28/01/2026 - D-A-D + THE 69 EYES @ Live Music Club - Trezzo Sull'Adda (MI)

Pubblicato il 01/02/2026 da

Report di Giovanni Mascherpa

Metti due delle migliori rock band scandinave in tour assieme, da co-headliner. Piazzale a metà settimana in uno dei migliori locali da concerto del nostro paese, gradevolmente ben riscaldato. Cosa mai potrà andare storto?
Proprio niente e infatti, alla fine, sarà una gran serata. Partiamo dall’inizio: l’idea di un tour così concepito ci aveva incuriosito, mettendo assieme due band con alcune analogie ma anche importanti differenze stilistiche.
I The 69 Eyes appartengono ai cultori dei The Sisters Of Mercy e del gothic rock, da loro rielaborato in chiave glam e accattivante, con una carriera che li ha visti portare avanti questo discorso dai primi anni ’90 e ad oggi li ha visti sopravvivere in una scena, quella hard rock contemporanea, che sembra concedere buona visibilità sia ai vecchi leoni che alle nuove leve.
Poi ci sono loro, i quattro cartoni animati di Copenhagen, in giro dai primi anni ’80, nel tempo divenuti un culto fondamentale per chiunque si nutra di rock’n’roll, punk e glam, con queste sfumature a mischiarsi tutte assieme in uno stile tra i più iconici e inimitabili in circolazione.
Entrambe le formazioni vantano una continuità non da poco nelle pubblicazioni e nell’attività concertistica: in mezzo a tanti colleghi che sono andati a fasi alterne e hanno sofferto pause più o meno volontarie, la loro longevità e assiduità nel pubblicare nuova musica e suonare dal vivo è davvero meritoria. Ci conforta anche che sia The 69 Eyes che D-A-D abbiano nel nostro paese uno zoccolo duro di fan fedeli, consentendo quindi una discreta affluenza complessiva alla data di Trezzo sull’Adda.
Certo, saremo ben lontani dal pienone a fine serata, ciò nonostante i presenti, dall’età media sicuramente non freschissima – chi scrive compreso, intendiamoci – hanno partecipato con fanciullesco calore, incitando a gran voce i musicisti e divertendosi senza bisogno di utilizzare troppo lo smartphone.

I THE 69 EYES partono in perfetto orario alle otto di sera in punto, davanti a una platea ancora abbastanza sparuta ma già ben calda e pronta a farsi sentire.
Le prime file si mostrano subito agguerrite, mentre la band non sta tanto a girarci attorno e da par suo spara subito cartucce pregiate, con “Devils” e “Don’t Turn Your Back On Fear”. I suoni sono discreti, i volumi non altissimi e non andranno purtroppo ad aumentare granché durante l’esibizione, togliendo un po’ di impatto a un gruppo che ne avrebbe assai bisogno.
Fin dalle prime mosse sul palco, l’impressione è quella di una formazione ancora in grado di dire la sua, precisa ed enfatica il giusto nel suo hard rock notturno, piacione, ben congegnato nelle melodie e nei ritornelli. Certo, i movimenti sono ridotti all’osso e il solo cantante Jyrki 69 si occupa di creare intrattenimento, muovendosi sinuoso e panteresco per il palco. La sua voce tiene fede al suo ruolo di incantatore e seduttore, trovando nelle note più basse e baritonali le linee vocali più intriganti.
Chi scrive ammette di non essere un grande fan del quintetto finnico, e probabilmente il giudizio è frenato anche da questo aspetto: al netto di impegno, professionalità e fedeltà alle tracce suonate – non ci sono vere sbavature nell’esibizione – i The 69 Eyes danno l’idea di essere una realtà invecchiata così così, un poco opaca e priva del mordente che sarebbe necessario infondere nella propria musica.
Un’impressione probabilmente non condivisa da chi li acclama da inizio a fine concerto e canta le loro canzoni a gran voce, e ci sta, perché la scaletta è davvero ricca (diciassette pezzi, chapeau), pesca da molti periodi diversi della discografia e vede la formazione sufficientemente empatica – per i suoi standard – nel relazionarsi col pubblico. Per nulla frettoloso anche l’encore, vissuto in un trittico al cardiopalma chiuso tra gli appalusi con “Lost Boys”.

