Entrare nell’Anfiteatro degli Scavi di Pompei al tramonto di una torrida sera di luglio è un’esperienza a dir poco suggestiva, specialmente se prelude ad uno dei concerti metal più attesi dell’anno in tutto il Meridione.
Costruito intorno al 70 a.C., l’anfiteatro (che ha ospitato per circa centocinquanta anni i cruenti spettacoli dei gladiatori, prima di venire sepolto dalla lava della terribile eruzione vesuviana del 79 d.C.) è stato riscoperto solo a seguito degli scavi archeologici iniziati per volere di Re Carlo di Borbone nel Diciottesimo secolo.
Nonostante vanti una storia così antica e gloriosa, la ‘vox rerum’ evocata da questo iconico monumento è legata indelebilmente, a partire dal 1972, alle immagini del documentario “Pink Floyd: Live at Pompeii”, testimonianza audiovisiva dall’impatto storico-culturale devastante, che ha influenzato l’immaginario estetico e musicale dell’arte e dello spettacolo degli anni a venire. Negli ultimi anni sono molti gli artisti di spessore che si sono esibiti fra le sue mura, e dopo Elton John, Patti Smith, James Taylor e i King Crimson, tocca ai Dream Theater (con Mike Portnoy dietro le pelli a completare la formazione storica) immortalare la propria performance nel sito di Pompei.
Nonostante la presenza del gruppo statunitense non si sia fatta certo desiderare nel Belpaese negli ultimi tempi (ricordiamo che oltre a questo minitour celebrativo dei quarant’anni di carriera, i nostri sono già stati in Italia lo scorso ottobre e perfino l’anno precedente con una tappa a Napoli), questo concerto ha assunto sin dal primo momento un significato unico e speciale atteso da molti ammiratori, complice anche il legame fortissimo che i Dream Theater hanno sempre sottolineato di avere con il gruppo Waters e Gilmour.
Oltre alle cover dei Pink Floyd più volte eseguite dal vivo, diversi album di Petrucci e compagni (specialmente “Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory” e “Falling Into Infinity”), rimarcano il filo sonoro che li unisce al gruppo di Cambridge, e gli stessi hanno manifestato senza mezzi termini, e più volte durante lo spettacolo, l’emozione e il privilegio di potersi esibire in uno dei luoghi più magici e significativi per gli amanti del rock, legato per sempre ad una delle formazioni musicali che più ha inciso sull’ispirazione creativa del gruppo newyorkese.
I DREAM THEATER entrano in scena quando la luce del tramonto inizia ad abbandonare gli scalini di pietra dell’Anfiteatro, destando un’eccitazione generale alimentata, probabilmente, anche dall’assenza di special guest a riscaldare il palco.
L’emozione è palpabile, il pubblico è eterogeneo ed appare chiaro che questo show è decisamente più atteso rispetto a quello del Palapartenope a Napoli di due anni fa, quando la band si è esibita con il batterista Mike Mangini. Il motivo è da ricercare non solo nel ritorno del figliuol prodigo Mike Portnoy, ma anche nell’hype generato da una cornice così evocativa, complici anche le dichiarazioni entusiastiche dei musicisti sui loro profili social nei giorni precedenti.
L’inizio è crudo e senza orpelli: mentre Portnoy sovrasta la platea circondato dalla sua fortezza di tamburi, spetta al riff intricato di chitarra di “Night Terror”, dall’ultimo album “Parasomnia”, a inaugurare le danze. Il brano assurge a perfetta introduzione e canzone di assestamento, e dal vivo, come molti dei brani più diretti dei nostri, funziona addirittura meglio della versione in studio.
I suoni, non ancora del tutto equilibrati nel mixaggio generale (si assesteranno quasi del tutto nella seconda parte dello show), sono ruvidi: se la chitarra di Petrucci sovrasta ogni cosa, il basso di Myung è tutt’altro che limpido e, ruvido e profondo, si lancia senza indugio nel trittico di classici tratti da “Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory”, cioè i tre atti di “Strange Déjà Vu”, “Through My Words” e “Fatal Tragedy” nell’ovazione generale che s’innalza dal pubblico sin dalle prime note.
I tre classici sono eseguiti con una perizia tecnica che non dovremmo essere qui a specificare, parlando dei Dream Theater, tranne, come sempre più spesso accade, per la performance del cantante James LaBrie che, tuttavia, merita un approfondimento. Per alcuni anello debole della compagine americana, per altri voce e componente insostituibile della formazione, LaBrie, bisogna dirlo, non è più quello di una volta. I Dream Theater sono una delle band più amate ed odiate del panorama metal internazionale, nonché una delle più celebri in assoluto, e non è esagerato dire che esiste una maniera di intendere il metal – e perfino il progressive – prima e dopo “Images And Words”, il disco che nel 1992 ha riscritto le regole del genere mescolando virtuosismo tecnico e melodia, sintetizzando Metallica, Pink Floyd, Rush, Yes e Fates Warning con grande personalità.
Le performance altalenanti di LaBrie stanno mettendo a dura prova la solida reputazione dal vivo che il gruppo si è costruito sin dai primi anni, reputazione che il cantante ha contribuito indubbiamente a consolidare nel tempo.
