12/02/2016 - Cancer Bats + Lord Dying + Infall + Calvario + Die Trying @ Lo-Fi - Milano

Pubblicato il 18/02/2016 da

Introduzione a cura di Giovanni Mascherpa
Report a cura di Giovanni Mascherpa e Maurizio Borghi

Lunga l’attesa. Dall’Italia non passavano da gennaio 2013, di supporto agli Enter Shikari. Un’assenza che a molti non sarà sembrata così disagevole. Dopo tutto, non stiamo parlando di una band mainstream come gli Iron Maiden o sulla cresta dell’onda come i Behemoth, che solo il giorno prima hanno trasformato in un opulento girone dantesco il Live di Trezzo. Il perché una persona debba attendere col sangue agli occhi un concerto dei Cancer Bats è il sapere a cosa andrà incontro. Una volta che si è consapevoli di cosa possano combinare i Pipistrelli canadesi dal vivo, be’, bisogna prendere uno Xanax per rimanere lucidi nell’imminenza di un loro live. Se c’è qualcuno a questo mondo che possa spiegare concisamente i concetti di passione, volontà, convinzione, testardaggine rapportati a un contesto musicale, questi sono i quattro componenti della band, autrice l’anno scorso del valido “Searching For Zero”, degno seguito, seppur in tono minore, dello stratosferico “Dead Set On Living”. L’esperienza-CancerBats, come abbiamo già avuto modo di raccontarvi su queste stesse pagine in passato, merita di essere vissuta da chiunque abbia un minimo amore per il metal, non per forza il mix di hardcore, punk, southern, rock’n’roll e sludge propinatoci con grande maturità da Liam Cormier e compagni. L’intensità, la forza d’animo, l’esagitazione di questi ragazzi giramondo carichi di entusiasmo, portatori di energia positiva come ricorda una parte del loro merchandise, solari e amichevoli con chiunque, la si può rinvenire solo in pochi personaggi, capaci di elargire una carica umana potentissima, contagiosa, alla quale è impossibile resistere. La presenza degli hardcore heroes canadesi non deve far dimenticare chi ha contribuito con prestazioni altrettanto efficaci al buon esito, dal punto di vista artistico, della serata. Il terzetto italiano formato da Die Trying, Calvario e Infall ha messo in luce tre facce diverse dell’hardcore metallizzato del nuovo millennio, da quello più sludge e rock’n’roll dei primi, alle visioni apocalittiche dei secondi, fino ai deliri matematici/psicotici dei terzi. Infine, prima degli headliner, ecco materializzarsi l’ignoranza allo stato brado dei Lord Dying, anche loro bravi nel tenere testa a suon di cariche a testa bassa il livello di rumorosità della serata. Il prezzo alto (18 euro di biglietto + eventuali altri 12 di tessera Arci per chi ne fosse sprovvisto) hanno probabilmente segnato in senso negativo l’affluenza, rimasta ben al di sotto delle attese. Peccato. Per chi invece si è goduto appieno la serata, crediamo ci sia stato ben poco di cui lamentarsi!

 

Cancer Bats - locandina concerto Lo-Fi - 2016

DIE TRYING

Se dovessimo scegliere il supporter più in linea con gli headliner in questa data milanese la preferenza andrebbe dritta ai Die Trying, quartetto dell’hinterland milanese che arriva al Lo-Fi con le copie fresche di stampa del loro secondo EP “Blues For The Cursed”. Il set, sorprendentemente ben rodato, racchiude quasi tutta la produzione del gruppo e fa sfoggio delle migliori qualità della formazione: chitarre abrasive maltrattate con energia, vocals grasse e importanti e una sezione ritmica perfettamente a punto sono il modo migliore per confermare il songwriting messo in luce nei pezzi in studio: sul palchetto del Lo-Fi c’è tutto e nelle prime file gli stessi componenti dei Cancer Bats (manca solo il batterista, a guardia del merch) mostrano di apprezzare le influenze comuni nella miscela infiammabile di death’n’roll, hardcore e southern metal. Un inizio coi fiocchi!
(Maurizio Borghi)