Setlist:
Devils
Don’t Turn Your Back on Fear
Feel Berlin
Gotta Rock
I Survive
Betty Blue
If You Love Me the Morning After
Drive
The Chair
Never Say Die
I Love the Darkness in You
Wasting the Dawn
Gothic Girl
Brandon Lee

Encore:
Framed in Blood
Dance d’Amour
Lost Boys

Si può aver visto i D-A-D visti una marea di volte, si può anche ammirarli sul palco una settimana di fila, più volte al giorno: comunque non stancherebbero mai. Per loro il concetto di routine – o del portare semplicemente a casa la pagnotta col minimo dello sforzo – non esiste proprio.
Ed è così che questa piccola (piccola?) leggenda dell’hard rock ricrea la sua proverbiale magia anche sul palco del Live Club. Quando appaiono, freschi come rose nonostante un’età che, come per tutti gli esseri umani, scorre inesorabile e severa, si capisce già che loro, oramai considerabili quasi cari vecchi amici, sono qua per far divertire da matti e far dimenticare, per almeno un’ora e mezza, le mille piccole e grandi nefandezze del quotidiano.
Stig Pedersen, il bassista dai mille improbabili bassi a due corde, si presenta come se, invece di suonare, dovesse dedicarsi a un’attività, diciamo, più fisica e meno nobile in qualche postribolo, ricordando nell’outfit quello di qualche navigata e assai invecchiata signora a caccia di compagnia. Laust Sonne alla batteria ha indosso quella che sembra una vestaglia da casa degli anni ’80, quelli che si vede nei film ambientati in qualche magione da ricchi.
I fratelli Binzer sono nettamente più sobri, Jacob serafico con la tuba in testa a celare la calvizie, Jesper tarantolato e tutto una sagoma nelle sue divertenti espressioni e i tendini del collo tutti tesi nello sforzo del canto. “Jihad” così, di botto, in apertura, ed è già Natale un’altra volta, meglio, Disneyland tutta per noi durante una splendida nottata di bagordi.

I suoni inizialmente sembrano avere gli stessi problemi del primo concerto, ma in questo caso le cose andranno a migliorare, concedendo ai danesi quel che serve per far deflagrare la loro frizzante energia. Nel frattempo le presenze sono cresciute, l’aria è ancora più elettrica di prima e il quartetto va in vertiginoso crescendo, un pezzo alla volta, alla sua maniera, sfrenato, preciso e debordante feeling come è raro vedere per chi fa questo mestiere da oltre quarant’anni.
Volendo utilizzare un termine fin troppo abusato negli ultimi, eppure calzante nel loro caso, i D-A-D, nel dissertare di rock’n’roll, sono semplicemente ingiocabili.
Bene gli estratti dall’ultimo “Speed Of Darkness” (colpevolmente sottovalutato da chi scrive in sede di recensione); “The Ghost” e la sua struggente malinconia ci era già apparsa come una gran perla e dal vivo lo dimostra eccome, caricando di emozionalità il concerto, che passa al piano superiore con la preistorica “Riding With Sue”, cantata da Pedersen con un fare da personaggio da cartone animato totalmente su di giri e che rimane un piccolo capolavoro di equilibrismo tra punk e parodia, sberleffo e rock di lignaggio.
Una “Something Good” dilatata nell’assolo e allungata come solo i grandi rocker possono permettersi vede Jesper scendere in sala e concedersi senza indugi ai fan mentre canta, facendo un largo giro tra le prime file prima di tornare sul palco. “Grow Or Pay” e “Point Of View” ci buttano in beate, coloratissime e un filo malinconiche atmosfere ottantiane: il misto di velata tristezza, divertimento e intimismo che veicolano rimane intatto nell’impatto emotivo e sono interpretate in modo magistrale anche in questa occasione.

Scorre tutto intensissimo e fin troppo veloce, perché vorremmo tenerli tra noi più a lungo, mentre li guardiamo ammirati nelle loro pose iconiche, Stig a dondolare sugli amplificatori, Jesper a inscenare il consueto botta e risposta vocale con Laust, Jacob a osservare sornione, meraviglioso nei suoi cangianti assoli.
Debordanti fino all’ultimo, con una spettacolare “Bad Craziness” a chiudere prima di un obbligatorio, prevedibile e corposo bis. La doppia chitarra acustica dei fratelli Binzer serve a toccarci il cuore con “ Laugh ‘n’ a ½”, il mega-classico “Sleeping My Day Away” a creare un’ultima baraonda e farci apprezzare un altro piccolo stravolgimento, laddove la solista di Jacob pennella un altro lungo assolo immaginifico.
Infine, come da tradizione, “It’s After Dark” e quella palpabile sensazione che – ahinoi – tocca davvero chiuderla qua per stasera, un’ultima birra e tutti a nanna. Anche se data la botta di adrenalina, addormentarsi sarà più difficile del solito…

Setlist:
Jihad
1st, 2nd & 3rd
Girl Nation
Speed of Darkness
Rim of Hell
Riding With Sue
The Ghost
Something Good
Grow or Pay
Point of View
Monster Philosophy
Everything Glows
Bad Craziness

Encore:
Laugh ‘n’ a ½
Sleeping My Day Away
It’s After Dark

 

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