua compattezza. Lo show è molto divertente: tra sciabolate di thrash-death metal suonato vecchia maniera, ironia morbosa e nera (le gustose e divertite presentazioni dei brani sono state parte integrante del concerto) e un attore che interpreta i vari serial killer di cui la band narra con una certa soddisfazione (dal killer dello Zodiaco a Jeffrey Dahmer), portano lo spettacolo a darci l’impressione di essere durato molto poco, quando invece passa una buona oretta.
Show macabro, per l’appunto, malvagiamente spassoso, dove oltre all’aspetto musicale ha sicuramente giocato molto l’aria sardonica con cui i tre se la ghignano a narrare di orribili omicidi, come se essi stessi potessero un giorno diventare i protagonisti di alcune loro canzoni. Certo speriamo di non trovarli mai in qualche stazione di servizio sperduta nel nulla alla “Le Colline Hanno Gli Occhi”. (Giuseppe Caterino)

 


MERCOLEDÌ 6 AGOSTO

Ad accoglierci al primo dei tanti concerti cui assisteremo in uno dei due main stage, in questo caso il Marshall, è innanzitutto un sole caldo e bollente, che accogliamo con un certo favore vista la nottata piuttosto fredda passata (a non promettere una gran settimana, parlando di meteo, ma verremo smentiti), e che nello scaldare le teste e gli smanicati di jeans del già folto pubblico del Brutal Assault è aiutato dagli americani WARBRINGER.
La band, quando arriviamo, sta letteralmente schiaffeggiando la propria audience con thrash stelle e strisce vecchia maniera e un tiro davvero notevole: capitanati dal cantante John Kevill (che farà anche uno stage dive), i cinque californiani dimostrano una tenuta del palco consolidata, nonché una certa dimestichezza nel rapportarsi con la platea, letteralmente infuocata già a quest’ora.
A dispetto di una proposta comunque molto standardizzata, il concerto ha una vitalità notevole, grazie anche all’uso frenetico delle chitarre (con alcuni tocchi delle sei corde che ricordano i migliori Testament) e a una grande professionalità. Da menzionare lo spadone tirato fuori durante la tiratissima e gustosa “The Sword And The Cross”, che ha esaltato non poco i presenti, come nelle migliori tradizioni power metal anni ‘90.
Si scherza e, facezie a parte, un’ottima prova di una delle realtà thrash contemporanee più interessanti sulla piazza. (Giuseppe Caterino)

L’Obscure è il palco più defilato del Brutal Assault, e come sempre – se i tempi non sono ristretti – recarsi lì è la scusa per dare un’occhiata ai numerosi banchetti di dischi, abbigliamento e, perché no?, bevande diverse dalla birra che scorre a fiumi ovunque.
La prima occasione per arrivare a questo palco sono i 3 INCHES OF BLOOD, una band che non ha sicuramente l’originalità dalla sua, ma che sa mettere in campo entusiasmo ed energia.
I canadesi non sfornano un disco nuovo da quasi quindici anni, e nel mentre hanno avuto anche un lungo periodo di formale split-up, ma nulla pare cambiato rispetto all’ultima loro esibizione a cu avevamo assistito, a parte forse l’età (e il peso di Shane Clark): con gli Accept come eterno faro, pezzi diretti e sufficientemente divertenti, la band di Cam Pipes si diverte e fa divertire, a conferma che, specie sotto il sole del pomeriggio, non è sempre necessario mettere in campo grande inventiva per far alzare le corna al cielo.

Un imprevisto guizzo di nostalgia adolescenziale ci porta sotto palco per lo show dei DOPE, ed effettivamente Edsel (Dope, appunto) e compari ci catapultano subito nel 1999, l’ultimo anno in cui hanno cambiato le loro canottiere, perfette per sfoggiare l’intero campionario di tatuaggi sulle braccia.
Il loro campionario è noto, la presenza scenica ha sempre fatto forse più gioco rispetto all’effettiva qualità delle canzoni, ma non si può negare che la formula a metà strada tra industrial facilone e nu metal funzionasse… e funzioni ancora, per quaranta minuti di puro svago.
Fermi ai loro giorni di massima gloria, riconosciamo e scuotiamo la testa su “Debonaire” e “Sick”, restando più tiepidi sul resto dell’esibizione, ma è innegabile il tiro, e i quattro portano a casa il risultato efficacemente; in attesa della seconda esibizione del giorno per il frontman, ma ne parleremo più avanti.

Approfittiamo dell’esibizione degli Skálmöld per rinfrescarci e nutrirci, dato che quello che sentiamo dalla distanza è sufficiente come effetto bromuro, quindi assistiamo abbastanza per caso al concerto dei THROWN. Rispetto ai Dope, che si sono esibiti sullo stesso palco, cambiamo coordinate sonore, ma non il pubblico medio: la formula degli svedesi mixa efficacemente metalcore, passaggi più canonicamente hardcore, rap e groove in senso lato, continuando quindi il party a base di salti, braccia al cielo – ma anche discreto pogo – da parte degli astanti. L’intensità c’è, i pezzi un po’ meno, ma poco male: le portate principali del giorno stanno per arrivare. (Simone Vavalà)

Chi scrive non sa mai bene come rapportarsi con i grandi nomi della propria adolescenza, quali sono i DARK ANGEL, che per un motivo o per un altro hanno smesso di essere rilevanti, nella loro contemporaneità, e si sono ritrovati a calcare sporadici palchi in formazione rimaneggiata o, peggio ancora, a scrivere nuova, opinabile, musica.
In tal senso, la delusione targata Sadus dell’anno scorso risuona ancora nelle nostre orecchie, ma con tutto rispetto per la band di “Chemical Exposure”, loro non avevano un Gene Hoglan a metterci la faccia e le bacchette, dunque decidiamo di non darci grandi aspettative e di sperare nella clemenza della scaletta, visto che i pezzi clamorosi non mancano.
Il thrash metal della band, divenuto molto tecnico e pieno zeppo di riff soprattutto con gli ultimi due dischi storici (“Leave Scars” e “Time Does Not Heal”) deve avere significato tantissimo anche per i molti presenti a fronte palco, vista l’aria da evento che si percepisce.
Quando si aprono le danze con la micidiale “Time Does Not Heal”, le cose sembrano funzionare bene da subito: i suoni sono davvero ottimi, e la resa ineccepibile. Speravamo in qualche altro pezzo degli anni più intricati della band, ma invece veniamo subito subissati da “Extinction-Level Event”, che lascia tutti un po’ freddini, prima di immergerci subito dopo nell’esecuzione per intero dello storico “Darkness Descends”.

La prestazione del gruppo è davvero notevole, al di là del ‘solito’ Hoglan che distrugge ogni cosa sul suo cammino; a partire da un vocalmente ritrovato Ron Rinehart (che si troverà nel pit ad un certo punto), la band fa una figura non solo dignitosa, ma proprio da veri numeri uno, scaraventando il pubblico in un pogo senza soluzione di continuità, tra cui chi scrive (quindi, non esattamente in età adolescenziale) ad altezza transenna come se fosse ancora alle superiori.
Da menzionare l’ottima prova delle chitarre (di cui una delle due Laura Christine, moglie di Hoglan), capaci di sfornare un numero di riff incalcolabile senza sbavature da sottolineare. Concerto teso e pieno di tiro, con praticamente solo picchi e zero cali, graziato da suoni perfetti. E sì che poteva essere un disastro: invece lo show entra tra le esibizioni apice di questa edizione. (Giuseppe Caterino)

Dicevamo di un doppio turno di lavoro per Edsel Dope, dato che è il segreto di Pulcinella il fatto che sia lui il nuovo, misterioso cantante degli STATIC-X, nascosto dal monicker Xer0 e dal pesante trucco che lo trasforma in un avatar robotico del compianto Wayne Static.
Non è questa la sede per giudicare la scelta di tornare o meno sui palchi da parte dei membri rimanenti della band; quel che è certo che l’approccio così eccessivo e roboante, a colpi di pupazzoni, palloni lanciati sul pubblico e il crowdusrfing di un pacchiano astronauta su gommone, trasforma lo show in un circo irresistibile. Sul fronte musicale, Tony Campos e soci offrono una pacca notevole, Dope sembra anche più in forma rispetto a un paio d’ore prima e la scelta di suonare praticamente solo pezzi dal disco d’esordio è vincente: brani come “Push It” o “Bled For Days” sono irresistibili e scatenano il pubblico alla grande, azzerando i dubbi sull’opportunità a favore di un ottimo risultato. Non saranno più gli anni d’oro di certe sonorità, ma l’ibridazione tra nu metal e industrial definita trent’anni orsono dagli Static-X ci è restata nel cuore, ammettiamolo.

