04/04/2015 - DOOM OVER LONDON V @ The Dome - Londra (Gran Bretagna)

Pubblicato il 23/04/2015 da

Il Doom Over London festival cresce di anno in anno. Dopo aver ospitato gruppi di culto come Worship, Saturnus o Esoteric in giornate per pochi veri appassionati, quest’anno l’evento ha definitivamente spiccato il volo, andando a configurarsi come l’happening perfetto per tutti gli appassionati di sonorità heavy, fosche e pastose di Londra e dintorni. Nella fredda giornata di sabato 4 aprile il Dom e il Boston Arms – due locali direttamente collegati da un comodo sottopassaggio – hanno ospitato un’ampia rassegna di band che in circa otto ore di musica praticamente ininterrotta sono riuscite a presentare al meglio tutte le sfaccettature del doom metal: da quello più classico a quello più estremo e deviato. Davvero intelligente la scelta dell’organizzazione di dare spazio a gruppi di varia estrazione: si è evitato di allestire un bill troppo monolitico per attirare un pubblico più ampio e l’esito è stato a dir poco felice, sia in termini di spessore artistico che di affluenza. Con questa fortunata giornata il Doom Over London ha insomma gettato le basi per un futuro ancora più radioso: se la location e la direzione artistica verranno confermate, molto probabilmente il 2016 ci regalerà un’altra edizione da non perdere.

doom over london 2015

UNCOFFINED

Per chi scrive, la prima esibizione del Doom Over London 2015 è quella degli Uncoffined, quartetto di Durham City che abbiamo avuto modo di conoscere ed apprezzare con il debut “Ritual Death And Funeral Rites”. Purtroppo oggi pomeriggio il gruppo deve fare i conti con alcuni problemi tecnici che inficiano soprattutto il lavoro alla batteria di Kat Shevil (impegnata anche alla voce): il set viene tagliato piuttosto bruscamente, ma non prima di aver offerto un paio di tracce di doom-death metal vecchia scuola magnificamente interpretato. Se su disco gli Uncoffined non riescono a nascondere del tutto le loro influenze, dal vivo il materiale prende una piega ben più robusta e groovy, colpendo duro e riuscendo ad intrattenere alla grande con varie strizzate d’occhio agli Autopsy. Questa band può vantare dei riff notevoli, peccato che varie circostanze non abbiano agevolato il loro compito quest’oggi.

SERPENT VENOM

Ci spostiamo quindi nella sala principale per assistere al set dei Serpent Venom, una delle realtà di casa più amate. Come per gli Uncoffined, non ci troviamo al cospetto di una band particolarmente originale, ma il palco sembra tuttavia essere l’ambiente naturale per questi quattro “barboni”: il suono dei ragazzi – che si lasciano guidare da un frontman, Gaz Ricketts, in ottima forma – risulta infatti pieno e potentissimo sin dalle prime battute, tanto che la sala si anima di colpo con i primi headbanging e tante corna al cielo. Black Sabbath, Saint Vitus, Pentagram e The Gates of Slumber sono tutte realtà che vengono alla mente all’ascolto dei brani dei Serpent Venom: sia per sonorità che per attitudine, il quartetto non fa assolutamente nulla per prendere le distanze dai suoi padri ispiratori; genuinità e grinta tuttavia non mancano di certo e, come ampiamente prevedibile, alla fine lo show si rivela un grande successo.

WITCHSORROW

Non si cambia di molto con i Witchsorrow, power-trio che mescola doom classico e tentazioni NWOBHM alla Angel Witch. La band suona dal vivo abbastanza spesso da queste parti e può quindi vantare sia un affiatamento notevole, sia un seguito di tutto rispetto, con fan che li acclamano già a partire dal breve sound check. Robusto e di facile presa il concerto del terzetto: molti brani possiedono incipit pesantissimi e nebbiosi, ma quasi sempre i ragazzi tendono ad accelerare dopo qualche minuto, sfoderando midtempo da headbanging e cavalcate d’altri tempi che aizzano la folla e creano movimento in sala. Il loro ultimo album, “God Curse Us”, è ormai vecchio di tre anni: dopo questo set la curiosità di ascoltare una nuova prova in studio è salita di molto.

