23/06/2014 - Death To All + Gorguts + Exence + Carved @ The Jungle - Cascina (PI)

Pubblicato il 29/06/2014 da

A cura di Edoardo De Nardi

Il The Jungle a Cascina, Pisa, si preannuncia come uno dei punti caldi di quest’estate metallica, visto che andrà ad ospitare numerose ed interessanti serate dedicate al nostro genere preferito. Oggi si aprono le danze con una data molto discussa, ovvero quella che vede headliner i Death, o meglio, quel che ne rimane a seguito della scomparsa del mastermind e fondatore Chuck Schuldiner, avvenuta ormai oltre un decennio fa. Ad accompagnarli per tutte le date europee, troviamo i canadesi Gorguts, ancora carichi dopo gli ottimi responsi ricevuti dal recente “Colored Sands”, uscito l’anno scorso, e solo per questa data due buone realtà italiane, gli Exence ed i Carved. Metalitalia.com vi racconta come è andata la serata, facendo luce sul ritorno di una band dal passato leggendario!

 

Death To All - locandina - 2014


CARVED

I Carved, puntuali, danno il via ai concerti della serata, tentando di aggredire subito gli ascoltatori piuttosto che cercare di calarli gradualmente nella performance: dalla loro, sfoderano un thrash metal meccanico e moderno, non disdegnoso in diversi momenti di aperture tipicamente death metal, attente però a non sfociare mai nel versante extreme di questo genere musicale. I pezzi più spinti di “Dies Irae” vengono forse bruciati con un po’ troppo impeto da parte dei ragazzi liguri, che a circa metà della loro esibizione cambiano abbastanza palesemente volto alla loro prestazione ammorbidendo sensibilmente i toni ed introducendo una massiccia componente melodica nella propria impostazione. In qualche occasione, i lead melodici e gli inserti orchestrali risultano sentiti ed alquanto riusciti, anche se l’improvvisa svolta stilistica appena descritta stride in parte con quanto sentito durante i primi pezzi eseguiti. Il cantante Cristian Guazzon, comunque, non sembra affatto intimidito dalla situazione, incitando costantemente e cercando di rendere partecipe il pubblico, che, non ancora numeroso, reagisce però con relativo calore alle gesta della band. In circa mezz’ora i giochi sono fatti e, dopo gli ultimi pezzi ed i doverosi saluti di rito, i Carved pongono fine ad una prova non esaltante, ma comunque sufficiente grazie anche a dei suoni generali già più che decenti.

EXENCE
Rispetto al primo gruppo, gli Exence possono vantare l’esperienza pluriennale del chitarrista Federico Puleri, in forze da anni ai rinomati Vision Divine, e sull’apporto per niente trascurabile della coppia Lastrucci/Tortoli, rispettivamente al basso e alla chitarra ritmica, veri e propri motori trainanti fondamentali nel mantenere sempre vivo e pulsante il groove di cui la musica degli Exence si nutre primariamente, condita da fulminee incursioni solistiche ad opera del biondo chitarrista toscano e da un drumming pesante e cadenzato, figlio della scuola post-thrash americana capeggiata da gente come Machine Head e Lamb Of God, il tutto però rivisitato in chiave leggermente più tecnica e cervellotica. Nel complesso quindi, l’impatto generale rimane lo stesso presentato dai Carved, gestito però dagli Exence con maggiore sapienza e meno svarioni stilistici, sorretti dalle vocals urlate di Riccardo De Simone, che durante tutto il minutaggio a sua disposizione, si sgola e si agita per raccogliere dal The Jungle urla di incitamento ed applausi a fine pezzo. Chi aveva apprezzato l’ultimo studio album “Tabula Rasa” non potrà che rimanere soddisfatto dalla resa dei pezzi in sede live, visto che i cinque musicisti ripropongono le canzoni con precisione encomiabile e con una scioltezza che denota grande conoscenza del mestiere, nonostante la giovane età di alcuni membri e soprattutto del batterista, appena entrato nelle file della band ed autore peraltro di qualche piccola sbavatura, invero abbastanza ininfluente sul giudizio generale. Con il susseguirsi dei brani, la formula compositiva inizia a mostrare un po’ la corda, ma poco prima che la noia inizi a subentrare alla buona impressione fin qui maturata, si arriva fortunatamente alle note conclusive, che lasciano spazio all’arrivo di Luc Lemay e dei suoi Gorguts.