Con vigore da centometristi corriamo verso l’Obscure per assistere al nostro terzo concerto in quel del Brutal Assault dei SIGH.
Come noto, è difficile definire cosa aspettarsi in anticipo dalla band giapponese, che, partendo da una personale visione del black metal, ha fatto dell’avanguardia e dell’imprevedibilità la sua cifra distintiva, ma non rimaniamo delusi: resi edotti di un avvio su sonorità sperimentali e legate agli ultimi dischi, arriviamo sotto palco appena si spengono le ceneri di una bibbia a cui Mirai ha dato fuoco, per poi far partire una sequenza di brani più feroci, tra cui spiccano “A Victory Of Dakini” (dal primo, folgorante album della band) e la conclusiva, devastante “Me-Devil”.
Kawashima ha un carisma che non recede di un millimetro negli anni, la sua all female band (più figlia al seguito: solo una band giapponese può rendere questa presenza intrigante e non patetica…) è quadrata ed esprime più follia di lui, per un concerto che cresce ed esalta sempre più con il passare dei minuti.
Torniamo verso i main stage in tempo per i DYING FETUS, e la sensazione è sempre la stessa: una band che nel death metal ha solo sfiorato la serie A, ma resta di altissimo livello senza rammarico e senza deludere mai.
L’impatto sonoro lascia sempre la sensazione che ci siano un paio di musicisti nascosti dietro il palco, per quanto i tre riescano a offrire un muro sonoro di altissimo livello.
Lo sdoppiamento delle parti vocali funziona molto bene, la tecnica – sopraffina – viene sempre compensata da un impatto brutale, e una selezione di brani che pesca da quasi ogni periodo della loro discografia conferma quanto il trio di Baltimora resti solido anche dopo trenta e rotti anni di carriera. (Simone Vavalà)

Fa un po’ strano trovarsi a parlare dei MASTODON dopo la fresca tragica dipartita di Brent Hinds, soprattutto di un concerto avvenuto pochi giorni prima e durante il quale ci stavamo proprio chiedendo se avremmo o meno rivisto il chitarrista sul palco del gruppo che l’ha reso noto nel mondo della nostra musica, al di là di quelle che fossero le sue idee e le sue dichiarazioni a riguardo.
Purtroppo ora sappiamo che la risposta è no, ma durante questo concerto ci siamo goduti l’ottima prova della band senza quello strano magone che ci prende ora allo stomaco a ripensarci.
I Mastodon hanno cambiato la propria proposta in maniera abbastanza netta nel corso degli anni, passando da una base sludge metal eclettica e tecnica ad un metal progressivo fortemente influenzato da sonorità più ‘normalmente’ rock, ma secondo chi scrive hanno mantenuto sempre una dignità artistica (al di là delle preferenze per il primo sound, francamente) e di questo sono ben consci anche loro, che recuperano senza grossissime difficoltà da un po’ tutta la propria discografia (saltando però “Crack The Skye”), con una leggera predilezione per “Once More ‘Round The Sun”.

Il concerto è bello e accattivante, pur al netto dell’assenza di Hinds, che al di là di facili nostalgie del giorno dopo, dava obiettivamente un valore aggiunto alle esibizioni della band; anche se, come nota alle soglie del gossip – specie alla luce della tragedia intercorsa – notiamo una certa leggerezza, specie in Bill, che nelle ultime esibizioni in formazione originale non emergeva.
Ma, come dicevamo, lo show è di valore, con dei visual ipnotici, una prestazione da professionisti assoluti e un tributo a Ozzy e i Black Sabbath sotto forma di una splendida cover di “Supernaut” (oltre che alle canzoni di apertura e chiusura, registrate, entrambe di Ozzy, che viene ovviamente tributato dalla band come figura suprema dell’heavy metal tutto).
Coronata da suoni pazzeschi, ottima prova questa dei Mastodon, al netto di questo saporaccio che proprio non vuol lasciar la bocca.

https://youtu.be/KtypB99DLjk?feature=shared

Ci spostiamo velocemente presso il piccolo spazio dell’Octagon Stage, palco intimo e che ha la capacità di diventare davvero suggestivo col concerto giusto, ma che si riempie all’inverosimile in pochissimo (anche se non è proprio questo concerto il caso, visto che lo spazio resta abbastanza vivibile).
Ci mettiamo in buona posizione per poter assistere ai RUÏM, black metal band, tecnicamente portoghese, capitanata dal poliedrico Blasphemer, musicista che di certo non ama stare troppo a riposo, tra gli impegni con Aura Noir e Vltimas (e, tra gli altri, Mayhem per buona parte degli anni Zero). Il palco è agghindato come nelle più truci tradizioni black, tra fuocherelli e luci rosse, asta del microfono forgiata in simbolo esoterico e mantellina indosso al frontman, e l’impressione che si viene a creare è di una macabra presenza serafica e altisonante.
Va detto che la cosa riesce soprattutto nella parte visuale, e sebbene la maestria del musicista norvegese sia fuori da ogni questione, non percepiamo la nera magia da cui speravamo di essere investiti: dal vivo le esecuzioni tendono ad essere un po’ piatte, come se una crescita di intensità fosse sempre pronta durante il brano, una deflagrazione che cresce ma poi si disattende.
Forse eravamo noi ad essere stanchi, forse ‘non sei tu sono io’, ma le aspettative, almeno per chi scrive, vengono abbastanza deluse all’interno di una proposta più pretenziosa che veramente magnetica, come pareva su disco. Da rivedere, forse in altro contesto. (Giuseppe Caterino)

Le scalette dei primi festival estivi avevano già rivelato come la restituzione dei vecchi classici synthpop in chiave moderna, oggetto del recente tour americano, non fosse prevista da queste parti, per i MINISTRY, ma era difficile immaginarsi un concerto così intenso e pressoché perfetto.
Dopo un breve video in cui la band ci tiene a ricordare che nessun membro ha votato per Trump (con epiteto che non riportiamo per bontà) si scatena, semplicemente, l’inferno: Al Jourgensen è in una forma smagliante, John Bechdel si conferma l’attuale direttore d’orchestra con il suo mirabolante lavoro a tastiere e samples, mentre gli altri membri della band procedono dritti come un tir verso il risultato di assordare mezza Repubblica Ceca – con un Paul D’Amour in particolare rilievo per impatto ed evidente divertimento sul palco.
Il metal di fondo è questo, per quanto ci riguarda, non certo (o non solo) spade, dragoni e la gara all’acuto più alto: pezzi intensi, un suono quadrato, dei volumi devastanti che azzerano la concorrenza e i titoli di studio.
La scaletta pesca quasi integralmente da “The Land Of Rape And Honey”, “The Mind Is A Terrible Thing TO Taste” e “Psalm 69”e abbiamo detto tutto: la storia dell’industrial metal parte, passa e tutto sommato sarebbe potuta finire qui.
In attesa dell’ultimo disco e tour, magari con Paul Barker a bordo, non abbiamo veramente alcuna critica da muovere a ‘zio’ Al. (Simone Vavalà)

Facciamo giusto un salto all’Obscure per poter dare un’occhiata ai BETWEEN THE BURIED AND ME, band progressive metalcore che peraltro suonerà due concerti al Brutal Assault, uno nella data odierna e uno il giovedì.
Non abbiamo mai seguito moltissimo il progetto, ma ci affascina la loro tecnica a servizio di composizioni che funzionano, ed eravamo curiosi di vedere la riproduzione dal vivo delle loro varie sfumature, capaci di non risultare semplicemente dei passaggi ineccepibili dal punto di vista formale, bensì piuttosto intriganti. I suoni sono cristallini, e la grande presenza di pubblico ‘cantante’ la dice lunga sullo status raggiunto dalla band, ma per esigenze di scaletta siamo costretti ad andare di corsa in zona main stage, dove non vogliamo perdere lo spettacolo di uno dei nomi marcati a fuoco nelle sacre pietre del thrash metal.

Il live di KERRY KING è infatti in procinto di iniziare, e siamo curiosi, anche se un pochino scettici, di vedere se almeno dal vivo il progetto riuscirà a convincerci senza risultare una scialba rivisitazione di standard classici degli Slayer, come abbiamo percepito nella versione registrata.
Spoiler: non accadrà. Anzi, a parere nostro i brani del progetto eponimo del chitarrista, dal vivo, risultano privi di mordente, fungendo fondamentalmente da cuscinetto tra una canzone degli Slayer e l’altra, dove l’attenzione di gran parte del pubblico si ravviva (anche se non manca una fetta di persone a cui evidentemente l’album di Kerry King è piaciuto).
Va detto che la prestazione è senza dubbio valida, e sarebbe difficile il contrario vista la gente coinvolta sul palco: da quella macchina da guerra che risponde a Paul Bostaph (Forbidden e soprattutto storico sostituto di Dave Lombardo negli Slayer) dietro alle pelli, passando per Phil Demmel alla chitarra (già in forza negli storici Vio-Lence e nei Machine Head da inizi 2000 al 2018), per non parlare della voce ad opera del ‘Death Angel’ Mark Osegueda (non troppo intenzionato a metterci del suo, al di fuori di imitare benissimo dello stile di Araya).
‘Tecnicamente’, quindi, è difficile parlare di prestazione carente, ma la sensazione è quella di un pugno di professionisti riuniti a fare un lavoretto ben retribuito, sbrigato in maniera eccellente dal punto di vista formale, ma senza alcuna passione. King fa quello che ha sempre fatto, sta nel suo, macina le corde della sua chitarra a testa bassa e senza sbavature, ma è soltanto quando sentiamo brani come “Raining Blood”, “Disciple” o la nerissima e inaspettata “Black Magic” che sentiamo qualche palpitazione.
Del resto, come detto, la band è inappuntabile, e quando c’è la materia prima, sembrano volare missili terra-aria, ma l’impressione è di una cover band di lusso – quando va bene. Insomma, possiamo dire che il progetto solista di Kerry King, dal vivo, ricalca le impressioni annacquate che avevamo percepito su disco, ovvero di qualcosa fuori tempo massimo, non orribile ma fondamentalmente inutile. Il meglio è sicuramente passato, e preferiamo tenerci i ricordi degli Slayer dei tempi buoni. (Giuseppe Caterino)

