Report di Giacomo Slongo
Foto di Benedetta Gaiani
Gli anni passano, ma il fascino esercitato da un album come “None So Vile” sulla scena death metal non sembra destinato a scemare.
In primis, devono essersene resi conto anche i Cryptopsy, i quali non si sono certo fatti problemi a mettere in disparte l’ultimo “An Insatiable Violence” – ancora fresco di stampa su Season of Mist – per celebrare con un tour europeo il trentennale del suddetto capolavoro del ‘96, gettando in qualche modo la maschera sulla necessità di cavalcare l’onda della nostalgia per continuare ad essere rilevanti e appetibili agli occhi del mercato contemporaneo.
Preso atto della cosa, e del fatto che parlando del periodo ‘old-school’ della band canadese venga sistematicamente ignorata l’epoca DiSalvo, forte di capolavori come “Whisper Supremacy” e “And Then You’ll Beg”, lungi da noi lamentarci troppo.
Del resto, parliamo di uno dei classici ‘dischi della vita’, un’oasi da visitare ogniqualvolta si desideri riscoprire il concetto di pazzia applicato alla tecnica, un monumento alla barbarie più parossistica, la cui riproposizione (quasi) integrale è stata anticipata da tre gruppi che – anche a giudicare dai commenti uditi all’interno del Legend Club di Milano – hanno contribuito non poco al successo dell’unica data italiana, attirando frotte di giovanissimi all’interno della venue di Viale Enrico Fermi…
I primi a salire sul palco, in leggero ritardo sulla tabella di marcia, sono i CORPSE PILE, formazione del roster Maggot Stomp che fin qui ha preferito muoversi per piccoli passi, insistendo sul formato EP (l’ultimo, “In the Beginning…”, risale allo scorso ottobre) e continuando a rimandare l’appuntamento con il debut album.
I ragazzi, giunti in Europa con una chitarra in meno, hanno un pedigree di date live impressionante, e impiegano pochissimo per imporsi di fronte a un pubblico che sembra non vedere l’ora di scatenarsi sulla loro proposta ignorante e percussiva, radicata nella tradizione di brutti ceffi come Internal Bleeding, Devourment e Dehumanized.
Fra ‘slammoni’, influenze hardcore e accelerazioni repentine, è un attimo prima che gli spettatori più esagitati si lancino in mosse da “Karate Kid” nel pit, mentre dal palco il frontman Jason Lionel Frazier approfitta delle pause per scagliarsi violentemente contro il Presidente in carica e il sistema politico americano, in uno show che, alla ferocia di certo brutal death metal a stelle e strisce, riesce a sommare un messaggio consapevole e sentito, superando i cliché a base di torture e omicidi del genere.
Un inizio efficace e coinvolgente (basti sentire i breakdown di “Fed to the Starved” e “Fuck Your Life”), che ci porta a segnare sul taccuino il nome del gruppo di Houston.
Dopo la manata dei Corpse Pile, si cambia registro con gli INFERI, band che negli Stati Uniti può dirsi ormai una presenza live costante e consolidata, ma che nel Vecchio Continente deve ancora farsi le ossa.
Il quartetto di Nashville rientra appieno in quel calderone techno/melodic death metal, a sua volta irradiato da elementi death-core, djent e sinfonici, tipico del catalogo The Artisan Era, e anche stasera fa della compattezza e della preparazione strumentale i perni attorno cui imbastire la sua performance.
Un flusso ininterrotto di chitarre taglienti e sparate alla velocità della luce, stop’n’go più quadrati e voci multiformi (a richiamare spesso l’impostazione di Travis Ryan dei Cattle Decapitation) che gli amanti di un certo tipo di extreme metal laccato e sgargiante accolgono evidentemente come un motivo di interesse e ‘presa bene’, ma che dal canto nostro ci lascia un po’ freddini, vuoi per una questione di gusti, vuoi per un repertorio dalla personalità non proprio affinatissima, vuoi per dei suoni (specie se pensiamo alla batteria ultra-triggerata) che amplificano quel senso di meccanicità già insito nella proposta, quasi come se il tutto venisse filtrato in diretta da un computer.
Non si registrano difetti evidenti, e anzi il gruppo appare decisamente carico e professionale all’altezza di episodi come “The Rapture of Dead Light” o “Heaven Wept” (dal nuovo disco in uscita ad aprile), ma il tempo a sua disposizione scorre senza lasciarci un’emozione vivida di quanto avvenuto sul palco.
Se dicessimo che metà del pubblico è accorsa per loro, forse, diremmo un’inesattezza, ma di sicuro i 200 STAB WOUNDS hanno dimostrato di essersi costruiti una fanbase solidissima anche dalle nostre parti, questo nonostante il loro ruolino di marcia conti una sola apparizione nel Bel Paese prima di quella di stasera (di spalla ai Gatekeeper, nel novembre 2024).
