Report di Alessandro Elli
Foto di Luna La Chimia
Provenienti da Brisbane, i Caligula’s Horse si sono ritagliati uno spazio importante all’interno della scena progressive metal/rock contemporanea: con cinque album distribuiti in quattordici anni di carriera, gli australiani si distinguono per le loro sonorità sanguigne, la propensione alla melodia e la capacità di scrivere pezzi che colpiscono nel segno, diretti e spigolosi ma anche facili all’assimilazione grazie ad un’assoluta propensione alla semplicità.
Il loro ultimo disco, “Charcoal Grace”, è uscito solo qualche mese fa, ed è sicuramente più oscuro dei suoi predecessori, riflesso di tutto ciò che è successo in questi ultimi anni, a livello mondiale ed internamente alla band.
A completare un bill sicuramente interessante, due gruppi eterogenei per provenienza e proposta: gli americani Four Stroke Baron, da noi non molto conosciuti ma fautori di una miscela di alternative metal, djent e progressive metal piuttosto inusuale, ed i tedeschi The Hirsch Effekt, abili nel fondere con altrettanto coraggio post-hardcore e mathcore con parti sinfoniche e prog.
L’appuntamento era al Legend Club di Milano, vediamo come è andata.
I FOUR STROKE BARON sono una di quelle band per le quali è difficile trovare un’etichetta, tante sono le diverse sonorità che si sentono nella loro proposta. Gli album del trio del Nevada spaziano da un alternative metal fortemente contaminato fino alla pura elettronica, mentre dal vivo hanno, per forza di cose, un approccio più diretto e meno cerebrale.
La loro musica è basata sui riff, con la sei corde che ha un suono distorto spesso ai limiti dell’industrial, con una sezione ritmica potente e precisa. Il bassista è una furia ed incita a più riprese un pubblico che sembra gradire l’impeto profuso dal terzetto americano, sorretto anche da suoni davvero ottimali. L’unica pecca che si può trovare, forse, è la scelta di una voce filtrata e quasi ‘robotica’ in tutti pezzi, mentre un’alternanza di soluzioni e registri risulterebbe meno monotona, ma il livello di intensità dello show è tale da farci chiudere un occhio.
Spostandoci in territori diversi, un discorso simile potrebbe essere fatto per i THE HIRSCH EFFEKT: anche i tedeschi, infatti, cercano di dare vita a qualcosa di originale, miscelando sonorità che teoricamente sarebbero incompatibili e, se su disco l’esperimento non sempre sembra riuscito, dal vivo è molto più semplice comprendere dove vogliano arrivare e digerire i loro passaggi imprevedibili.
Il terzetto di Hannover, piuttosto hardcore nell’attitudine e nel look, in realtà è un’entità molto più complessa, in grado di incorporare elementi che vanno dal progressive al mathcore e passando per svariate altre sonorità.
I loro brani sono composti da momenti atmosferici ed esplosioni feroci, in un’alternanza inconsueta che lascia estasiati. Le due voci, affidate al chitarrista ed al bassista, si avvicendano e si sovrappongono, offrendo una varietà di registri e soluzioni che è il punto di forza di molti pezzi; il basso non ha solo una funzione ritmica e duella spesso con la chitarra in un gioco di riff, mentre della batteria si può apprezzare l’energico contributo del rullante, valorizzato anche in questo caso da suoni più che all’altezza. Nel complesso un’ottima prova, sottolineata dagli applausi che si sono fatti più fragorosi con il passare dei minuti, il tempo necessario, per molti tra gli spettatori, di assimilare una proposta non familiare.
Gli headliner della serata sono, invece, anche la band più convenzionale: i CALIGULA’S HORSE, infatti, ormai da anni sono tra gli alfieri di un progressive metal ambizioso e, al pari di band quali Riverside e Leprous, possono essere considerati i più quotati protagonisti di un genere al quale hanno conferito una concezione più moderna e al passo con i tempi.
Perché il gruppo sia così amato dagli appassionati è facilmente comprensibile vedendoli sul palco del Legend Club questa sera: gli australiani non lesinano un grammo di energia, in un’ora e mezza durante la quale spaziano attraverso tutta la loro ormai folta discografia, fatta di pezzi intricati ma allo stesso tempo fruibili e genuini, sempre alla ricerca della forma canzone.
Il mattatore principale è il loquace cantante Jim Grey che si produce in lunghe presentazioni, oltre ad intrattenere i presenti con aneddoti e ricordi delle precedenti date milanesi, mentre ai suoi lati la presenza del chitarrista Sam Vallen e del bassista Dale Prinsse è più discreta, forse anche per il loro sobrio aspetto da ‘bravi ragazzi’, e Josh Griffin è quasi invisibile dietro la sua batteria.
Si parte con i primi due estratti dal recente album “Charcoal Grace”, ossia “The World Breathes With Me” e “Golem”, e subito ci si rende conto di come gli australiani siano in grado di trasporre anche in sede live tutta la loro carica emotiva, tra cambi d’atmosfera, ritmi serrati e aperture melodiche che conquistano per la loro schiettezza. Grey, che con innato entusiasmo incita tutti a saltare durante i momenti più tambureggianti, alterna spesso la sua voce stentorea a urla e parti in falsetto; la sezione ritmica ha un gusto djent, senza però perdersi in inutili virtuosismi e Vallen, nel primo tour senza l’altro chitarrista Adrian Goleby (che non è stato sostituito dopo la sua dipartita), suona essenziale per poi perdersi in assoli ammalianti seppur mai sopra le righe.
Con “Bloom” parte un viaggio a ritroso nei tre dischi precedenti, con due brani tratti da ogni singolo lavoro, riproposti in rigido ordine cronologico: ad infiammare il pubblico sono soprattutto pezzi storici come “Marigold”, l’articolata “Dream The Dead” e la più aggressiva “The Tempest”, e c’è spazio anche per una “The Hands Are The Hardest” che non si sentiva da parecchio tempo e rappresenta l’unica sorpresa di tutto il set.
Questa parte di spettacolo si chiude con i due pezzi conclusivi di “Charcoal Grace”, ossia “The Stormchaser” e “Mute”: impossibile non notare come anche dal vivo trasudino il mood oscuro dell’album, figlio del periodo negativo che la band ha vissuto.
Dopo una breve pausa, i quattro tornano in scena per un unico bis, l’affascinante “Daughter Of The Mountain”, uno degli apici assoluti dello show grazie alle sue melodie evocative e sognanti. Un selfie con il pubblico ed è davvero finita: un’esibizione magistrale a certificare una crescita che non sembra arrestarsi, condita da tanto entusiasmo e da quell’atteggiamento privo di qualsiasi spocchia che non possono che conquistare.
Setlist Caligula’s Horse:
The World Breathes With Me
Golem
Bloom
Marigold
Dream The Dead
The Hands Are The Hardest
The Tempest
Slow Violence
Oceanrise
The Stormchaser
Mute
Daughter Of The Mountain
FOUR STROKE BARON
THE HIRSCH EFFEKT
CALIGULA’S HORSE
















