Per salutare la prima giornata completa di festival, ci sdoppiamo democraticamente tra Main Stage ed Obscure, partendo da quella che sarà la prima e l’ultima data in Repubblica Ceca per gli ORANGE GOBLIN.
Ben Ward e compari hanno infatti – ahinoi -, annunciato di essere giunti alla fine della loro trentennale carriera: salutare i padrini inglesi dello stoner (pur con tutta l’evoluzione verso un sound più diretto e puramente heavy) ci pareva doveroso, e ne è valsa la pena.
Le corde vocali di Ward non sono più integre, la mobilità sul palco di Joe Hoare nemmeno, ma l’impegno è notevole; il frontman si rivolge tantissimo al pubblico – anche con incitamenti à la Renée Ferretti – e il risultato è, per quanto condito da imperfezioni, il meglio che ci potessimo aspettare.
Dopo aver attinto a “Time Travelling Blues” per il brano di apertura, i quattro pescano quasi da ogni disco, nei limiti di una scaletta ridotta, e si fanno davvero in quattro per il loro addio a colpi di riff che non perdono di impatto e tanto cuore. So Long! (Simone Vavalà)

Nonostante la serata in fase già avanzata, non vogliamo perderci almeno un po’ del live dei ROTTING CHRIST.
La band può essere oggetto di discussione per quanto riguarda le ultime prove in studio, il cui gothic/black ha definitivamente soppiantato il black metal eccellente degli esordi, ma dal vivo è davvero ineccepibile, e lo conferma anche in questo contesto. Un tiro e una presenza scenica davvero da paura contornano il Marshall stage, gremito ben oltre lo spiazzo antistante il palco, e la furia sonora sprigionata dalla ditta Tolis e compagnia ci prende a sberle, tra fiammate e un’atmosfera da grandeur.
La scelta dei brani vede come sempre una predilezione per le sortite meno vetuste composte dalla band, ma c’è sempre spazio per una “Non Serviam”, che infuoca la situazione, ed è tra queste infernali note che facciamo calare anche noi il sipario sulla prima giornata di questo già entusiasmante Brutal 2025.
(Giuseppe Caterino)

 

GIOVEDÌ 7 AGOSTO

Ci avviamo di buona lena per una colazione a base di orrore e death metal made in Italy, quando sotto il caldo sole delle undici del mattino tocca ai FULCI settare lo standard dei nostri timpani per questo secondo giorno di Brutal Assault.
È davvero piacevole notare che, a dispetto dell’ora, il fronte palco sia bello pieno, e avendo visto i Fulci all’opera in palchi meno grandi, siamo davvero entusiasti di vederli alle prese con uno importante come questo.
I Fulci, dal canto loro, non sembrano intenzionati a voler disattendere le aspettative. Sin dal primo ingresso sul palco, aiutati anche da dei suoni molto buoni, dispensano sberle e pesantezza a tutti i presenti, che non si fanno pregare nel darsi a headbanging e circle pit. Fa davvero caldo, ma gli irriducibili del pogo non sembrano accorgersene, mentre la band sciorina una dietro l’altra pezzi come “Tropical Sun” o “Lonely Hearts”, che scorrono molto bene anche grazie al sapiente utilizzo dell’aspetto visivo.
Lo schermo dietro il palco scorre con spezzoni di film di Lucio Fulci alternati ai testi delle canzoni, quasi per un allegro sing-a-long, mantenendo così la soglia dell’attenzione piuttosto alta per tutta la durata del concerto. Applausi per loro. (Giuseppe Caterino)

La luce intensa delle 14:20 non è probabilmente la cornice ideale per la proposta musicale dei GREEN LUNG, ma la band londinese non si scompone e prova a trasportarci comunque efficamente tra le brume e le brughiere dei vecchi film della Hammer.
Il loro occult doom non pecca in originalità, e ci è già capitato in passato di rilevare come un apparato scenografico differente e più curato potrebbe donare un’aura più conturbante ai Green Lung; va però rilevato come, all’ennesimo tuor, i cinque siano sempre più rodati e affiatati, sul palco.
Prevedibilmente, la scaletta si concentra sui brani del recente “This Heathen Land”, un disco che ha segnato anche il passaggio a sonorità più ‘leccate’, ma in apertura e chiusura c’è spazio per “Woodland Rites” e “Let The Devil In” dal disco d’esordio, oltre alla splendida “Old Gods”, forse il loro brano più evocativo: e anche oggi lo spirito di Christopher Lee attraversa le nostre vene con piacere. (Simone Vavalà)

L’Obscure stage è sicuramente meno affollato del solito quando arriva il momento degli ZEKE, e riusciamo a intrufolarci senza troppi problemi tra le primissime file. Di certo non è una tecnica sopraffina quella che stiamo per saggiare, bensì una smitragliata di brani ai mille all’ora, senza soste o fronzoli, puro punk hardcore suonato con un ghigno sulle labbra e l’incazzatura nel cuore.
Il divertimento è palpabile sia sul palco che fuori, e la band non spreca tante parole se non per la musica e per una menzione al “fascist asshole Donald Trump”, e a proposito di questo vorremmo aprire una piccola nota: sono state davvero poche le concessioni politiche delle band durante il festival; la cosa ci ha un po’ stupito, visto il periodo storico preoccupante che stiamo vivendo.
Solo qualche accenno a Trump da parte dei gruppi più ‘polemici’, e zero menzioni alla terribile situazione in Palestina, come invece successo in altre situazioni. Lungi da noi instaurare un dibattito in queste righe, ma si tratta di un’osservazione che ci sentivamo di fare. Tornando alla musica, il concerto degli Zeke è stato il miglior modo per affrontare la giornata più calda del festival, almeno a livello meteo, tra un pubblico più giovanile di quanto pensassimo e un alto tasso di adrenalina. La prova è stata maiuscola e divertente, e ci piace pensare ai lividi che possono generare questi matti americani in qualche locale più minuto. Ottimi.
(Giuseppe Caterino)

Mutatis mutandis, soprattutto in termini di successo e vendite, per i NILE può valere quanto scritto nel report del primo giorno per i Dying Fetus, con tutte le differenze del caso nell’approccio alla voce ‘death metal’: al di là degli inevitabili segni dell’età che avanza, Karl Sanders è una certezza incrollabile, proprio come i templi egizi con le cui storie virate al male ci affascina da oltre trent’anni. L’età è invero percepibile nell’aspetto e in qualche rallentamento, comunque gestito con grande professionalità, ma sicuramente avere una coppia di chitarre ‘fresche’ (con Kingsland a bordo ormai da quasi dieci anni, comunque) permette un ottimo impatto in sede live.
La non lunghissima scaletta è divisa abbastanza equamente tra le diverse fasi della band, con la giusta attenzione allo strepitoso “Black Seeds Of Vengeance”: oltre a “Defiling The Gates Of Ishtar”, tocca proprio alla title-track chiudere un concerto senza sbavature.
Il tempo di spostarci da un estremo all’altro dei main stage e già lo Sea Sheperd è a dir poco preso d’assedio: i GUTALAX qui suonano in casa, e tra quello e l’evidente predisposizione al divertimento (leggasi: attitudine da cazzari) del pubblico ceco, è evidente che si tratta di uno degli show più attesi.
La quantità di gente in cosplay dedicato a ogni celebrazione scatologica, di gonfiabili, di scopettoni del cesso presenti tra gli astanti è strepitosa e alle prime note della band compaiono materassini da mare a forma di Toi Toi e, dalle mura adiacenti al palco, iniziano a piovere rotoli di carta igienica.
Serve davvero commentare il contenuto musicale? Detto che in un genere a dir poco tetragono come il goregrind i quattro sanno comunque inserire dinamiche e un tocco hardcore stuzzicanti, il vero show è appunto sotto palco, e tocca il suo apice allorché un vero Toi Toi viene lanciato sul pubblico e un coraggioso fa crowdsurfing su di esso per diversi minuti.
Il resto sono grugniti, riff a grattugia senza fine e titoli di studio dimenticati. O gettati nel cesso, se preferite restare in tema. (Simone Vavalà)