Va detto: gran parte della ‘colpa’ del quadro attuale delle sue performance è delle linee vocali estreme di molti brani storici che richiedono un autentico esercizio di virtuosismo del canto.
Certe sezioni sono affrontate oggi da LaBrie – le cui corde vocali hanno subìto tempo fa una dura lacerazione conseguente a problemi di salute – con un mix di voce di petto e falsetto, sacrificando, in questi frangenti, la dizione e talvolta la precisione, pagando il prezzo delle scelte tecniche e compositive fatte a suo tempo.
Nelle zone più acute del registro, LaBrie sacrifica la chiarezza articolatoria appiattendo letteralmente le vocali e ‘mangiando’ le consonanti. Questo rende spesso difficile seguire i testi nei momenti più concitati, specie nei passaggi lunghi o ripetuti, dove affiora anche un certo affaticamento vocale, difficoltà che, va ribadito, non si rivelano nei momenti più atmosferici delle sue performance dove il suo cantare si muove su un registro più basso.
Nei frangenti più intimi e acustici, come in “Fatal Tragedy”, la magia si rivela come un tempo, così come nei brani più recenti, come dimostra, dopo la partecipata e ben riuscita “Panic Attack”, l’ottima resa di “Barstool Warrior”, tratta da “Distance Over Time” del 2019.
Se “Peruvian Skies” dal mai troppo elogiato “Falling Into Infinity” del 1997 nasce da una jam session su territori psichedelici con tanto di citazioni a “Wish You Were Here” dei Pink Floyd e “Wherever I May Roam” dei Metallica (senza dubbio l’esecuzione più lodevole della prima parte dello show), “Take The Time”, con i problemi di LaBrie e ancora qualche limite tecnico legato all’intelligibilità dei suoni, porta l’interazione esecutiva fra gli strumentisti ad un livello altissimo, con un refrain cantato in coro da pressocché tutti i presenti, prima di una pausa di quasi venti minuti, che vede i Dream Theater recuperare la concentrazione e le energie per un secondo set che si preannuncia iconico sotto ogni punto di vista.
Il ritorno sul palco – inizialmente del solo tastierista Jordan Rudess – segna un momento epocale nella storia concertistica dei Dream Theater: le prime note di tastiera e lo stupefacente spettacolo di luci che nei tagli e nei disegni richiama le inquadrature di “Pink Floyd: Live at Pompeii” fanno intuire agli astanti che i nostri hanno intenzione di omaggiare i loro eroi con una cover di “Echoes”.
I nostri avevano già proposto in passato il brano dal vivo, anche se mai per intero, ma questa performance assume in questa sede un significato del tutto diverso. Fatta eccezione per i problemi di LaBrie nella prima sezione della strofa, dalla seconda parte del classico la band mette il turbo per una performance di altissimo livello sotto ogni punto di vista. Il momento è topico, i fan sono in visibilio e anche i musicisti appaiono molto emozionati senza nasconderlo.
Una triade di brani al vetriolo, poi, come la fulminea “The Enemy Inside” (uno dei momenti meglio eseguiti dello show), il classico “As I Am” e la recente “Midnight Messiah”, mostrano ancora una volta una band coesa con LaBrie molto più a suo agio su questo tipo di canzoni, evidentemente scritte e pensate per le sue capacità vocali ‘attuali’.
Petrucci e compagni non smettono di sorprendere, e all’introduzione del riff di “The Count Of Tuscany” il pubblico, che invece invocava a gran voce una gettonatissima “Octavarium”, reagisce benissimo. Il brano è eseguito ottimamente per intero, e la dimostrazione che i Dream Theater hanno saputo costruire, al netto delle critiche anche feroci, una fanbase solida e di qualità, lo confermano i quasi venti minuti interamente cantati dalla maggior parte dei presenti.
Lo show non potrebbe concludersi in maniera più accorata e partecipata: la rapida successione di “The Spirit Carries On” (con un LaBrie che si esprime, nelle strofe, a livelli emozionali altissimi, perfettamente in linea con la band ormai in stato di grazia) e “Pull Me Under”, regala ad un pubblico appagato due momenti topici di una serata che si conclude con l’abbraccio finale di Portnoy e Petrucci visibilmente emozionati cui segue un applauso fragoroso.
Nonostante i problemi tecnici evidenziati, l’impressione è quella di aver partecipato ad una data unica nella storia del gruppo di Long Island, in cui l’emozione ha arricchito ogni performance prendendo il sopravvento, per uno show dove i musicisti paiono aver dato anche l’anima – lo dimostrano l’emotività e l’umanità messa in campo – e il pubblico ha risposto partecipando e cantando ogni parola, in un Anfiteatro dove ogni nota ha risuonato in maniera unica e irripetibile.
Setlist
Night Terror
Act I: Scene Two: II. Strange Déjà Vu
Act I: Scene Three: I. Through My Words
Act I: Scene Three: II. Fatal Tragedy
Panic Attack
Barstool Warrior
Peruvian Skies
Take the Time
Echoes
As I Am
The Enemy Inside
Midnight Messiah
The Count of Tuscany
Act II: Scene Eight: The Spirit Carries On
Pull Me Under

