28/10/2015 - Bullet For My Valentine + While She Sleeps + Coldrain @ New Age - Roncade (TV)

Pubblicato il 05/11/2015 da

A cura di Chiara Franchi

Un’introduzione atipica e qualche considerazione preventiva.
a) I Bullet For My Valentine non sono il nostro genere, ma un gruppo di questo calibro che fa una sola data italiana, con un album nuovo di pacca (“Venom”), una formazione altrettanto nuova (cambio della guardia al basso) e che per di più fa sold out, non era cosa che potesse essere ignorata;
b) Per collocare lo spettatore medio della serata nella giusta fascia d’età e gusti musicali, vi basti sapere che durante i cambi palco “Run To The Hills” ha smosso forse due teste, mentre su “So Far Away” si sono alzati cori e accendini. Ladies and gentlemen, i tempi cambiano e l’heavy metal pure;
c) Probabilmente esiste un termine dotto per definire quell’evoluzione dell’heavy che il volgo chiama ‘da limonata durissima tra teenager’ ma noi, purtroppo, non lo conosciamo.
Fatte queste premesse, ci portiamo alla sera del 28 ottobre, in un New Age Club di Roncade (TV) pieno da non riuscire a muoversi e ci godiamo lo show!

BFMV - locandina - 2015

COLDRAIN
Dopo aver parcheggiato in tanta malora, entriamo al New Age a concerto iniziato, per fortuna da poco. Meno male, perché i Coldrain sono la rivelazione della serata: la band giapponese, con all’attivo quattro album in sette anni e già un tour di supporto ai BFMV nel 2014, propone trenta minuti di ottimo spettacolo, senza imprecisioni e con una presenza scenica ammirevole nonostante il micropalco. Figli ideali degli stessi headliner, degli ultimi Trivium, degli Asking Alexandria e di tutta quella scia di band modaiole emerse nell’ultimo decennio, trascinano il pubblico con una setlist che infila un riff radiofonico dietro l’altro, ritornelli cantabili e quel giusto mix di melodia e aggressività che piace soprattutto ai fan del ‘nuovo’ metalcore. Il sound (molto americano) dei Coldrain può inoltre contare su un buon supporto tecnico, talmente buono che la prima band a esibirsi è decisamente quella coi suoni migliori. Nonostante tutti i componenti siano assolutamente validi, merita una nota particolare il cantante David ‘Masato’ Hayakawa, intonatissimo, carismatico e dotato di un timbro vocale naturalmente alternative, che conferisce al prodotto un valore aggiunto. E il pubblico? A giudicare da come ha cantato pezzi quali “Gone” e “The War Is On” ha decisamente apprezzato. Che si ami o meno il genere, meglio prendere nota del potenziale di questi ragazzi.

WHILE SHE SLEEPS
Se i Coldrain sono un compendio dell’incontro tra metalcore e alternative metal, gli inglesi While She Sleeps riassumono abbastanza bene le ultime evoluzioni del metalcore più tradizionale. La loro esibizione comincia alle 21:30, sbattendoci contro un muro di suoni un po’ impastati, risultato quasi inevitabile del mix di chitarre a mitraglia e accordature bassissime. In realtà, l’impatto violento calza a pennello con la verve un po’ punk dei WSS, che portano in sala un po’ di sano delirio. Screaming potente, pesantezza sonora ed elementi smaccatamente hardcore si fondono con qualche spunto melodico che rende accattivante il loro piglio aggressivo anche ad un pubblico accorso per i Bullet For My Valentine (per farvi un’idea, ascoltatevi “Seven Hills” o la buona “Death Toll”). Senza contare che con un frontman come Lawrence Taylor, la band potrebbe esibirsi su un bancale in mezzo a una sagra paesana e fare comunque furore. Il vocalist si lancia ripetutamente sul pubblico, si arrampica più o meno ovunque, cammina sulle spalle degli spettatori, gavettona le prime file e incita costantemente al casino. Quando lancia una bottiglia d’acqua ai fan assetati invitandoli a ‘farla girare come una canna’, lo spirito rock’n’roll della serata raggiunge l’apogeo. Nel complesso, la resa live dei pezzi è molto positiva e la presenza coinvolgente della band assicura agli headliner una platea carichissima. La performance si chiude con il pubblico entusiasta che intona “Four Wars”. Sono le 22:05 e tutto va bene.