Non è moltissima la gente all’Obscure quando si fa l’ora dei REZN, del resto la band non è conosciutissima, e negli altri palchi stava finendo uno degli show sicuramente più popolari, ovvero quello dei Gutalax; certo che fa un certo effetto aver visto tutta la massa di gente nelle zone merch e bar e così poca davanti al palco, ma tant’è, oggi è il giorno dei ‘nomi grossi’ e dunque un pubblico un po’ più generalista si gode la giornata tanto quanto noi.
Quello dei Rezn è un progetto da tenere sott’occhio, ad ogni modo: questa band di Chicago è attiva dal 2016 e fa uno stoner doom psichedelico e pesante, salta subito all’occhio la strumentazione (chitarre con tastiera d’alluminio, effettistica varia, un sassofono, colori ben studiati). Il concerto è intenso e pesante, con dei bassi da schiacciare la cassa toracica e tanta dolce, pachidermica lentezza.
Presenza scenica semplice e poche parole sul palco creano un effetto straniante con la pesantissima proposta musicale: sicuramente li terremo sotto osservazione.
Corriamo poi velocemente in zona main per non perderci almeno una parte dei SUFFOCATION, icona del vero death metal, macchine infernali con una carriera lunga alle spalle, ma che ancora riesce a macinare riff senza sosta con una tecnica e una resa invidiabile.
La band anche in questa occasione non si smentisce, ma paga lo scotto di essere forse un po’ troppo tradizionale, e notiamo che il main stage non è raso come si converrebbe all’orario e al nome sul palco. I suoni sono grassi e grondanti sangue, anche se con volumi non altissimi, e i presenti non possono che bearsi di brani come “Pierced Form Within”, eseguita come sempre perfettamente.
Sempre un gusto vedere i Suffo, ma ci tocca lasciarli a metà per non perdere il posto all’Octagon.
(Giuseppe Caterino)

All’Octagon infatti i CRYPT SERMON stanno ancora finendo di sistemare i suoni, ma sebbene sia un po’ presto immaginiamo che l’area si riempirà velocemente, cosa che puntualmente avviene quando la band sale ‘ufficialmente’ sul palco.
L’heavy metal venato di doom della band americana sembra aver fatto breccia in molti in giro per l’Europa e questa prima esibizione oltreoceano rappresenta un’occasione ghiotta per saggiarne le effettive qualità. A parte un inizio un po’ sconclusionato per via dei volumi, che necessitano di qualche minuto per trovare una quadra, vediamo una band padrona del palco, capacissima di tenere banco senza strafare, con un buon tiro e suoni interessanti, ora che si sono assestati.
Il cantante, Brooks Wilson, il cui look da ranchero texano risulterà iconico, ha una buona estensione vocale, e al netto di qualche ‘faccetta’ di troppo mantiene un’ottima presenza; Matt Knox (al basso qui, ma anche chitarrista negli Horrendous) prende buona parte dei riflettori ma senza esagerare con l’esuberanza, ma la menzione d’onore la merita il chitarrista Steve Jansson, vero mattatore con i suoi assoli sopraffini che ci hanno ricordato un certo Alex Skolnick.
Il concerto, il primo con questa formazione, prende soprattutto dall’ottimo “The Stygian Rose”, ma pesca, anche se meno, pure dalle altre due prove precedenti. Quando verso la fine si arriva a presentare “The Master’s Bouquet” la chitarra ritmica sembra abbassarsi di molto, ma la cosa non disturba l’ottima atmosfera creatasi. Concerto emozionante e complimenti (scroscianti) meritati.
(Giuseppe Caterino)

Sebbene non siano proprio il nostro pane quotidiano e non sia la prima volta che ci capita di incrociarli, decidiamo di andare verso il Sea Shepherd per dare un’occhiata all’esibizione dei LEPROUS, band progressive metal (per quanto molto più tendente ad un rock molto tecnico), famosa tanto per la propria pulizia sonora che per la connessione con Ihsahn, per il quale i componenti dei Leprous fungono da live band e del quale il frontman, Einar Solberg, è peraltro cognato.
Dettagli a parte, possono piacere o meno i vocalizzi acuti e a volte sdolcinati di Solberg, possono piacere o meno le trame a volte sin troppo leziose proposte dalla band, ma è anche vero che è difficile non restare stupiti dalla perizia con la quale i Leprous suonano ogni volt: un’esecuzione limpida e cristallina, un fare accattivante e asettico, così come le parche luci di sfondo.
Si può far fatica a sopportare un’intera esibizione, ma è davvero difficile non ammettere che un concerto di questa band è sempre un piacere per gli amanti della musica ben suonata, per quanto non ascolteremmo mai i Leprous se non costretti. Magie dei live e dei festival. Gusti personali a parte, esibizione sopraffina.

Riusciamo a intrufolarci, questa volta a fatica, all’Octagon stage, dove i WAYFARER si apprestano a finire il soundcheck e a velocemente iniziare il proprio concerto al Brutal Assault.
Avevamo assistito ad un loro concerto non troppo tempo fa nello spazio più minuto e intimo di un pub (il Centrale di Erba), dove le arie folk western della band hanno saputo dare il meglio, ma anche in questo piccolo spazio circondato da mura ottocentesche l’atmosfera rende moltissimo.
Il black metal da frontiera fa la sua degnissima figura in questa sede, dove una scaletta incentrata molto sull’ultimo, bellissimo, “American Gothic” fa la sua figura grazie a delle sonorità cristalline, un gran gusto compositivo e una presenza scenica scarna ma efficace. La sonora risposta del pubblico è certamente indice di un certo apprezzamento per gli americani, che si esibiscono con molta naturalezza, rendendo in sede live tutte le varie angolature del proprio sound ‘americano’.
I brani sono eclettici ma non troppo intricati, e sicuramente quello dei Wayfarer è un nome ormai consolidato nella scena internazionale. Ottimi.

Non è certamente solo per i Gutalax che si è registrata un’affluenza da record oggi al Brutal Assault; il gruppo di punta della giornata è senza dubbio rappresentato dai GOJIRA, che assurti ormai a star internazionali (anche) grazie alla partecipazione all’inaugurazione delle ultime Olimpiadi, fanno registrare una presenza fronte palco gigantesca, rendendo per la prima volta complessi gli spostamenti per avvicinarsi in zona di visibilità.
Successo più che meritato per i Gojira, secondo chi scrive, e che forse non sarebbe stato raggiunto anche senza le suddette Olimpiadi, ma di certo la presenza sul palco è ben diversa rispetto alla prima volta che li vedemmo, ormai un bel po’ di tempo fa. Fa comunque piacere notare che una band che ancora oggi suona un groove metal che non ha paura di irrobustirsi verso richiami vagamente death (beh, forse non proprio più così notabili come un tempo) riscuota un tale successo.
I visual che accompagnano la band sono molto belli ed eleganti, e la scaletta è piuttosto variegata, passando tanto da “Fortitude” a “From Mars To Sirius”, senza evitare di passare per la potenzialmente spigolosa “Mea Culpa (Ah! Ça ira!)” (“una delle poche cose buone fatte dai francesi è stata la rivoluzione”, dice a proposito di questo brano, ridendo, Joe Duplantier), reinterpretazione dell’inno rivoluzionario suonata appunto alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, che comunque ne esce in ottima veste.
Tra una emozionante “Flying Whales”, una vibrante versione di “Stranded” (cantatissima) e un momento show di Mario Duplantier che si bulla del proprio uso della doppia cassa, possiamo affermare che lo show dei Gojira sia studiato in ogni suo minimo dettaglio, da vere star del metal, che hanno forse perso qualcosina in autenticità ma non in professionalità e autorevolezza.
Forse non il concerto più appassionato, ma di sicuro di livello qualitativo enorme. Tra coriandoli, scintille e lucine ormai siamo al puro spettacolo, e probabilmente saranno destinati a diventare sempre più grossi, ma una volta tanto è bello vedere che un tale successo è accompagnato da una musica più che ragguardevole.
Il concerto è micidiale anche nell’esecuzione (a parte forse la voce un po’ calante in alcuni punti) e la reazione del pubblico è trionfale: “The Gift Of Guilt” chiude lo spettacolo dei Gojira, che lascia un po’ tutti col sorriso sulle labbra ed entusiasti.
Ci spostiamo ora di soli pochi metri, al Marshall Stage, pronti ad assistere ad un altro concerto, di quelli che difficilmente si cancelleranno dalla memoria di chi era presente.
(Giuseppe Caterino)

C’erano ancora le lire quando, al Gods Of Metal del 2000, assistemmo a una delle uniche due date italiane di THE KOVENANT. Da allora, a parte l’uscita del non riuscitissimo “S.E.T.I.”, le trasmissioni di questi alieni del black metal in salsa industriale si erano interrotte pressoché del tutto; l’occasione era quindi ghiotta per capire lo stato di (dis?)grazia della band di Nagash… e la promozione è piena.
Al di là dell’operazione nostalgia, come ci ha raccontato in un’intervista vis a vis che vi proporremo presto, la creatura Kovenant è pronta anche al ritorno discografico, e l’entusiasmo sul palco si percepisce.
Oltre a cooptare il vecchio sodale Hellhammer, stasera a dir poco mostruoso (come sempre), Nagash ha portato a bordo la prezzemolina Sarah Jezebel Deva (Cradle Of Filth, Therion, ecc.) , l’efficacissimo Ghul – già in forza nei Mayhem, come noto – e il genietto Sverd, il quale, non pago di aver definito un modo di suonare le tastiere con gli Arcturus, stasera tesse tappeti elettronici insieme tamarri e sontuosi, in una bizzarra tenuta a metà tra il santone e lo steampunk.
La scaletta prevede la riproposizione per intero del capolavoro “Nexus Polaris”, reso al suo meglio e con pochi fronzoli, a parte quelli già presenti in un album che aveva fatto storcere parecchi nasi per i suoi barocchismi, e il costante humour verso i draghi e altri luoghi comuni del metal, con cui il frontman infioretta lo show.
Finale danzereccio con “New World Order”, inevitabile manifesto di un personaggio che della sua visione fuori dagli schemi – per non dire complottista – ha fatto la cifra di molte dichiarazioni (anche qui, vi rimandiamo a quanto ci ha raccontato backstage).