DEATH PENALTY

Le atmosfere si fanno un filo più luminose con l’arrivo sul palco principale dei Death Penalty, la nuova band dell’ex chitarrista dei Cathedral Gaz Jennings. Con questo nuovo progetto il Nostro ha sostanzialmente deciso di riprendere il discorso interrotto dalla sua vecchia formazione, recuperando però delle istanze più vicine al metal classico. L’esibizione dei Death Penalty risulta infatti ben più ritmata di quelle di buona parte delle altre band del pomeriggio: la cantante Michelle Nocon potrebbe tranquillamente fronteggiare una hard rock band, visto il suo timbro focoso e la sua presenza scenica a dir poco sanguigna; il riffing di Jennings, inoltre, qua e là incamera spunti alla Motorhead o alla primi Maiden, riuscendo a scacciare gli spettri di Sabbath e Witchfinder General. Insomma, per alcuni lo show dei Death Penalty è forse troppo “solare”, ma questa dose di ritmo e groove aiuta a spezzare l’andamento della giornata e concede respiro agli astanti meno oltranzisti.

FUNERALIUM

… Oltranzisti che invece godono all’arrivo dei Funeralium sul palco del Boston Arms. I francesi vanno annoverati tra le band più monolitiche in circolazione e questa sera non si smentiscono affatto. Impossibile per i Nostri offrire più di un paio di composizioni, vista la durata enorme di ognuna, ma ovviamente nessuno osa lamentarsi: chi è davanti al palco in questo momento sa infatti esattamente cosa aspettarsi dal gruppo parigino, il quale letteralmente mozza il fiato con il suo death-doom metal. I Funeralium sono praticamente degli Esoteric o dei Worship ancora più estremi e deviati, ma rispetto ad altri “funeral doom wannabe” i ragazzi sanno come stare su un palco e come picchiare duro. Partiti come piccola realtà di culto, i Nostri negli anni si sono fatti vedere dal vivo sempre più spesso, finendo per diventare una live band più che competente. Certo, una musica tanto lenta e contorta ha dei limiti oggettivi in questa sede, ma i Funeralium tutto sommato riescono ad interpretarla con un coinvolgimento degno di questo nome, facendo leva spesse volte sul loro lato death metal. I più romantici e coloro più vicini al concetto classico di doom li trovano comunque insopportabili… tutti gli altri sono invece ben felici di lasciarsi lobotomizzare.

ISOLE

Pare che il passaggio dalla Napalm Records alla più piccola Cyclone Empire abbia inaspettatamente fatto bene agli Isole. Non solo il gruppo ha dato alle stampe uno dei suoi migliori album con il recente “The Calm Hunter”, ma sembra anche che tutto ad un tratto molta gente si sia finalmente accorta di questi quattro svedesi. La band, infatti, si esibisce sul palco principale e in men che non si dica raduna davanti a sè un pubblico fra i più folti dell’intera giornata. Di certo gli ottimi responsi ottenuti dall’ultima fatica in studio devono aver destato la curiosità di diversi ascoltatori e il gruppo, dal canto suo, oggi non fa niente per deludere le attese: se magari la presenza scenica dei Nostri può ancora risultare un filo rivedibile, niente può essere detto sulla qualità dell’esecuzione. Messa da parte un po’ di timidezza, Crister Olsson e Daniel Bryntse brillano sia al microfono che alle chitarre e il loro epic doom metal prende subito una piega altamente coinvolgente, ricreando al meglio le atmosfere ora dei migliori Candlemass, ora dei Bathory del periodo viking. Canzoni come “The Calm Hunter” e “From The Dark” finiscono per lasciare una ottima impressione anche tra coloro che, per un motivo o per l’altro, sin qui avevano sempre snobbato l’operato degli Isole. Un concerto trascinante che sa di vittoria.

OCTOBER TIDE

Il primo show britannico della storia degli October Tide non potrebbe avvenire in un contesto migliore di questo. Gli svedesi da queste parti sono poco più di una cult band e non vi sono certo centinaia di persone davanti al palco al momento della loro performance, ma è anche vero che chi è presente all’interno del Boston Arms questa sera è totalmente coinvolto dal set proposto. Conosciamo bene i fratelli Norrman e non ci aspettiamo certo deii fuochi d’artificio a livello di presenza scenica: quel che ci basta è una seria e precisa esecuzione delle vecchie perle che amiamo tanto. Detto, fatto… il quintetto impiega qualche minuto per “scaldare i motori”, poi arrivano hit del calibro di “Blue Gallery”, “Grey Dawn” o “12 Days Of Rain” e lo show decolla tanto quanto l’esaltazione del pubblico. Con le dovute proporzioni, è come vedere i Katatonia rispolverare tutto ad un tratto classici come “Brave”: chi ha vissuto gli anni Novanta e ha sempre avuto a cuore un certo modo di intendere il doom-death metal non può che avere i brividi. Su tutto, convince la prestazione del giovane frontman Alexander Högbom: il Nostro non avrà magari la profondità e la genuina disperazione del Renkse dei cosiddetti tempi d’oro, ma il suo concerto è comunque da incorniciare per trasporto e fedeltà. Alla fine gli applausi della folla sono fitti e convinti.

