10/08/2025 - CRYPT SERMON + HORRENDOUS @ Black Heart - Londra (Gran Bretagna)

Pubblicato il 12/08/2025 da

Un’umida domenica sera londinese mette in scena due nomi che da anni si incrociano su strade parallele: i Crypt Sermon, nuovi alfieri dell’heavy-doom statunitense, sono alla conclusione di un breve tour estivo europeo, una manciata di date che li ha visti passare per alcuni importanti festival di settore.
I (techno) death metaller Horrendous, al contrario, sono appena atterrati nel Regno Unito per inaugurare un breve giro di concerti, il primo vero tour britannico della loro carriera. Londra, per loro, è dunque la partenza di un’avventura; per i Crypt Sermon, il punto di chiusura.
Il Black Heart, con la sua sala raccolta e le luci soffuse, si riempie in ogni ordine di posto: il sold-out è scontato, ma per due band ancora in ascesa resta un traguardo che vale la pena sottolineare. Qui, in questo pub di Camden, il pubblico è vicino, le transenne non esistono e ogni sguardo, ogni gesto, ogni espressione sul palco diventa parte integrante dello spettacolo.

Gli HORRENDOUS aprono le danze con puntualità e sicurezza, senza preamboli prolissi. Sin dalle prime note della clamorosa “The Stranger”, la loro impronta viene chiaramente trasmessa da una resa sonora più che accettabile, nitida a sufficienza per dare spinta al death metal del quartetto, il quale si conferma tecnico e articolato, attraversato da una vena classic che, dal vivo, si percepisce ancora più nettamente che su disco.

I duelli di chitarra tra Matt Knox e Damian Herring scandiscono un flusso sonoro in cui il gusto per la melodia e quello per la complessità si intrecciano in modo fluido. Non c’è fretta, ma neanche compiacimento: il quartetto dosa bene i momenti di respiro e le accelerate, costruendo un set che alterna strutture intricate a passaggi dal forte impatto diretto.
Sul palco, l’attitudine tradisce ancora più chiaramente influenze che vanno oltre il metal estremo: pose, sorrisi e interazioni richiamano più i Judas Priest che i Morbid Angel. Knox, che insieme a Herring si divide le parti vocali, è il vero frontman della situazione: si muove di continuo, incita il pubblico, mantiene un dialogo costante con chi ha davanti.
La scaletta pesca a piene mani sia dal nuovo album “Ontological Mysterium”, con brani che mostrano una band in continua espansione stilistica, sia dai dischi che li hanno fatti conoscere, come “Ecdysis”. L’effetto è quello di un percorso coerente, dove i capitoli più recenti si legano senza soluzione di continuità a quelli passati.

Davanti al palco parte anche un po’ di pogo e, in generale, il pubblico segue con attenzione: gli applausi si fanno via via più calorosi e la connessione tra palco e platea si rafforza brano dopo brano.
Nonostante sia una prima volta londinese, gli Horrendous non mostrano alcuna esitazione: c’è la naturalezza di chi ha già calcato palchi importanti oltreoceano e sa come trasmettere energia anche in spazi più intimi. La chiusura del set, sulle note di “Preterition Hymn”, è accolta da un applauso lungo e convinto, che lascia intravedere già una buona base di estimatori pronti a seguirli anche nelle date successive del tour. Speriamo che questa breve avventura britannica possa aprire le porte a un’attività live più decisa nel Vecchio Continente, dove sinora il gruppo ha davvero fatto poco per emergere.

 

Il cambio è rapido, e nel frattempo il Black Heart sembra guadagnare qualche grado di temperatura. Quando i CRYPT SERMON salgono sul palco, la sala è già densa di attesa. La differenza stilistica rispetto agli Horrendous si percepisce immediatamente: qui si entra in territori heavy-doom dal taglio epico, ma, in piena vena Candlemass, senza eccessi barocchi. L’impatto dei riff è poderoso, scandito da un incedere lento e solenne, ma sempre saldo nel cuore del metal tradizionale.
Il cantante Brooks Wilson si muove con sicurezza: gesti ampi, voce proiettata senza esitazioni, uno sguardo che abbraccia tutta la sala. Non è un frontman costruito su pose preconfezionate, ma uno che sa come tenere viva l’attenzione e portare il pubblico dentro l’atmosfera dei brani. La cosiddetta New Wave of Traditional Heavy Metal ha sfornato negli ultimi anni diverse realtà interessanti, ma non sempre i cantanti sono all’altezza della componente strumentale, perlomeno a livello di tecnica e carisma: qui invece voce e musica procedono di pari passo, con una coerenza che amplifica l’efficacia del live.

La scaletta privilegia i pezzi più diretti e dal forte impatto emotivo, lasciando meno spazio alle lunghe costruzioni atmosferiche. È una scelta che funziona bene in uno spazio raccolto come il Black Heart, dove la vicinanza con il pubblico amplifica la forza di ogni colpo di rullante e di ogni riff.
Le chitarre costruiscono muri sonori imponenti, mentre il basso, affidato allo stesso Matt Knox degli Horrendous, dona una solidità granitica all’insieme. Il passaggio dal ruolo di chitarrista solista e cantante in una band a quello di bassista di supporto nell’altra sembra non creare alcun attrito: Knox si muove con disinvoltura, contribuendo in modo sostanziale alla resa del set.
Tra un brano e l’altro, il clima resta intenso ma disteso: il pubblico reagisce con entusiasmo, e si percepisce la presenza di molti fan venuti principalmente per loro. I volti in prima fila cantano i ritornelli, muovono la testa al ritmo dei riff, e in alcuni momenti si crea quella sintonia rara in cui palco e platea sembrano un corpo unico.
Lo show è più breve rispetto a quello degli Horrendous, ma condensato e privo di momenti superflui: ogni pezzo sembra avere il proprio posto preciso, e la band si muove con un affiatamento evidente, frutto del rodaggio accumulato negli ultimi tempi. Quando l’ultimo brano, “The Master’s Bouquet”, si chiude e i volumi calano, resta nell’aria un senso di soddisfazione tangibile: non è stata solo una buona esibizione, ma uno di quei concerti in cui ogni elemento – dal suono alla risposta del pubblico – trova un equilibrio naturale.

Alla fine, la serata conferma una verità che chi frequenta certe latitudini musicali conosce bene: è nell’underground che il metal trova ancora linfa vitale. Qui non ci sono scenografie imponenti né numeri da stadio, e forse il futuro non riserverà più a questo genere le folle oceaniche del passato.
Quando i grandi nomi storici si ritireranno, sarà difficile vedere ancora raduni da decine di migliaia di persone. Ma per chi cerca l’autenticità, la passione e la possibilità di vivere la musica a distanza ravvicinata, l’underground continuerà a offrire serate come questa, in cui la magia accade a pochi metri dal palco e non si disperde nei vuoti delle grandi arene.
Questa doppia data londinese, al crocevia tra la fine di un tour e l’inizio di un altro, mostra due band in fasi differenti del proprio percorso, ma accomunate dalla capacità di suonare con convinzione e di creare un legame immediato con il pubblico. È un tipo di esperienza che si nutre di contatto diretto, di sudore condiviso, di amplificatori che vibrano a pochi centimetri. Ed è qui, in contesti come questo, che il metal continua a respirare con più forza.

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