In tema di tuffi nel passato, è ora tempo di correre verso il Marshall Stage per l’operazione più nostalgica di tutto il festival, ovvero i BLOOD, FIRE & DEATH. Dopo una manciata di esibizioni selezionate, è probabilmente passato l’effetto sorpresa per questo omaggio ai Bathory, ma l’unicità dell’evento resta tale, così come la composizione della band, di cui citeremo giusto qualche band di provenienza per i più distratti.
Le sensazioni sono sinceramente miste: l’apertura sull’intro registrata di “Odens Ride Over Nordland” e la successiva, intensissima “A Fine Day TO Day” con Gaahl (Trelldom, ex Gorgoroth)  alla voce (stratosferico anche come presenza scenica) son da brividi, mentre il resto dello show vive, appunto, di molti alti e bassi.
Qualche attacco imperfetto, pause non propriamente studiate – specie nei cambi di ospiti – una scaletta che salta con troppa discontinuità, in termini di emozioni, tra i pezzi del periodo viking e quelli più marci degli album proto-black: tutto da buttare, quindi? No, anzi: certe imprecisioni sono parte integrante dell’emozione che, comunque, ci cresce sotto pelle, anche pensando al fatto che l’approccio istintivo e grezzo era nella natura stessa delle sperimentazioni di Quorthon; la band, composta da Bard Faust (ex Emperor) dietro le pelli, Apollyon (Aura Noir) al basso (e voce in un paio di pezzi), Blasphemer (ex Mayhem) e Ivar degli Enslaved alle chitarre è incriticabile nel complesso dello show, e oltre al già citato Gaahl, Erik dei Watain – voce quasi costante e ‘maestro di cerimonie’– e Attila dei Mayhem dietro il microfono su “Born For Burning” ci fanno commuovere in diversi momenti.
Un po’ tirata per i capelli l’ospitata al basso di Fredrik Melander, che ha collaborato brevemente con Quorthon ai tempi che furono per poi scomparire fino al ripescaggio come ospite nel recente tributo ai Bathory realizzato dagli Tsjuder: ma fa parte anche questo di una celebrazione che, come tutte le cose di cuore, non possono e non devono essere studiate alla perfezione a priori.

Per chi avesse perso i FEAR FACTORY nella recente calata italica – come chi scrive – l’ultimo show di oggi sui main stage è l’occasione per  assistere alla restituzione integrale di “Demanufacture”, l’epocale disco che ha da poco compiuto trent’anni.
Il concerto, appunto, si concentra su questa pietra miliare dell’industrial metal, con spazio per un paio di bis (tra cui l’osannata “Linchpin”) sul finale ed è la conferma di come Dino Cazares abbia decisamente azzeccato la scelta del sostituto di Burton C. Bell. Il ‘nostro Milo Silvestro, infatti, oltre a realizzare il suo sogno di entrare nella sua band del cuore, lascia grandi speranze anche ai fan della stessa: carismatico sul palco, è a suo agio sia sulle parti pulite che nel growl, senza mai dare l’idea di scimmiottare stancamente l’ormai spompato Burton.
Cazares, sempre più gordo, non è mai stato un campione di simpatia, ma sembra comunque divertirsi di più, dopo anni di coltelli fra i i denti… mentre la sezione ritmica, per quanto in mano ad anonimi turnisti, regge ottimamente le ritmiche frenetiche e il groove che hanno definito il successo dei Fear Factory negli anni d’oro. (Simone Vavalà)

La concomitanza con il concerto dei Fear Factory e l’orario hanno da una parte forse penalizzato lo show degli ABSU, ma è sicuramente piacevole trovarsi finalmente ad un live con un po’ meno gente. È l’una meno cinque quando la band capitanata dall’eclettico Proscriptor McGovern dovrebbe trovarsi sul palco, ma qualche ritardo fa rumoreggiare un po’ il pubblico, probabilmente piuttosto stremato a quest’ora (noi almeno lo siamo).
Tuttavia passano un pugno di minuti e la band si presenta sul palco in tutto il suo splendore: il black thrasheggiante degli americani e le movenze del cantante sono un tutt’uno per generare un concerto assolutamente gustoso, tra la capacità di creare trame melodiche e morbose e una presenza scenica incapace di lasciare indifferenti, e il pubblico sembra risorgere da una cappa di torpore che si era venuta a creare nell’attesa.
I suoni aiutano non poco la riuscita di questa folle esibizione – pacchiana forse, estrema sicuramente – che nella sua espressività a tratti carnevalesca fa comunque breccia negli ascoltatori. E su queste dolci note, anche la seconda serata ci manda nella nostra brandina.
(Giuseppe Caterino)

 

VENERDÌ 8 AGOSTO

La terza giornata comincia per noi con una dose di scarrellante death metal vecchia scuola, sia per quanto riguarda la musica che l’iconografia.
I massicci AVULSED sono uno di quei gruppi mai diventati grossi, alfieri di un underground becero e ignorante fatto di riff grassi, soavi breakdown, capelli al vento e voce dall’oltretomba ad opera del sanguinolento (letteralmente, dopo il rituale spargimento di sangue finto sul suo corpo e sulle prime file) Dave Rotten.
Prima volta al festival per loro, ci dice il frontman dal palco, mentre i musicisti roteano le teste e sciorinano giri di chitarra bestiali anche se un po’ basici.
A tal proposito, non capiamo la strumentazione, che sembra studiata per qualcosa di vagamente più ricercato: ci sembra infatti di vedere una chitarra a doppio manico con diverso numero di corde: per un genere talmente rozzo, per quanto divertente, ci sembra uno strano set-up.
Ad ogni modo la band si lascia apprezzare, con un plauso all’accento spagnoleggiante di Rotten: simpatici, ma niente di più. (Giuseppe Caterino)

In attesa di una band che ha fatto del groove il suo marchio di fabbrica, i MNEMIC sembrano sulla carta un dignitoso antipasto; la loro formula mischia riff stoppati, metalcore, qualche vago sprazzo industrial nei campionamenti che punteggiano i brani e tonnellate di melodia facilona: si spiega sicuramente la quantità di tour con band enormi e il successo radiofonico, specialmente in patria, anche se sinceramente dopo una manciata id brani la band danese ha detto tutto (e anche più) quello che aveva da dire.
Parlavamo di un piatto principale, che sono ovviamente i PRONG. Da commentatori estremamente di parte, quello di oggi è un concerto fatto di contrasti: niente da dire sull’energia e la voglia di divertirsi di Tommy Victor, che da padrino assoluto dell’industrial metal si conferma un riffmaker e un animale da palco di altissimo livello, troppo poco menzionato quando si parla di Olimpo del metal.
La porta rotante della sezione ritmica, spesso diversa altresì per le registrazioni in studio e i tour, ci mette in difficoltà nel riconoscere i membri che lo accompagnano oggi, onesti ma certo non spumeggianti come Jason Christoper – psicotico alter ego di Tommy al basso – o il compianto e tellurico Aaron Rossi, e questo è il primo limite, poiché la one-man band funziona fino a un certo punto.
La scaletta è decisamente interessante, visto che oltre agli inevitabili estratti da “Cleansing” vengono ripescati ben due brani da “Prove You Wrong” e un’inaspettata “Disbelief” dal preistorico “Primitive Origins”, ma oggettivamente più adatta a una celebrazione con fan fedeli in un locale che open air (specie alle disgraziate tre del pomeriggio…), con il risultato che la possibilità di trascinare il pubblico si riduce parecchio.
Brani come “Rude Awakening” o “Revenge… Best Served Cold” sono assenze pesanti, anche se sul finale la classica doppietta “Whose Fist Is This Anyway?” e “Snap Your Fingers, Snap Your Neck” scatena un ottimo circle pit e sorrisi. (Simone Vavalà)

I MONOLORD stanno finendo di settare il proprio palco quando arriviamo all’Obscure, e iniziano molto velocemente il loro concerto con l’unico estratto dal loro ultimo disco, “Your Time To Shine”, ovvero la sabbathiana “The Weary”, massiccia e potente, ottimo esempio per saggiare lo stoner doom della band.
L’impressione è davvero ottima, l’impatto massiccio come in studio, e la band sceglie una canzone per disco (quasi, mancherà “Vaenir”) per i suoi quaranta minuti di show (incluso un inedito); quaranta minuti che volano eterei e corposi assieme, facendo muovere molte teste presenti a fronte palco.
Da segnalare gli auricolari del bassista, Mika Hakki, che lo fanno tribolare non poco staccandosi dall’orecchio e cadendo sullo strumento. Insomma, lo show è davvero vibrante e sembra convincere anche chi magari non segue queste sonorità abitualmente, arrivando a un finale molto sostenuto e che sembra apprezzato, grazie anche alla meravigliosa progressione finale di “The Last Leaf”.
Ci tengono a precisare di essere arrivati circa cinque minuti prima del concerto, e di essere stanchi e affamati; se il risultato è questo, consigliamo alla band di digiunare prima di ogni concerto!
(Giuseppe Caterino)

Torniamo dalle parti dell’Obscure dopo aver assistito a un pezzo della tradizionale gara di mangiatori di peperoncini piccanti, dove il pubblico assiste gioioso alle sofferenze autolesioniste di alcuni anonimi eroi, quando il duo tedesco dei MANTAR si sta esibendo.
La potenza sprigionata dal black sludge dei due è davvero impressionante, ed è un piacere assistere alla loro esibizione, anche se i volumi avrebbero potuto essere un po’ più arroganti. Il suono minimale e punkeggiante della band riesce comunque a essere pieno in maniera strabiliante per essere così scarno, e moltissimi sono i presenti che incitano la band e portano a compimento un ottimo spettacolo per un totale di una decina di brani.
Sono ormai un bel po’ le persone in questa zona del palco, anche se continua a battere un po’ troppo il sole, e il concerto termina tra gli applausi.