GORGUTS
Tornati in pompa magna dopo oltre dieci anni di assenza dagli studi con “Colored Sands”, e salutati conseguentemente come una delle migliori band appartenente alla vecchia scuola ancora in piena vita ed attività, ai Gorguts non rimane che dimostrare anche su palco la ‘ragionata’ furia disumana con la quale hanno conquistato consensi ed approvazione da parte un po’ di tutti l’anno scorso, consacrando in maniera definitiva il nome della compagine sotto ogni aspetto. Bastano infatti poche battute, dopo l’inquietante motivo introduttivo, per comprendere immediatamente la portata del concerto che ci apprestiamo a seguire: i suoni sono potenti, densi ma estremamente nitidi allo stesso tempo, capaci di creare una pressione sonora letteralmente palpabile da parte degli ascoltatori, mentre le prestazioni dei singoli si preannunciano da subito chirurgiche ed impeccabili. Il trittico iniziale, concentrato comprensibilmente sull’ultima fatica discografica, non fa prigionieri tra il pubblico, che rimane inizialmente impietrito dall’impatto devastante dei quattro canadesi. A “Le Toit Du Monde” segue, proprio come sull’album, “An Ocean Of Wisdom”, basata su di un refrain di melodie sbilenche e sfuriate in doppia cassa, a cui fa seguito “Forgotten Arrows”, ennesimo brano dove, oltre alla incredibile complessità nel songwriting, viene mostrata tutta la bravura dei musicisti con i propri strumenti. Colin Marston, oltre che ingrediente segreto indispensabile nel forgiare il sound granitico nella band in studio così come live, si rivela un bassista straordinario, imponente ed autoritario grazie alle sue linee terremotanti ed imprevedibili, valore aggiunto di un combo privo di rivali nel proprio settore; mentre il visionario Kevin Hufnagel alla chitarra solista intesse trame melodiche scomposte, ultraterrene, perfette per il mood creato per la sua creatura dal mastermind Lemay negli ultimi anni. Dietro le pelli troviamo Patrice Hamelin al posto del defezionario John Longstreth, che, pur non possedendo la personalità ed il carisma del batterista degli Origin, si dimostra un fedele esecutore del proprio, difficile compito. C’è ancora spazio per il nuovo con “Colored Sands” e “Reduced To Silence”, prima di passare definitivamente al vecchio e mai troppo osannato materiale, rappresentato in rapida successione da “Orphans Of Sickness”, “Nostalgia” ed “Inverted”, leggermente riadattate alla nuova estetica musicale dei Gorguts ma ancora capaci di emozionare come solo le grandi canzoni di una volta sapevano fare. “Obscura”, dall’omonimo del 1998, segna l’epitaffio dei canadesi che, pur proponendo relativamente poco materiale del passato (nessun pezzo è stato inspiegabilmente tratto dal seminale debut “Considered Dead”), non fanno altro che confermarsi, anche dal punto di vista live, come una delle migliori, se non la migliore, realtà storica ancora on the road. Immensi.