CALVARIO

Non è l’hardcore del divertimento e del cazzeggio quello dei milanesi Calvario. I ragazzi masticano pesante ed emettono cenere, generando uno sconquasso slabbrato degno epigone di From Ashes Rise e Tragedy, oltre che della scuola d-beat svedese e dei dioscuri anglosassoni Doom e Discharge. Solo venti minuti a disposizione, non c’è ancora materiale ufficiale in circolazione (i ragazzi stanno registrando il loro primo EP), ma la direzione è chiarissima, il disegno è lucido, l’esecuzione non ammette repliche. Il basso rimbomba severo, perno strumentale sul quale inserire una chitarra tumefatta che ci scompagina e schiaffeggia con la stessa grazia dei Disfear e non lascia alcuno spazio a giri melodici di ampio respiro. In questo ecosistema devastato e agonizzante, ecco emergere la punta di diamante, l’urlo di dolore della singer Federica Rika Dal Bo, uno screaming scartavetrato, emanante una sofferenza acuta, da animale gravemente ferito. Lascia sempre interdetti sentire una ragazza giovane, fisicamente esile come Federica, uscirsene con delle linee così urticanti e dobbiamo ammettere che la cantante sa il fatto suo e ha un’espressività di primo livello. Ricorda, neanche tanto vagamente, la sfortunata Dawn Crosby, che firmò nei Détente l’acidissima prova vocale del seminale “Recognize No Authority”. Vedremo se in futuro i Calvario riusciranno a percorrere una strada di ‘successo’ (limitatamente al circuito crust/d-beat, si intende), le prime avvisaglie sono assolutamente positive.
(Giovanni Mascherpa)

INFALL

Se siete in cerca dei vecchi The Dillinger Escape Plan e in generale depredate famelicamente qualsiasi pubblicazione di radici math-core, occhio agli Infall. Formatisi da poco – sono in attività da febbraio 2014 – i ragazzi di Arona hanno già capito come si sta su un palco e su quali basi si debba fondare la propria musica. L’attacco frontale dei primi minuti sfiora il collasso nevrotico, ogni brano parte sparatissimo, aperto da rullate isteriche che ricordano molto da vicino “Calculating Infinity” e “Miss Machine” e quindi portati al caos più completo da contorsioni chitarristiche che pescano tanto dallo stile di Ben Weinman quanto da quello di Kurt Ballou, e ci buttano in mezzo anche qualche melodia sghemba in salsa djent. Un concentrato multivitaminico difficile da sbrogliare nei primi assalti, quando complice anche la voce ‘alla Jacob Bannon’ dell’ottimo Santa il senso di implacabile urgenza sembra prendere il sopravvento su una corretta costruzione delle canzoni. Impressione spazzata via dalla successione di eventi che contraddistingue un po’ tutti gli episodi offerti, nei quali trovano spazio alcune indecifrabili digressioni dissonanti e le due voci di supporto sbattono dentro cori ignoranti che mitigano, almeno in parte, il senso di assurdo permeante ogni nota. Buona l’idea di introdurre un minimo di sensibilità melodica tramite incisivi spaccati screamo, non lontani da un gruppo di confine come i Circle Takes The Square, anche se alcuni vocalizzi puliti del chitarrista Miky necessitano ancora di  essere perfezionati. Santa prova in tutti i modi a provocare gli sparuti avventori per avere un clima rovente in linea con gli strali hardcore della serata, purtroppo il numero di presenti è quello che é e a parte qualcuno nella prossimità del palco il coinvolgimento non arriva mai ai livelli sperati. Pazienza, dal canto loro i ragazzi ci hanno messo l’anima e hanno dimostrato di potersela giocare nello sterminato circo hardcore-metal di oggi.
(Giovanni Mascherpa)

