A ventiquattr’ore dalla pubblicazione ufficiale del loro secondo album, i Cryptic Shift scelgono il cuore di Londra per celebrare in grande stile la cosa. Il 229, locale piuttosto centrale e sempre più noto alla scena heavy della capitale, apre le porte in prima serata e sin da subito la sua sala minore, scelta per ospitare l’evento, si riempie con decisione: l’affluenza è buona, costante, fatta di volti giovani e veterani dell’underground, segno che la curiosità attorno a “Overspace & Supertime” è concreta.
Si respira quell’atmosfera tipica dei release show: entusiasmo, aspettativa, la sensazione di partecipare a un momento di passaggio per una formazione che negli ultimi anni ha consolidato la propria reputazione live.
La line-up è stata selezionata direttamente dai padroni di casa e si percepisce una coerenza di fondo: ogni gruppo rappresenta una diversa declinazione del death e del thrash metal britannico, con un filo rosso che conduce dritto verso la proposta tecnica e progressiva degli headliner.
Si parte con i DESOLATOR, opener perfetti per rompere il ghiaccio in questo sabato sera. Il loro set ha un carattere nettamente old-school, senza fronzoli, diretto. I suoni necessitano di qualche rifinitura – la chitarra, nei momenti meno ‘dritti’, a tratti fatica a emergere – ma l’impatto è immediato. Il gruppo pare affondare le radici nello speed-thrash più ruvido e stradaiolo, con richiami evidenti a nomi come Slaughter, Tankard e Wehrmacht.
Il pubblico, ancora in fase di assestamento sotto il palco, inizia presto a muoversi, con il primo headbanging che presto si trasforma in un discreto ondeggiare collettivo. La band non inventa nulla, ma dimostra di aver studiato a fondo i classici, riproponendone l’energia con convinzione. È un set divertente, compatto, che svolge alla perfezione la sua funzione: scaldare la sala e predisporla a una serata di metal suonato con passione genuina.
Con gli UNBURIER il discorso si fa più tecnico e moderno. Il giovane quartetto vira verso un death-thrash più strutturato, dove il groove si intreccia a passaggi virtuosistici e cambi di tempo improvvisi. L’influenza di gruppi come Revocation affiora in diversi frangenti, soprattutto nelle linee chitarristiche più articolate e nei fraseggi solisti.
Purtroppo il suono si fa più impastato rispetto all’esibizione precedente: la batteria tende a coprire le trame delle chitarre e molte delle sfumature tecniche paiono perdersi nel mix. Emergono soprattutto i riff più diretti e groovy, quelli capaci di bucare la coltre sonora e raggiungere con chiarezza le prime file. I musicisti, comunque, appaiono affiatati e preparati, anche se alcune composizioni sembrano dilungarsi oltre il necessario, disperdendo un po’ di tensione. Nonostante ciò, il pubblico reagisce con rispetto e attenzione, e il parterre continua a infittirsi. La sala ora è piena, l’aria si scalda e l’attesa per gli special guest cresce visibilmente.
Quando salgono sul palco i MITHRAS, l’atmosfera cambia ancora. C’è un rispetto palpabile nei confronti di una band che, nel nuovo millennio, ha rappresentato una delle punte più avanzate del death metal britannico. Guidati dal polistrumentista Leon Macey, oggi alla chitarra e voce, i Mithras si presentano in formazione a tre: al suo fianco il batterista Ben White e il bassista Vic Lochab. Un terzetto essenziale, ma tutt’altro che scarno in termini di resa sonora.
Macey domina la scena con naturalezza. Il suo modo di suonare, tecnico ma mai sterile, riesce a riempire gli spazi lasciati dall’assenza di una seconda chitarra. Il suono resta quasi sempre sorprendentemente pieno e avvolgente, complice anche un miglioramento netto del mix rispetto agli Unburier. La base morbidangeliana del gruppo emerge con forza – quei riff obliqui, quelle scale dissonanti che rimandano idealmente ai fasti di metà anni Novanta – ma il trio, ovviamente, non si limita a un esercizio di stile. Le composizioni si aprono in digressioni atmosferiche, in passaggi quasi cosmici che espandono il raggio d’azione ben oltre il death metal tradizionale.