DEATH TO ALL
Per anni nessuno avrebbe mai scommesso un centesimo su una possibile ‘reunion’ da parte dei Death, formazione più che fondamentale per la nascita e lo sviluppo del death metal a livello mondiale: del resto, con la prematura scomparsa del suo leader Chuck Schuldiner, sembrava finita l’avventura del gruppo, conclusa una vera e propria epoca in cui il riccioluto chitarrista aveva ricoperto sicuramente il ruolo di protagonista assoluto, genio ancora non raggiunto della musica in generale. Sono passati ormai tredici anni dalla sua morte e, proprio qualche mese fa, avviene l’impensabile: Steve Di Giorgio, Paul Masvidal ed alcuni degli innumerevoli musicisti che hanno accompagnato Schuldiner nella perenne instabilità di line-up dei Death decidono di riesumare il pesantissimo lascito del gruppo americano, imbarcandosi in una serie di tour commemorativi dove poter, ancora una volta, riportare su un palco la musica del defunto amico e musicista. La critica si divide, i fan in tutto il mondo gridano allo scandalo, ed in breve tempo la notizia fa il giro del pianeta, attirando nel bene e nel male l’attenzione di tutto il circuito metal su questa discutibile operazione. Queste, quindi, sono le premesse pregresse con cui ci accingiamo al concerto dei Death To All, estremamente curiosi circa il risultato finale raggiunto da questa nuova incarnazione della band: mera speculazione commerciale o sentito omaggio ad un artista eccezionale da parte dei musicisti che lo hanno circondato in vita? Gli occhi di tutti naturalmente sono puntati sul chitarrista/cantante che si sobbarcherà il peso di sostituire l’amato Chuck durante l’esibizione, ruolo ricoperto dall’ultimo cantante dei Cynic Max Phelps, vera e propria controfigura dello scomparso leader! Ci teniamo a precisare da subito che la sua prestazione si rivelerà assolutamente non all’altezza della situazione, ricca di insicurezze, imprecisioni e tentennamenti non ammissibili in una tale situazione e contesto, dettaglio non da poco che incide da subito sulla nostra opinione in merito alla serata. I ritmi tribali di “Flattening Of Emotions” comunque, ci introducono nel vivo dell’azione, accolta con un fragoroso boato da parte dei presenti, ammaliati dalla presenza di Di Giorgio, Masvidal e Reinert sullo stesso palco: questa sarà la formazione principale che vedremo stasera, anche se non mancheranno vari cameo di altri musicisti, tra cui Richard Christy, Steffen Kummerer e Hannes Grossmann degli Obscura, indicati da molti come i ‘Death del nuovo millennio’. Segue un medley di “Leprosy/Left To Die” che ci riporta indietro di sedici anni, prima di tornare al capolavoro “Human” con l’amata “Suicide Machine”. Nonostante sia stato presentato come un concerto celebrativo del capolavoro uscito nel 1991, verranno toccati quasi tutti gli episodi discografici dei Death, come dimostrano le esecuzioni di “Spiritual Healing”, “Crystal Mountain”, “Spirit Crusher” e “Zombie Ritual”. Una setlist di prim’ordine quindi, dove a non convincere non è certo la qualità della musica, quanto piuttosto l’esecuzione svogliata, strafottente e certo non impeccabile dei quattro sul palco: Di Giorgio e Masvidal sembrano più interessati a scambiarsi moine e posizioni piuttosto che occuparsi al meglio del versante esecutivo, mentre è riscontrabile un sensibile miglioramento quando Kummerer e Grossmann prendono le redini nella riproposizione di “Spirit Crusher” e della successiva “Symbolic”. Una spenta versione di “Pull The Plug” chiude una performance fatta più di ombre che di luci, che siamo sicuri abbia lasciato interdetti diversi presenti alla serata: onorare la memoria di Chuck Schuldiner ha evidentemente rappresentato una sorta di dovere morale che ha portato un pubblico numeroso a partecipare a questo rito commemorativo, ma i silenzi, gli applausi smorzati e la poca enfasi con cui la all-star band viene richiamata sul palco per l’immancabile encore, sono segni vivi e tangibili del poco entusiasmo suscitato dai Death To All nel cuore di chi, queste canzoni, le ha amate ed ascoltate fino allo sfinimento.

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