LORD DYING

Integrati in un secondo momento al bill della serata, i Lord Dying dimostrano incontestabilmente che ci vuole un certo tipo di fisico per suonare sludge. Bisogna sudare grasso, sbocciare di pinguedine, travisare il bisogno di nutrimento con la bulimia, fisica e musicale. Perché fermarsi a una portata quando ce ne possiamo sbafare due in contemporanea? Dev’essere il motto del cantante/chitarrista Erik Olson, montagna umana occupante da sola mezzo palco, colosso di carne dal peso stimabile in un quintale e mezzo circa. Attorno gli si muove l’altro chitarrista Chris Evans, il batterista Rob Shaffer è regolarmente al suo posto, mentre del bassista Don Capuano non è vi è la minima traccia. Quando il power trio inizia a suonare, capiamo che del basso se ne può fare tranquillamente a meno, vista la carneficina generata dalle due asce, piccolo bigino di riff sludge ottusi come si usa dalle parti della Louisiana. Non è un caso che il leader vesta una maglietta/lenzuolo dei Crowbar, le ascendenze sono quelle, anche se poi il riffing vira spesso e volentieri sulle schitarrate un po’ fuzzone degli High On Fire e dei primi Mastodon, depurate degli orpelli più tecnici. Gli autori di “Poisoned Altars”, album che ne ha segnato nel 2015 il secondo capitolo discografico ufficiale, non fanno altro che pestare e rotolarsi nell’immondizia, lottando l’uno con l’altro a chi alza di più il volume e si porta più vicino al sovraccarico di frastuono. Bufali imbizzarriti nelle sterminate pianure americane prima che venissero colonizzate, questo sono i Lord Dying, dei picchiatori cavernicoli che usano gli strumenti come fossero clave e hanno lasciato ogni idea di finezza e musicalità ad alto quoziente intellettivo ben riposta nel cassetto più nascosto del comò di casa. Qualche sventagliata thrash cambia ogni tanto il registro di pezzi che, pur non brillando di una scrittura geniale, entrano facilmente in testa e non si piegano a un unico canovaccio: fra l’energia buttata in campo e la simpatia che un tale manipolo di redneck può generare, anche questo concerto diverte assai e ci stampa in faccia l’ennesimo sorriso della serata.
(Giovanni Mascherpa)