Brani tratti dal debutto e da album come “Behind the Shadows Lie Madness” vengono eseguiti con precisione chirurgica, ma anche con una certa libertà interpretativa. Ci sono piccole deviazioni che mantengono alta la tensione. Il pubblico risponde con entusiasmo crescente: headbanging convinto, applausi prolungati tra un pezzo e l’altro, urla di approvazione che sottolineano i passaggi più intricati. Il set scorre quindi senza pause significative: i Mithras sembrano voler concentrare in quaranta minuti tutto il peso della loro eredità artistica. Non c’è bisogno di grandi discorsi: è la musica a parlare. E parla con autorevolezza.
Quando lasciano il palco, il senso è quello di aver assistito a qualcosa di speciale, non solo per la qualità dell’esecuzione ma per il valore storico che la band rappresenta per questa scena.
Arriva quindi il momento dei protagonisti principali: i CRYPTIC SHIFT salgono sul palco accolti da un boato. Il release show di “Overspace & Supertime” entra nel vivo e la scaletta, com’era prevedibile, ruota attorno al nuovo materiale. L’impatto è immediato: riff arrembanti, cambi di tempo repentini, strutture labirintiche che si intrecciano con un’attitudine dichiaratamente anni Ottanta/Novanta.
Il chitarrista e cantante Xander Bradley si conferma mattatore della serata: tra headbanging furioso e pose metal dal sapore classico, guida la band con sicurezza, alternando parti vocali abrasive a sezioni strumentali complesse. L’intesa tra i musicisti è evidente: ogni stacco, ogni accelerazione viene eseguita con precisione.
La platea, dal canto suo, è un turbine: si vedono molti giovani – dettaglio incoraggiante – che reagiscono con pogo vivace e telefoni sollevati a immortalare le peripezie sul palco. L’energia è contagiosa e i nuovi brani mostrano tutta la loro ambizione: lunghe suite che mescolano velleità progressive, death e thrash in un caleidoscopio sonoro ambizioso. Come su disco, alcune derive strumentali possono apparire sin troppo diluite e impegnative, ma dal vivo l’intensità compensa eventuali eccessi.
Quando partono pezzi come “Cryogenically Frozen” e “Hexagonal Eyes”, la sala esplode. Sono brani che sintetizzano alla perfezione l’identità del gruppo: sperimentazione velleitaria ma ancorata a una solida base thrash-death. I riff restano impressi, i cambi di atmosfera sono puntuali, e la band riesce a tradurre sul palco la complessità del nuovo lavoro senza perdere mordente.
Il suono, ora, è potente e definito: ogni strumento trova il proprio spazio, permettendo di apprezzare le trame intrecciate delle chitarre e la precisione ritmica della sezione basso-batteria. La reputazione live costruita negli anni trova quindi piena conferma: i Cryptic Shift sono rodati, preparati, e si muovono con disinvoltura anche nei passaggi più intricati.
Il finale è accolto da un’ovazione e la sensazione è quella di una band in crescita, che con questo secondo album compie un passo deciso verso una dimensione superiore. Il pubblico sembra soddisfatto e consapevole di aver assistito a un momento significativo del percorso del gruppo.
A conti fatti, il release show al 229 si rivela insomma un successo sotto ogni punto di vista: affluenza solida, line-up coerente, performance di alto livello. Se questo è il punto di partenza per il ciclo di “Overspace & Supertime”, è lecito immaginare che la prossima volta che i Cryptic Shift torneranno a suonare a Londra lo faranno davanti a una platea ancora più ampia.