FEN

I Fen sono stati chiamati per rimpiazzare all’ultimo minuto gli svedesi Draconian, a quanto pare bloccati in patria per problemi di visto. Poco male, però… questi “post” black metaller sono da tempo uno dei nomi più amati nella scena londinese, quindi non sorprende che la risposta alla loro esibizione risulti tutto fuorchè raffazzonata. Il trio ha l’onere e l’onore di calcare il palco principale e lo fa con la fiducia di chi è sicuro di stare per esibirsi davanti ad una platea amica. Il chitarrista/cantante The Watcher domina la scena con la sua attitudine decisa e rabbiosa: la sezione ritmica gira alla perfezione e il Nostro può permettersi qualche lieve improvvisazione e una presenza scenica più sciolta. Abbiamo perso il conto delle volte che abbiamo ammirato i Fen dal vivo: il gruppo in questa dimensione pare migliorare costantemente, quasi di pari passo con la qualità della sua musica in studio. Anzi, se su disco a volte la band può apparire un po’ prolissa, tale problema di certo non si presenta in sede live, visto che ovviamente la setlist può contenere solo un numero limitato di brani. Assistiamo così ad un mini “best of” che non concede campo a tempi morti: il gruppo suona con grande foga e azzecca ogni passaggio, scomodando in sala paragoni con i migliori Enslaved e Agalloch all’altezza di una ” Of Wilderness and Ruin”. Insomma, da rimpiazzo last minute a grandi protagonisti: per i Fen una serata da ricordare.

FORGOTTEN TOMB

Il livello delle esibizioni è ormai piuttosto alto e i Forgotten Tomb come prevedibile non fanno assolutamente nulla per far calare la tensione. Del resto, il quartetto italiano è da tempo una notevole live band e da quando la sua musica ha preso una piega più pesante e groovy (diretta conseguenza dell’introduzione di spunti doom-sludge all’interno delle composizioni) i suoi concerti non hanno fatto altro che diventare più movimentati e coinvolgenti. Si parte con “Reject Existence”, uno dei pezzi migliori di “Under Saturn Retrograde”, e da lì è “tutta discesa”. Il gruppo, come accennato, è molto rodato e ha piena dimestichezza con il palco: rispetto allo show degli October Tide la differenza sotto il profilo dell’impatto e della presa sul pubblico è a dir poco evidente. Se a livello di tematiche e di influenze le due realtà possono avere qualcosa in comune, tra le rispettive esibizioni si riscontra lo stesso divario tra il bianco e il nero. Spesso i Forgotten Tomb vengono ancora etichettati come “depressive” black metal, ma il loro show non ha nulla di controllato e deprimente: i ragazzi, al contrario, aggrediscono la platea e sbaragliano la concorrenza con un set schietto, animato ed estremamente sentito. E pazienza se i brani del nuovo album “Hurt Yourself and the Ones You Love” non hanno trovato spazio: le varie “Deprived” e “Negative Megalomania” hanno accontentato praticamente tutti.

ASPHYX

La giornata si chiude ed esplode definitivamente con l’arrivo degli headliner, che, come è normale che sia, si rivelano la band più nota, attesa e amata del bill. Martin Van Drunen scherza sul fatto che gli Asphyx possono essere visti sia come una death metal band che si cimenta in trame doom, sia come una doom band innamorata del death metal; a quanto pare gli olandesi avrebbero voluto incentrare lo show solo sui loro episodi più pachidermici, per rimanere fedeli il più possibile al nome e al concept del festival, ma poi la tentazione di movimentare le cose è stata troppo forte. Buon per noi, visto che amiamo ogni sfaccettatura del suono Asphyx! Davanti alla loro prestazione, come al solito ci sono ben pochi appunti da fare: tutto sommato fa un certo effetto non vedere più lo storico Bob Bagchus dietro ai tamburi, ma per il resto la prova dei Nostri è la solita cannonata. Il death metal degli Asphyx è nato per essere suonato dal vivo e Van Drunen è il primo a saperlo: ogni volta che la band sfodera uno dei suoi midtempo schiacciasassi, il frontman non può fare a meno di ghignare… sa che davanti a lui dozzine di chiome inizieranno a muoversi su e giù nel giro di un secondo. Da “The Rack” a “Deathhammer” tutti i capitoli cardine della discografia del gruppo vengono passati in rassegna, con la chiusura affidata alla mitica title track di “Last One On Earth”: qui il bilanciamento tra death e doom raggiunge la perfezione e il quartetto piega definitivamente palco, audience e locale tutto. Dopo circa un’ora di esibizione ci ritroviamo letteralmente asfaltati.

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