CANCER BATS

Poche storie: i Cancer Bats hanno dentro qualcosa che solo in pochissimi possono affermare di possedere. Non si tratta di una qualità ben identificabile, ce ne sono tante rilevabili nel collettivo, a partire da una genuinità di fondo e un’autenticità che te li fa amare in pochi istanti; ma parlando di questi ed altri singoli attributi e mettendoli in fila l’uno all’altro, ancora non si riesce ad arrivare a un sunto esaustivo del perché i Cancer Bats rappresentino quello che sono on-stage. È tutto l’insieme, dall’irruenza selvaggia alla foga esecutiva, fino all’affiatamento totale di quattro giovani uomini che sono grandi amici ancora prima che signori musicisti, a contribuire a un’esperienza tra le più sconvolgenti che possiate vivere dinnanzi a un palco. Chi scrive è stato ‘rapito’ da questa band dopo mezza canzone all’Hellfest 2012, guardando Liam Cormier sfasciarsi di headbanging trottando per il palco piegato in due, urlando l’impossibile nel microfono con modulazioni aggressive piene di toccante emozionalità; vedendo il bassista Jaye R. Schwarzer violentare il basso e sputare assatanato irascibili voci di risposta, mentre il buon Scott Middleton dava morbida musicalità e pastosa grassezza al suono. La magia si ripete intatta, potenziata negli effetti, sulle assi del Lo-Fi, con l’unico limite rappresentato da un pubblico troppo sparuto per causare la gioiosa macelleria ammirata di norma quando suonano i ragazzi (andatevi a pescare qualsiasi video su Youtube dove sono protagonisti, meglio ancora se tratti da qualche data londinese). “True Zero” assesta il primo colpo da KO e da qui in avanti non ci si potrà più fermare, chiamati in prima persona a ridurci a un fascio di nervi come chi abbiamo davanti, lì, a pochi centimetri da noi. La plancia degli effetti di Middleton è smisurata, l’unico aspetto che richiama una musica ragionata e raffinata all’interno di un contesto segnato dalla bramosia di dire tutto e subito, schiaffandoci addosso la verace felicità dei Cancer Bats nel trovarsi qui con noi, a mordere la vita a bocconi giganteschi senza risparmiarci o ragionare su quello che verrà dopo. Che virino su groove massicci e tarantolati come nel caso delle pazzesche “Bricks And Mortar” e “R.A.T.S.”, oppure si lancino sulle velocità sciagurate di “Road Sick” (manifesto dell’inarrestabile sete di esperienze on the road del gruppo), i Cancer Bats non si placano un momento, non sbagliano nulla, agguantano le vostre teste e le scuotono fino a staccarle di netto. Un capitolo a parte lo meriterebbe la prestazione sudata, sanguigna e sempre precisa e piena di feeling di Middleton, che giostra i suoi effetti emettendo ondulazioni, fischi e fraseggi hard rock così vissuti e sinuosi da scomodare paragoni con il miglior classic rock dei Seventies. Ma si sa, oramai le etichette, qualsiasi esse siano, ai canucks vanno strette: il treno lanciato oltre il muro del suono di “Hail Destroyer” è thrash-core al massimo della sua espressività, mentre “Beelzebub” rappresenta l’angolatura più rilassata venuta a galla nell’ultimo “Searching For Zero”. La caratura di una band la si vede da tante piccole cose, come quando in una pausa Liam Cormier invita due ragazzi un po’ eccessivi negli atteggiamenti, intenti a disturbare tutti nelle prime file, a levarsi di torno e andarsene in fondo al locale, perché stavano impedendo agli altri di godersi il concerto. Il buon Liam non si è fermato fino a quando non ha visto questi scompaginati figuri levarsi finalmente dalle prossimità del palco, e nel momento in cui uno di costoro si è riportato davanti e ha infastidito una fotografa, abbiamo colto lo sguardo assassino di Schwarzer all’indirizzo del personaggio in questione. I suoni debordanti aiutano a non far calare la sfrontata botta di suono offerta, neanche un breve blackout dopo circa quaranta minuti di esibizione può attenuare l’estasi di un concerto incendiario come pochi altri. Liam urla, parla, si sgola centuplicando le deflagrazioni dei dischi: polmoni inesauribili e collo d’acciaio per il ragazzo, che ci ricorda anche la bella iniziativa della raccolta fondi a favore della fondazione per la ricerca sul cancro Princess Margaret Cancer Foundation, proseguita fino al termine del tour e che culminerà con un completo taglio di capelli del cantante una volta tornato a casa. Anche gli episodi meno irruenti di “Searching For Zero” cambiano completamente faccia: non che le versioni in studio siano brutte, ma in concerto tutto prende una piega piacevolmente eccessiva, un sovraccarico elettrico gestito alla perfezione e condotto in porto senza mai scadere nella caciara. L’inno punk “Satellites”, con il suo contagioso “oooh, oooh” iniziale, chiude alla grande una prestazione ultraterrena, che vi sfidiamo a rintracciare in questa stessa formula da parte di qualcun altro. Dopo aver passato in mezzo ai fan tutto il tempo prima dell’esibizione, Liam e compagni si riportano dalle parti del merchandise, per farsi salutare, ricevere complimenti, scattare foto con chiunque glielo chiedesse. Vi sarebbe bastato leggere la gioia del singer nei suoi occhi sgranati a fine show, mentre si stava cambiando la maglietta inzuppata di sudore, per capire che i Cancer Bats non sono una band come tutte le altre: date fiducia a questi ragazzi, non vi deluderanno mai!
(Giovanni Mascherpa)

Setlist:
True Zero
Bricks & Mortar
Sorceress
Pneumonia Hawk
R.A.T.S.
Pray for Darkness
Arsenic in the Year of the Snake
Hail Destroyer
Trust No One
All Hail
Smiling Politely
Scared to Death
Buds
Road Sick
Beelzebub
Lucifer’s Rocking Chair
Drunken Physics
Sabotage
Satellites

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