I PELICAN sono uno di quei progetti che, in contesti come il Brutal Assault, stanno sempre bene. Il loro post-metal strumentale, così ricolmo di tinte psichedeliche e basi sludge, risuona con tiro e potenza all’interno dello spazio dell’Obscure, con un tiro francamente invidiabile e un’atmosfera che sembra funzionare alla perfezione.
Difatti, con questo tipo di band, peculiari nelle sonorità e nella proposta, il risultato è spesso dettato anche dalla ‘situazione’ che si viene a creare: del momento, della risposta del pubblico e della forma sul palco.
Buon per noi, dunque, che il quartetto dell’Illinois fosse in stato di grazia: il suono è compatto e marziale, con un incedere che ha fatto scapicollare diverse teste, grazie alla creazione di passaggi ipnotici sorretti comunque da un fare molto pesante, cosa che li caratterizza rispetto ad altri progetti più eterei.
Avevamo già visto altre volte i Pelican, e tra i gruppi di questo tipo sono forse quelli che ci piacciono di più grazie all’approccio più duro in seno alla propria musica: a giudicare dagli applausi, non siamo i soli ad apprezzare. (Giuseppe Caterino)

Stiamo ancora dalle parti dell’Obscure per uno dei live che attendevamo di più.
Ammettiamo di aver conosciuto gli HÄLLAS grazie a un endorsement su Facebook di Fenriz in persona, e da quel momento in poi ci siamo davvero appassionati alle trame retro-rock progressivo del quintetto svedese. Le opportunità di assistere a una performance non ci sono sembrate moltissime, quindi l’occasione è da non perder per noi e molti altri appassionati.
Ci mettiamo ben sotto il palco, e quando la band attacca, con suoni davvero ottimi, assistiamo a un concerto coinvolgente, e tra i molti sostenitori della band ci ritroviamo a cantare sopra giri di chitarra melodici e coinvolgenti, capaci, nella loro musicalità, di avvolgere e ammaliare.
Sembra di essere finiti ad un concerto ‘grosso’, atteso: alcuni incitano il gruppo, altri ballano a  occhi chiusi, chi faceva stage diving all’interno di un contesto non propriamente metal, sino a cantare all’unisono brani come “Star Rider”.
A tratti è sembrato davvero il concerto di un headliner, cosa che deve aver sorpreso anche il gruppo che, con trucco agli occhi, mantellino e un vestiario quantomeno eccentrico, sorride soddisfatto, senza però mai mollare la propria presenza scenica, convinta e ragguardevole. Esecuzione straordinaria e tra i concerti preferiti di questa edizione, per chi scrive.
(Giuseppe Caterino)

Tornando al main stage, ci spostiamo di pochi passi e con gli ASPHYX si assiste, come sempre, a un bel tassello di storia del death metal. Martin van Drunen sarà anche da tempo immemore l’unico membro superstite dei tempi d’oro, ma i musicisti di cui si è circondato tengono botta alla grande e restituiscono tutto il marciume di cui la band olandese sa far sfoggio; l’apertura con “Vermin” è programmatica e non sarà l’unico pezzo ripescato dal lontano 1991 – parliamo ovviamente di “The Rack” e della sua quasi unicità nella scena europea del tempo, e contribuiscono parimenti i pezzi estratti dal successivo “Last One Of Earth”, la cui title-track chiude un concerto senza un singolo momento di calo e headbanging continuo, su e giù dal palco.
Anche i suoni, già generalmente molto buoni, graziano ulteriormente uno dei migliori show dell’intero festival, sicuramente il migliore in ambito death; anche se non il più impattante, come vedremo tra poco.

A un concerto degli OVERKILL non si assiste certo per essere stupiti, ma ci interesserebbe davvero? Purtroppo l’ugola di Bobby ‘Blitz’ non è più, da tempo, memorabile e un po’ di fatica si percepisce; ma l’energia e i sorrisi che sciorina sopperiscono bene, così come il ritorno sul palco di DD Verni dopo la malattia: è lui, in fondo, il vero motore di una band che non si arrende mai, e che dalla sua dorata ‘serie B’ regala sempre show coinvolgenti.
Inevitabili un paio di estratti dall’ultimo album, ma sono i vecchi cavalli di battaglia a esaltare e far pogare il pubblico: in ordine sparso, “Rotten To The Core”, “United We Stand” (con inevitabile coro generale) e l’eterna chiusura affidata a “Fuck You” sono gli apici di questa scorpacciata di popcorn in chiave thrash.
Dicevamo poco sopra del potenziale podio come concerto death, e i concorrenti degli Asphyx sono i GRAVE, di cui riusciamo finalmente a vedere uno show di reunion della formazione originale.
Poche date selezionate, solo brani dai primi tre dischi dischi, un po’ di timore sull’esito per i più dubbiosi, subito spazzato via: innanzitutto dai suoni, semplicemente mostruosi – un settaggio del genere per un concerto pre-serale è quasi pazzesco, e sfiora il livello di assordamento provato con i Ministry.
La band che ha partorito “Into The Grave” nel 1991 non sembra quasi essersi mai separata, e se Ola Lindgren è una bandiera di cui benediciamo l’headbanging senza requie, Jörgen Sandström si conferma una certezza – dell’intera scena death svedese, ovviamente. Jensa sarà anche invecchiato nell’aspetto, ma non nell’intensità con cui pesta dietro la batteria, mentre Jonas Torndal chiude il cerchio con la sua imponenza.
Sulla scaletta, ovviamente, non c’è nulla da opinare: undici brani equamente divisi tra i loro album capitali, con “Reborn Miscarriage” come chicca relativamente più recente. Quasi un promemoria che la Storia passa da qui, ma non si è fermata trent’anni fa. (Simone Vavalà)

Continuiamo il ping-pong tra i due main stage, e avendo perso l’esibizione di support a King Diamond in quel di Milano, i PARADISE LOST erano tra le band che aspettavamo di più a questo festival… e come sempre tocca diffidare di ciò che si desidera troppo.
Vero, negli anni abbiamo assistito a loro show esaltanti e ad altri decisamente meno memorabili, ma il concerto di questa sera è, purtroppo, alle soglie dello strazio. L’iniziale “Enchantment”, che in altri momenti di avrebbe fatto godere, potrebbe quasi non esser stata suonata, ma sono evidenti i problemi al mixer: chitarre zanzarose, basso assente, Nick Holmes impalpabile; purtroppo, però, quando anche le cose si sistemano come suoni, l’esito cambia poco: il redivivo Singer, dietro le pelli, è legnoso e trascina con sé tutta la sezione ritmica (Aaron Aedy compreso), e l’eterno humour distaccato di Nick, in una serata in cui le sue corde vocali sono rimaste a casa, risulta persino fastidioso.
Salva un po’ la baracca Greg Mackintosh, di cui riusciamo a godere qualche assolo, mentre, da solo, per fortuna porta a casa la suadente “Embers Fire”.
Colmo dell’ironia, forse il pezzo più riuscito è la vituperata cover di “Smalltown Boy”, non esattamente l’apice che ci aspettavamo da una band che, almeno su disco, ha regalato quasi solo emozioni per trenta e passa anni, passando con la stessa classe dal death/doom degli esordi al gothic metal, per poi trovare una sintesi eccellente nella maturità. Una sintesi che stasera non trova mai forma, portandoli sull’inatteso podio della delusione.

