24/08/2015 - Deafheaven + Marriages @ London Scala - Londra (Gran Bretagna)

Pubblicato il 25/08/2015 da

Entrambi freschi reduci dell’edizione 2015 del sempre più noto ArcTanGent, festival post/math rock che si svolge a Bristol, Deafheaven e Marriages calano a Londra per uno show aggiuntivo prima di rientrare negli States. È lunedì, ma la fama di queste due formazioni è in netta crescita e l’affluenza non ne risente affatto; anzi, ad occhio la Scala sembrerà addirittura essere prossima al sold out durante l’esibizione degli headliner! D’altronde, sia Deafheaven che Marriages sono oggi perfetti esempi di gruppo-ibrido: le loro proposte abbracciano varie influenze e, di conseguenza, il loro seguito è a dir poco eterogeneo. Soprattutto i primi riescono a richiamare in un solo colpo fieri black metaller con magliette di Emperor e Hate Forest, indie boy, cosiddetti hipster e persino signori di mezza età in giacca e cravatta. Insomma, più che una band destinata a dividere, i Deafheaven in questa sede paiono piuttosto una band bravissima ad unire. Del resto, i californiani sono soliti ricevere le critiche più severe solo negli ambienti (metal) più oltranzisti: chi vive la musica con maggior serenità e/o la vede solo come puro intrattenimento di norma non ha problemi ad accettare certe contaminazioni o un look diverso da solito. Magari con il nuovo album in uscita su Anti Records il quintetto romperà ulteriori barriere o riuscirà ad ingrandire ulteriormente la propria base di fan, ma questi sono discorsi che dovranno essere fatti in un secondo momento; questa sera i Deafheaven sono per un’ultima volta ancora quelli di “Sunbather”…

deafheaven - london - 2015

MARRIAGES

Il concerto dei Marriages è – lo diciamo subito – sorprendente. La lineup è ridotta all’osso, con Emma Ruth Rundle alla chitarra e voce, Greg Burns al basso e alla tastiera e Andrew Clinco alla batteria, ma la resa sonora non delude affatto le aspettative create dal clamoroso “Salome”. Non si può parlare di vera e propria presenza scenica, dato che sia la Rundle che Burns non osano allontanarsi dalle loro posizioni ai lati opposti del palco, ma lo show riesce comunque a configurarsi subito come un’esperienza sublime. La frontgirl non interagisce assolutamente con i fan, gioca con le corde della sua chitarra con fare sicuro e non trascura nulla di ciò che a livello strumentale è stato messo in mostra sull’ultimo disco, mentre la sua voce esplode autoritaria, quasi a voler mettere immediatamente a tacere dubbi e timori da parte del pubblico. Impossibile staccare gli occhi da questa cantante, bravissima nel tessere trame post rock e post punk con il suo strumento, e ad immergerle poi in un che di sciamanico, come se l’esibizione fosse in realtà un suo personale percorso spirituale. Senza nulla togliere ai suoi capaci compagni, è la Rundle il motore e l’unico vero highlight dello spettacolo: ogni verso è uno scossone, ogni pizzicata un tuffo al cuore. “Ten Tiny Fingers” e “Less Than” i momenti topici dello show, ma, a ben vedere, sarebbe un delitto buttare qualcosa di questi quarantacinque incantevoli minuti.

Setlist:

Ride in My Place
Ten Tiny Fingers
Southern Eye
The Liar
Skin
Salome
Less Than
Part the Dark Again

DEAFHEAVEN

Il set dei Deafheaven è ovviamente ben più irruente: dal vivo le influenze black metal prendono il sopravvento sul resto e la grandine di blast-beat non concede campo a fraintendimenti. Il gruppo è da qualche tempo diventato ufficialmente un quintetto, ma, come prevedibile, è il frontman George Clarke, con camicia impeccabile e taglio di capelli da gerarca nazista, a catalizzare tutte le attenzioni. Bassista e chitarristi – persino Kerry McCoy, il principale compositore della musica – risultano poco più che dei turnisti di fronte alla verve del cantante. Una volta Clarke appariva più compassato e tendeva a muoversi lentamente, adottando pose plastiche e fissando spesso un punto imprecisato all’orizzonte; oggi il frontman è invece ben più sciolto e visibilmente coinvolto nella performance. Forse il biondo vocalist ormai è consapevole di essere diventato un personaggio e quindi ha perso parte delle vecchie inibizioni: corre, salta, si concede all’abbraccio delle prime file e addirittura arriva a chiamare stage diving. Dopo nemmeno due tracce sarà già completamente madido di sudore, complice anche la suddetta camicia chiusa sino all’ultimo bottone. A livello musicale, fa piacere constatare il grande affiatamento raggiunto dai ragazzi californiani, ormai diventati una live band più che rispettabile. Dei suoni sufficientemente nitidi li aiutano, ma comunque si nota un maggiore livello di compattezza rispetto alle prime prove dal vivo: la sezione ritmica non sbaglia un colpo e i chitarristi duellano con disinvoltura, quasi come se si trovassero in sala prove per conto loro. Il riffing più arcigno di brani recenti come la nuovissima “Brought to the Water” e il precedente singolo “From the Kettle Onto the Coil” (quasi alla vecchi Opeth la parte centrale di quest’ultima) donano poi un po’ più di impatto e dinamismo all’esibizione, creando dei piacevoli contrasti con le trame più romantiche di pezzi come “The Pecan Tree”. Insomma, a conti fatti i Deafheaven con un’ora abbondante di spettacolo riescono a giustificare almeno in parte il cosiddetto “hype” venutosi a creare attorno al loro nome. Non saranno dei geni, ma al tempo stesso risulta assai difficile chiamarli dei fenomeni da baraccone o degli incompetenti totali, come invece sostiene qualche difensore della vera fede. Tra tutti i loro concerti a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello di questa sera è stato di gran lunga il più riuscito e gradevole.

Setlist:

Brought to the Water
Irresistible
Sunbather
From the Kettle Onto the Coil
The Pecan Tree
Unrequited
Dream House

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