Magie delle dinamiche social e di una proposta che per molti ragazzi sta fungendo da ‘entry level’ al vasto mondo del death metal, nella quale un impianto rozzo e brutale – figlio dei classici di Cannibal Corpse e Dying Fetus – è puntualmente scosso da bordate ignoranti di derivazione metallic hardcore, per un cocktail che i giusti accorgimenti, dal moniker azzeccato alle copertine splatter, passando per l’endorsement di colossi come Nails, Obituary o dei suddetti autori di “The Bleeding” e “Destroy the Opposition”, hanno poi reso irresistibile per tutta una frangia di ascoltatori under 20.
Che sia per un motivo o per l’altro, l’accoglienza che buona parte del pubblico riserva al quartetto di Cleveland è degno di un headliner, anche a fronte di un suono che, tolta la foga generale, in particolare del cantante/chitarrista Steve Buhl, non può certo dirsi stupefacente.
Ancor più che su disco, i brani danno infatti l’impressione di svilupparsi a casaccio, con parti assemblate tra loro alla bell’e meglio sul filo di un’istintività barbarica, motivo per cui è meglio badare all’impatto sprigionato dalle varie “Drilling Your Head”, “Gross Abuse” e “Itty Bitty Pieces”, piuttosto che alle effettive capacità di songwriting della band.
Sotto questo punto di vista, i Nostri sanno indubbiamente come fomentare la platea, complice l’esperienza accumulata in anni di tournée ininterrotte, ma restiamo dell’idea che la gavetta da fare, da un punto di vista prettamente artistico, sia ancora tanta.
Quando arriva il momento dell’ultimo giro di boa della serata, la sala è ormai stracolma, la mobilità al suo interno limitata e il successo dei CRYPTOPSY quasi già scritto.
Fa specie – soprattutto in Italia – vedere un nome di questo tipo godere di un simile riscontro, specie se pensiamo al numero di spettatori che quest’ultimo attirava fino a non troppo tempo fa; a quanto pare, il ricambio generazionale di cui più volte abbiamo parlato nei nostri report ha saputo diventare in questa occasione evidenza tangibile, favorito anche dalla scelta degli headliner di affidare a band più ‘cool’ e giovani il ruolo di supporti.
Una mossa intelligente (simile a quella degli amici Suffocation, spesso accompagnati da virgulti della scena death-core) che ha insomma dato i suoi frutti, mettendo il quartetto canadese nelle condizioni di esibirsi in un contesto degno della sua importanza storica.
Dopo un inizio quantomeno bizzarro, affidato a una versione rimaneggiata di “For Whom the Bell Tolls” in cui, a sorpresa, è apparsa anche la voce di Dave Mustaine (una perculata dopo la recente cover di “Ride the Lightning”?), è spettato al riff iconico di “Slit Your Guts” dare il via allo show, lasciando subito intendere che i festeggiamenti di “None So Vile” non seguiranno l’ordine esatto della tracklist.
Rodatissimo dopo le numerose date macinate nel corso di questo tour, e forte di una preparazione che – come al solito – lascia basiti per controllo, potenza e precisione, il gruppo di Montréal imbastisce uno spettacolo che porta presto a scomodare il titolo di un vecchio EP dei Napalm Death, ossia “Leaders Not Followers”; chiaro, la superiorità di buona parte del materiale infilato in scaletta (da citare anche “Serial Messiah”, dall’esordio “Blasphemy Made Flesh” del ’94) basterebbe da sola a fare la differenza, ma Flo Mounier e compagni ci mettono comunque il loro per impressionare, combinando tecnica e fisicità in un’oretta di performance in grado di sfiorare a più riprese il tripudio generale, vedasi l’invasione di palco in stile concerto dei Terror immortalata anche sui canali social della formazione.
Spiace per i suoni, inspiegabilmente poco curati per quanto riguarda la batteria del leader/membro fondatore, ma questa è fondamentalmente l’unica pecca imputabile alla resa complessiva: omettendo “Dead and Dripping” e “Lichmistress” in favore di qualche episodio da “An Insatiable…” e “As Gomorrah Burns”, ma dando tutto il risalto del caso alle immortali “Graves of the Fathers”, “Crown of Horns” e “Phobophile”, i Cryptopsy – guidati da un Matt McGachy come sempre a suo agio sulle perverse linee vocali ideate dal frontman originale Lord Worm – sbancano il Legend Club con la più classica (ed efficace) delle lezioni di storia, confermando così il loro periodo fortunato e l’ottimo stato di salute del movimento death metal. Alla prossima, come si suol dire.
Setlist Cryptopsy
Slit Your Guts
Until There’s Nothing Left
Serial Messiah
Dead Eyes Replete
Benedictine Convulsions
Graves of the Fathers
Godless Deceiver
Crown of Horns
Phobophile
Orgiastic Disembowelment
Malicious Needs
CORPSE PILE
INFERI
200 STAB WOUNDS
CRYPTOPSY






























































































