BULLET FOR MY VALENTINE
Dopo un cambio palco con annesso svenimento di giovane ragazza in prima fila, è finalmente il momento degli headliner, che infilano subito una tripletta ad alto tasso di adrenalina: “No Way Out”, singolo di lancio di “Venom”, seguito dal loro primo successo “4 Words (To Choke Upon)” e da “You Want A Battle? (Here’s A War)”, di nuovo da “Venom”. La prima impressione dal confronto fra i tre pezzi è che negli ultimi dieci anni in casa Tuck non ci siano state rivoluzioni di sorta – neanche per quanto concerne i titoli degli album e un certo gusto per le parentesi. Per dovere di cronaca, segnaliamo che l’apertura dello show è turbata da un fenomeno acustico che non sperimentavamo da quando, nel lontano 2010, accompagnammo nostra sorella undicenne a vedere i Tokio Hotel: le urla delle fan che sovrastano qualsiasi suono proveniente dal palco. Di conseguenza, fino a metà concerto, le uniche certezze sono state la chitarra dell’ottimo Michael Paget e la buona voce scream del nuovo arrivato Jamie Mathias, che si distingue subito anche per la buona presenza scenica. A proposito di presenza scenica: chiediamo venia ai fan, ma abbiamo avuto l’impressione che, mentre i suoi colleghi si ammazzavano di headbanging e incoraggiavano il pubblico a partecipare allo show, Matt Tuck abbia avuto un feeling piuttosto tiepido con le persone che si sbracciavano adoranti sotto di lui. In questo senso, lasciare il palco ogni due pezzi non aiuta certo ad aumentare l’empatia. Liberi di dire che ci sbagliamo, ça va sans dire. Tornando al concerto, con “The Poison”, title track dell’album d’esordio dei BFMV, iniziamo a sentire distintamente gli strumenti. Sarà che le fan hanno disattivato la modalità ‘Directioner’, ma finalmente riusciamo a  seguire bene le chitarre, le dinamiche della batteria e le linee vocali. Notiamo però che “Venom”, pezzo eponimo del nuovo lavoro, non suscita particolare entusiasmo: probabilmente è solo questione di mancata assimilazione, perché per il resto dello show il coinvolgimento è stato costante. Da parte nostra, invece, iniziamo a constatare una certa ripetitività nelle strutture dei pezzi. Siamo favorevoli alle soluzioni semplici ed efficaci, ma se da un lato ciò assicura che il repertorio non risenta di cali o ‘buchi’, dall’altro restringe le chance di dar vita a momenti memorabili. “Alone” e “Worthless” ci conducono senza intoppi all’esibizione solista di Paget, che i giovani fan sembrano non disdegnare. I cinque minuti di sola chitarra sono un ottimo saggio degli spunti squisitamente heavy presenti in tutta la discografia della band, che ha pur sempre il merito di aver elaborato con originalità elementi tradizionali e sonorità di tendenza. Ci avviamo dunque verso il finale, tutto all’insegna delle hit storiche del gruppo: “Tears Don’t Fall” ed “Hand Of Blood” chiudono la performance, mentre come bis vengono servite “Betrayal” e “Waking The Demon”. A mezzanotte in punto si chiude un’ora e mezza di live sul quale non possiamo fare grosse critiche, con dei nuovi pezzi indubbiamente ben confezionati, ma che francamente non aggiunge né toglie alcunché all’idea che avevamo della band. Siamo comunque certi che gli amanti del genere siano andati a dormire contenti.

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