Il timore di ripetere l’esperienza con i MAYHEM subito dopo è alto: non tanto per la resa live in sé, sempre ottima in tempi recenti, quanto per la tendenza a reiterare lo stesso show da almeno otto anni.
E invece, complice un altro ‘buco’ nella stagione concertistica milanese recente, assistere per la prima volta allo show celebrativo dei quarant’anni di carriera della prima band a portare il vessillo della ‘Second wave of black metal’ è un’emozione continua; l’autocelebrazione è forte, la sequenza di immagini e scritte che girano dietro la batteria di Hellhammer è fatta apposta per colpire al cuore, ma lo fa benissimo; la scelta di partire dai brani più recenti per arrivare via via, in ordine cronologico, al primo demo semplicemente perfetta e, ça va sans dire, che viene accompagnata da cambi d’abito perfettamente in tema.
Da pelle d’oca “Illuminate Eliminate”, maligna ed esoterica come poche cose sentite, e ovviamente il trittico da “De Mysteriis Dom Sathanas” (title-track, “Freezing Moon” e “Funeral Fog”), con molte foto di Dead (e persino di Burzum!) non manca di colpire nel segno.
Di Hellhammer abbiamo già decantato le lodi per lo show con i Kovenant, ma stasera supera se stesso: un metronomo furente e strepitoso; le due chitarre non saranno Euronyomus o Blasphemer, ma se Teloch e Ghul sono con la band da quasi quindici anni un motivo c’è, e si sente.
Necrobutcher, meno gigione del solito, svolge bene il suo compito e trasmette ben più che in altre occasioni la sensazione di essere un silenzioso ma capace leader sotterraneo, mentre Attila… beh, è semplicemente Attila: IL cantante black metal, perché – detto con il massimo rispetto per il già citato Pelle, la sua tragica vita e la sua visionarietà – la teatralità e la naturalezza insieme con cui attraversa registri vocali e stadi di malignità sono unici. (Simone Vavalà)

Le inattese emozioni del concerto dei Mayhem ci spingono ad allontanarci momentaneamente dai palchi principali – e dal timore di un confronto impari con i Dimmu Borgir, di cui però parlerà tra poco l’esimio collega – a favore del ‘chillout’ (virgolette d’obbligo) del Kal Stage.
Ci abbiamo messo tre giorni a metter piede nella saletta chiusa dedita alle sperimentazioni più folli (o inascoltabili, diciamocelo): poco coraggio? Troppo caldo? In realtà ci avevamo già provato nel tardo pomeriggio con LUGOLA, trio power electronics dalla Polonia, ma la massa opprimente presente e l’impatto sonoro da abrasione dei timpani era stato un po’ troppo.
Ci riproviamo con VYŠEHRAD, one-man band che si presenta con chitarra, pedali e pc, e come dessert a seguire dello show di Necrobutcher & soci è semplicemente perfetto: raw black metal grezzo ed effettato, che cede a un certo punto il passo a una restituzione magistrale di “Dunkelheit” – o “Burzum”, se preferite – del vecchio Varg Vikernes, in un contrasto/continuità mirabile, particolarmente godibile sui divanetti di questo peculiare palco.
Proviamo a fermarci anche per SILKSKIN, un duo noise dall’approccio perfettamente a metà strada tra modernità nell’uso delle macchine e old-school nell’attitudine del cantante, che si muove follemente e minacciosamente tra il pubblico, portandosi dietro qualche chilometro di cavo, a rischio di decapitazione generale. Bell’impatto, divertenti, ma tutto molto più d’effetto che di sostanza. (Simone Vavalà)

Ancora soddisfatti dalla prova superba dei Mayhem, come detto uno di noi fa giusto qualche passo più in là, dove i DIMMU BORGIR si stanno apprestando a cominciare il loro concerto.
Saremo onesti, non seguiamo la band di Shagrat da davvero tanti anni, ma siamo ancora profondamente legati ai primi tre dischi (con qualche riserva sul quarto), e decidiamo dunque di approcciare lo show con meno pregiudizio possibile.
Purtroppo però, con tutto il bene del mondo, la pacchianaggine raggiunta dalla formazione nel corso degli anni influisce davvero molto nella resa finale. Il black sinfonico dei norvegesi è impastato, fuori dal tempo, e la scaletta non aiuta, assieme al senso di svogliatezza che sembra aleggiare sul palco.
Certo, “In Death’s Embrace” o “Stormblast” o la sempiterna “Mourning Palace” sono pezzi importanti della formazione di un certo black metal, e qualche sussulto lo generano, ma tra orchestrazioni campionate, pomposità visive e una discreta piattezza di fondo, si fatica ad arrivare alla fine senza guardare l’orologio diverse volte.
La prestazione è professionale ma incolore, classico compitino svolto con estrema perizia e lo stesso ardore di un ottimo geometra del Comune nello svolgimento delle proprie mansioni: pensando a timbrare l’uscita. (Giuseppe Caterino)

Un concetto, quello appena descritto, invece non applicabile all’ultimo concerto della serata in quel dell’Obscure, perché se THE BROWNING non si segnalano certo per chissà quali contenuti o vette musicali, quantomeno eccellono nello sbattersi: il leader Jonny McBee nasce come digital creator prestato alla composizione, e si nota.
La sua caccia all’effetto e all’eccesso è talmente sincopata e senza soluzione di continuità da risultare divertente: riff deathcore spezzati all’improvviso da innesti dance, campioni elettronici frullati in ritornelli pop, il tutto con un entusiasmo ‘plasticoso’ che inizialmente fa venir voglia di prendere a schiaffi il leader e i suoi fedeli turnisti, ma ora della fine fa sorridere per l’accozzaglia di idee da fiera del cattivo gusto.
Ma forse è solo merito della stanchezza… o del livello di improbabilità delle cover scelte, come potete constatare qui sotto. (Simone Vavalà)

Siamo davvero stremati a questo punto della giornata, ma la pazzesca luna piena che sovrasta il cielo sopra Jaromer, fotografata e ammirata da molti, sembra davvero fatta apposta per dare il benvenuto al post-sludge metal dei CULT OF LUNA, e dunque non possiamo esimerci dall’esibizione della band svedese, che peraltro non vediamo dal vivo da un bel po’.
Abbiamo un po’ di tempo per sederci per terra, visto che il concerto precedente sembra essere finito un po’ prima, ma ci alziamo richiamati all’ordine appena attacca la bandd. Risulta davvero difficile restare indifferenti a un concerto dei Nostri, anche dopo averli visti diverse volte; l’atmosfera che si crea è straziante, opprimente e ipnotica, e anche in questa occasione restiamo basiti di fronte alla cura dei dettagli: suoni chirurgici, effetti di luce impattanti e assieme asettici, insomma come sempre uno spettacolo multisensoriale sorretto ad un incedere pachidermico e devastante.
Da menzionare il debutto di un nuovo brano, che ci è sembrato funzionare ma ci risulta difficile descrivere. Ad ogni modo percepiamo di non essere gli unici stanchi, visto che la folla sembra francamente diradarsi. Peccato, ma capiamo che, soprattutto a quest’ora (l’una passata), il sound plumbeo e sicuramente non variopinto della band può non essere per tutti. Quando finisce il concerto siamo più di là che di qua, le nostre orecchie sanguinano, ma non potremmo essere più soddisfatti. (Giuseppe Caterino)

 

SABATO 8 AGOSTO

Il primo gruppo della nostra giornata sono i sempre piacevoli EXHORDER, che suonano esattamente come hanno sempre fatto, e del resto un loro concerto è qualcosa che va più o meno come ci si aspetta. La band gioca abbastanza sulla propria prestanza da veterani della scena, e fa la sua signora figura anche il sig. Pat O’Brien, che incombe sul palco e macina riff in continuazione.
Come si sa, il gruppo è considerato tra i precursori del groove metal, e sebbene il proprio meglio lo abbia dato ben molto tempo fa (precisamente con “Slaughter In The Vatican”), riesce a superare l’’effetto naftalina’ e regala un’ottima prova. L’orario è perfetto per il pranzo, ma c’è comunque una buona schiera di presenti, segno che il concerto ha funzionato, e del resto gli Exhorder sono degli onestissimi operai del metallo, che escono tra gli applausi. La giornata sembra partire bene… (Giuseppe Caterino)

Se con gli Exhorder non si è parlato propriamente di serie A, con le HANABIE il contenuto musicale si riduce quasi allo zero, ma ammettiamo di essere stati ipnotizzati da uno show che supera le aspettative quanto a eccessi in salsa nipponica.
Il loro è un mix di metalcore, elettronica, J-pop e altre amenità che – francamente – non vanno mai da nessuna parte concretamente: ma l’entusiasmo, l’abbigliamento che sovrappone punk da supermercato, scolarette e accessori che di solito osservate curiosi nelle stanze di giovani persone adolescenti fanno il loro.
E soprattutto, saltano e fanno pose esilaranti senza soluzione di continuità, come solo i giapponesi sanno fare: puro pop di consumo, ma per bere una birra ridendo – un po’ con loro e un po’ di loro – funzionano. (Simone Vavalà)

Probabilmente è un po’ presto per godere appieno di uno show come quello dei nostri connazionali HIDEOUS DIVINITY, ma le doti tecniche e professionali del gruppo romano riescono a fare breccia anche alle due del pomeriggio.
Moltissimi i presenti all’Obscure, dove i musicisti capitolini danno sfoggio delle proprie capacità e smitragliano senza nessun tipo di pietà le molte teste fumanti, scaldate da un sole alternato a delle salvifiche nuvole, che a tratti rendono il clima davvero piacevole – quando non quasi freschetto.
Che dire, il death tecnico degli Hideous Divinity è inarrestabile, arrembante e senza respiro, ed è riuscito a crearsi un nome di tutto rispetto; la band dal canto suo sembra molto soddisfatta dal folto pubblico che è qui per loro.
Va detto che il genere suonato dalla band deve incontrare gusti ben precisi, e forse per un orecchio meno allenato può risultare un po’ pesante, ma i Nostri riescono a tenere alta l’attenzione, ed infatti l’energia è loro restituita dai molti applausi e dagli apprezzamenti a fine concerto.

