Il concerto dei Creeper a Milano si annunciava come un disturbante viaggio all’interno di “un mondo nascosto fatto di sangue, decadenza” (citiamo testualmente), tanto da meritarsi l’etichetta di evento 18+.
Ciò a cui abbiamo assistito è stata invece una normale e rilassante serata goth all’interno del Q-Hub, grazioso locale incastonato in una zona industriale di via Mecenate oggi recuperata e valorizzata, con un bar fornito di buone birre, bagni puliti (particolare non irrilevante) e soprattutto un palco minuscolo ma ben attrezzato.
Nonostante l’interesse per la band di Southampton sia cresciuto significativamente anche in Italia, il pubblico accorso per questo evento non ha superato la cinquantina di persone, ed è stato un peccato, considerando lo show e la professionalità che il collettivo ha saputo mostrare. Uno dei motivi della scarsa risposta milanese può risiedere nella recente calata della band (novembre 2025) come supporto agli Ice Nine Kills, ma in ogni caso stasera gli spettatori, per quanto poco numerosi, non hanno mancato di fornire il calore necessario allo show, né di garantire supporto economico al merchandise.
Il compito di aprire la serata è affidato a THE HOWLING, gruppo inglese che raccoglie ex membri degli As Sirens Fall e di James And The Cold Gun, al debutto discografico con un EP, “Salvo”, in uscita a fine maggio. La band è capace di mescolare post-punk (inconfondibile il suono di basso in “Little Promises”), goth rock e un’evidente infatuazione per il buon Billy Idol e gli anni ’80, portati in scena grazie alla voce duttile del cantante.
Al di là di una qualità sonora non ottimale, si possono riconoscere nella band potenzialità che potrebbero presto renderla gradita a un pubblico decisamente più vasto.
Gli highlight di un concerto relativamente breve (circa quaranta minuti) rimangono la cover di “Like a Prayer” di Madonna, riletta in tono ironico ma non dissacratorio, e il refrain da perfetto singolo radiofonico di “Unholy”. Il consiglio è quindi quello di non perderli di vista, prima che vi prendano a tradimento su Spotify.
I due volumi di “Sanguivore”, prodotti da Tom Dalgety (suo anche il tocco in “Prequelle” dei Ghost), hanno confermato i CREEPER come una tra le più interessanti band nel panorama del rock alternativo inglese, grazie a un songwriting capace di attingere tanto dalle pantomime romantiche di Meat Loaf quanto dal gothic metal.
Quello che vediamo oggi sul palco del Q-Hub è dunque un gruppo rodato da quattro album e da numerosi concerti, con una scaletta principalmente focalizzata sugli ultimi due lavori, che si apre con “Mistress of Death” e prosegue per un’ora e venti senza pause.
Nei versanti più oscuri, come “Blood Magick (It’s a Ritual)”, sembra di assistere ai The 69 Eyes con l’età giusta per permettersi di esserlo (non ce ne vogliano Jyrki 69 e i suoi compari), mentre quando sono i toni più r’n’r a prendere il sopravvento (come in “Sacred Blasphemy”) si percepisce tutta l’ammirazione che gli inglesi nutrono per Tobias Forge e la sua creatura.
Lo show funziona principalmente per l’affiatamento dei musicisti e per le voci di Will Gould, più versatile, e della tastierista Hannah Greenwood, capace di donare il suo tono soul nei momenti opportuni.
Al netto di alcuni pezzi sfacciatamente da Eurovision, come “Cry to Heaven” e “Prey for the Night”, il concerto risulta godibile e trova il suo apice prima degli encore, con una versione da brividi, pianoforte e voce, della ballata “More Than Death” e con “Further Than Forever”, bignami musicale à la “The Rocky Horror Picture Show”, dove i componenti della band dimenticano per un secondo il costume da vampiro per abbandonarsi al ballo.
Il tutto finisce con una lunga coda al banco del merchandise, tra musicisti felici dal trucco colante e clienti intenti a scegliere tra i vinili disponibili. Onore a questo mondo fatto di sangue, decadenza (e Meat Loaf), allora.