Sicuramente è di tutt’altro tipo di death metal che parliamo, quando sul palco si presentano i PROTECTOR. La storica band tedesca è agghindata come se fossimo nel 1984, con tanto di banner abbastanza minuto appeso dietro la batteria. L’unico membro storico, Martin Missy, con baffo e smanicato d’ordinanza, si piazza con prestanza dietro al microfono, vomitando le proprie dolci melodie sul palco dell’Obscure stage e su un pubblico che si diverte oltremodo.
Puro thrash tedesco che non ha voluto evolversi, quello dei Protector, e sebbene ci sentiamo come se ci avessero revocato il diploma delle superiori di fronte a tanta ignoranza, è difficile non lasciarsi prendere dal riffing rozzo e primordiale di brani come “Protector Of Death”, ma ovviamente dopo un po’, a meno di essere fan irriducibili del gruppo, l’attenzione tende a scemare.
Non fanno moltissimo del resto gli altri membri sul palco per ravvivare l’attenzione, e il cantante sembra l’unico a crederci. Tuttavia non possiamo dire di non provare una certa simpatia per questi attempati depravati.
(Giuseppe Caterino)

I BRUJERIA optano per un approccio minimale ma funzionale. Voce, basso, chitarra e batteria (ornata da una finta – forse – testa decapitata), nessuna ospitata d’eccezione da parte di qualche membro famoso del passato, un banner che ricorda la tragica scomparsa a due soli mesi di distanza, l’anno scorso, del Pinche e di Juan Brujo: è innegabile che un grosso pezzo della loro anima e del loro immaginario se ne sia andato con loro, ma questo non impedisce ai quattro narcos del grind superstiti di imbastire un concerto con tutti gli attributi al posto giusto.
Tutti i brani vengono estratti dai loro primi tre dischi, quindi parliamo di pura brutalità e scorrettezza assoluta. Le dediche ai compagni morti inevitabilmente hanno il loro peso, così come i cenni a un certo “biondo imbecille” alla Casa Bianca; non poteva mancare un intermezzo dedicato all’amata marijuana, anche se evitano di eccedere in balletti sulle note della macarena; forse una certa attitudine cazzona se n’è andata per sempre, forse servirà solo del tempo per leccarsi le ferite, ma di certo – anche se è un concerto meno ‘leggero’ di altri loro a cui abbiamo assistito, la “Ley De Plomo” vige potente e non fa superstiti.
Essenziali ed efficaci, non potevamo chiedere di più.

Sacrifichiamo gli Unleashed per provare ad assistere allo show della tanto decantata KING WOMAN, e francamente ce ne pentiamo amaramente.
Altri spettatori ci hanno poi detto di una crescita notevole e conturbante, ma i tre brani che abbiamo ascoltato ci sono sembrati un’intersezione mal riuscita tra la follia di Diamanda Galas – e la cantante Kristina dovrebbe ben sapere che ce n’è una sola, evitando di scimmiottarla male – e sperimentazione poco amalgamata tra gli altri strumenti.
Ci tocca bere per dimenticare, e ad essere onesti ci ritroviamo al main stage, all’inizio dello show degli HARAKIRI FOR THE SKY senza esserne grandi estimatori, o meglio: avendo perso interesse da molti anni, e sempre sospettosi verso l’etichetta ‘post-black metal’, ammettiamolo.
Con piacevole sorpresa, invece, fin dall’apertura e nonostante non tocchino i primissimi dischi – ossia gli unici che avevamo apprezzato – M.S. e J.J. si dimostrano in grande forma e coinvolgenti.
Le loro ricche trame si intersecano senza risultare onanistiche e l’equilibrio tra trip e spleen funziona ancora benone.  Fa la parte da leone il recente “Scorched Heart”, mentre l’ultimo dei cinque, lunghi brani che oscura di nubi esistenziali il pomeriggio di Jaromer viene pescato da “Mære”: si tratta di “Sing for the Damage We’ve Done”, brano che vedeva la partecipazione di Niege degli Alcest, una band che ha sicuramente influenzato il sound e l’evoluzione degli austriaci. (Simone Vavalà)

Siamo stati diverse volte al Brutal Assault, dal 2016, e non ci ricordiamo di una volta in cui non ci fossero gli AGNOSTIC FRONT. Orgogliosi portatori del verbo dei margini newyorchesi, queste icone dell’hardcore (metallizzato) suonano al Marshall Stage di fronte a un pubblico folto, e attorno a noi vediamo un sacco di persone con bandane e pantaloni larghi, segno che certi generi travalicano età e mode.
Che cosa si può raccontare di un concerto degli Agnostic Front che non sia ripetere per l’ennesima volta le stesse cose? Più o meno stessa scaletta di sempre, stessi anthem, stessi cori a pieni polmoni per inni come “Gotta Go”, una resa sempre ragguardevole e grinta e genuina onestà sopra e sotto il palco.
E già, perché come sempre gli occhi sono puntati su quel matto di Stigma, che tra mille gesti e movenze varie si ritrova ad un certo punto a suonare la chitarra in mezzo al pubblico, al centro di un circle pit che gli vortica attorno, sorridente lui e noi.
Prova maiuscola come sempre: che altro gli vogliamo dire?

Ed eccoci infine all’altro ‘nome grosso’ di questa edizione del Brutal Assault 2025. Infatti, se i Gojira rappresentano la band che corre a testa bassa e punta ogni anno a uno scalino più alto, gli OPETH sono quel gruppo che ha girovagato tra i propri generi, ha forgiato un proprio tipo di suono, l’ha rinnegato apparentemente e poi recuperato, mai del tutto dimenticato, e infine ripreso in mano, sommando la propria esperienza con un ultimo disco che appare un’onesta summa delle vie percorse sino a qui. Il progressive death metal degli Opeth è tanto solo progressive quanto solo death metal, e le due anime si fondono in un suono tutto loro, quasi proverbiale: se diciamo che un gruppo suona ‘alla Opeth’ più o meno capiscono tutti.
Ed è qui, su questo palco, che vengono messe alla prova dal vivo ben tre estratti di “The Last Will And Testament” (incluso “§7”, dove Åkerfeldt gioca sul fatto che la voce di Ian Anderson, registrata, potrebbe apparire in momenti diversi del brano a seconda di come lo suonano, rendendolo diverso ogni sera); nella veste live i brani nuovi assumono un carattere profondo e pienamente dignitoso nel confronto con altri pezzi eccellenti qui proposti, come “In My Time Of Need” (aperta giocando col pubblico con “Shine On You Crazy Diamond” prima di richiedere l’aiuto vocale del pubblico) o la sempre pazzesca “Deliverance”, posta in chiusura (e presentata come “la nostra ‘Paranoid’, solo che dura quindici minuti”, dopo aver chiaramente menzionato Ozzy e, in effetti, accennato il brano dei Sabbath).
Scaletta a parte, il concerto degli Opeth è di una classe eccellente: suoni perfetti (almeno dopo l’inizio, dove sembrava ci fosse bisogno di assestare un po’ il mix), e una perizia tecnica meravigliosa, al servizio della canzone e della musica. Mikael Åkerfeldt gioca col suo pubblico, parla molto, si diverte e fa divertire, fa battute vagamente snob, portando a casa uno show palpitante e sognante, dove la band ci permette di rivivere momenti più ‘brutali’ e altri trasognati e ipnotici (la citata “In My Time Of Need”). Peccato per i tempi da festival, perché ci sarebbe stata tutta un’altra oretta. Nell’olimpo del metallo di diritto.
(Giuseppe Caterino)

Una passeggiata serale per chi di noi apprezza meno la band svedese, ci porta quasi per caso al palco Obscure. Quasi per caso, perché – confessiamolo – su disco i BOHREN & DER CLUB OF GORE non ci hanno mai convinto.
Invece, complice, forse, proprio l’approccio senza aspettative e l’orario, il combo tedesco ci regala inattese soddisfazioni. La loro proposta, virata ormai da anni in direzione ambient/jazz, sul palco riesce a trasmettere comunque la cupezza delle loro origini doom, ma soprattutto si dimostra la perfetta restituzione sonora di un noir anni Quaranta: nel silenzio assoluto, quasi estatico, del pubblico chitarra e basso costruiscono vibrazioni liquide, mentre il sax e le tastiere, senza eccessi virtuosistici, sono volute di fumo a densità variabile; avvolgenti e suadenti.
Manca solo una voce fuori campo, una femme fatale che entri in scena all’improvviso e un omicidio su cui indagare.

Concludiamo il nostro Brutal Assault con una garanzia, ossia i DARK FUNERAL. L’immarcescibile Lord Ahriman non sforna forse capolavori con continuità, ma si dimostra sempre un frontman eccellente e coinvolgente in sede live.
Curiosamente, vengono saltati a piè pari i primi due dischi della band, mentre viene messo particolarmente in luce “Where Shadows Forever Reign”: ben tre estratti dal disco che, nel 2016, aveva effettivamente segnato un ritorno notevole anche a livelli compositivo.
Per il resto, tanto mestiere, un approccio furioso senza compromessi, ma ricco anche di sfumature melodiche, come nella tradizione della band svedese. La scenografia è essenziale ma efficace, con un’enorme immagine di Nosferatu e un finale che vede il Nostro rientrare sul palco con un vessillo da chiamata alle armi, chiaramente in difesa delle forze più oscure.
Per i più coraggiosi, o più in forze, restano ancora un paio di concerti; noi ci limitiamo a rientrare sulle nostre gambe con l’ultima birretta e il consueto sorriso malinconico da fine festival. (Simone Vavalà)

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